Valeria Cagnina, a soli diciotto anni, è una delle donne italiane più influenti dell’universo digitale e della robotica. Il suo approccio alla programmazione dei robot e al coding è sorprendentemente precoce e si sviluppa dall’età di undici anni per un progetto della scuola Coderdojo, istituto che si occupa della programmazione informatica riservata ai più piccoli. E qui che la giovane Digital Champion vincitrice del Premio Internazionale Tecnovisionarie dell’Università di Pisa inizia a muovere i primi passi attraverso l’utilizzo della piattaforma open source Arduino, con la costruzione di un prototipo di una pianta digitale in grado di interagire con l’ambiente circostante tramite sensori. Questa impresa, poco comune per una ragazza della sua età, è stata il trampolino di lancio per una serie di studi e successi accademici che l’ha eletta ad enfant prodige del digitale facendole guadagnare visibilità ad eventi di fama nazionale come il Tedx Milano Women e le molteplici partecipazioni a realtà che spaziano dal CNR di Pisa, al Senato della Repubblica e all’opening conference della Maker Faire Rome, per poi trascorre l’estate al MIT di Boston al Dipartimento di Robotica per seguire il progetto Duckietown in veste di senior tester. Oggi forte di questa esperienza Valeria Cagnina insieme al suo socio appassionato ed esperto di Blockchain, AI (Artificial Intelligence) e Machine Learning Francesco Baldassare ha fondato un’accademia sui generis, che attraverso un approccio basato sul easy learning organizza team building aziendali in tutta europa: laboratori, campi estivi e percorsi nelle scuole dedicati ai bambini, trasmettendo entusiasmo e passione. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Valeria Cagnina e Francesco Baldassare per parlare con loro di robotica, coding e digital gender divide tra visioni tecnottimiste e sogni da realizzare.

Hai iniziato ad avventurarti nel mondo della robotica all’età di undici anni con un progetto Arduino seguendo un tutorial su Youtube ed oggi sei definita come una delle donne italiane più influenti nel settore digitale…Ricordi quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato con il tuo primo progetto?

Valeria – «Ricordo che la parte più difficile è stata quella di trovare il tutorial giusto, e che più mi piacesse, e poi da lì, con tanta determinazione e anche un po’ di testardaggine (ride), sono arrivata a raggiungere il mio obiettivo. I miei genitori mi hanno supportato permettendomi di inseguire la mia passione portandomi ogni volta ai vari eventi e attività in giro per l’Italia. Per chi vuole cominciare il modo migliore è sicuramente quello di cercare su Internet qualcosa relativo alle proprie passioni…o se preferisce costruire un robot in poche ore può direttamente venire ai nostri laboratori!»

Oggi dopo aver conquistato il riconoscimento di Digital Champion sei impegnata in conferenze ed eventi relativi al mondo della robotica; recentemente hai organizzato una scuola di robotica per bambini…qual è la chiave per stimolare un approccio attivo su materie ostiche come il coding?

Valeria – «In realtà nessuna materia è ostica se spiegata nel modo giusto! Abbiamo sviluppato con il mio socio Francesco Baldassarre un metodo educativo molto particolare che si basa su dieci regole speciali. La regola più importante è sicuramente la prima: “Niente è impossibile” perché con determinazione, duro lavoro, coraggio e tanta passione si può arrivare dove si vuole ed è “vietato dire non ce la faccio” perché pensiamo che sia soltanto un blocco mentale per convincerci ad arrenderci. Da questa poi derivano tutte le altre regole come “impara sempre divertendoti”, “learn by doing”, “libero utilizzo di device e internet”, “team working”,…»

A proposito di lavori di gruppo hai sviluppato dei laboratori di team building per aziende strutturate come Cisco, Alianz e Michelin…come si svolgono questo tipo di giornate?

Valeria – «Si svolgono in modo molto simile a quelle dei bambini dal punto di vista visivo ma quello che cambia è il mondo in cui si passano i concetti. Con i più piccoli l’attività viene introdotta con una scenetta a sfondo educativo; con i più grandi usiamo lo speech motivazionale e raccontiamo le nostre storie, mia e di Francesco, così diverse ma anche così uguali. All’inizio i manager aziendali sono un po’ prevenuti…vedono due ragazzi giovani e pensano che non saranno in grado di gestire un team building con il direttivo di una multinazionale…ma quando ci vedono all’opera dopo poco la maggior parte cambia idea.
Cominciamo raccontandogli le nostre storie per farli entrare in confidenza con il nostro modo educativo. Poi c’è il laboratorio vero e proprio, e li, quando si “sporcano le mani”, immediatamente si entusiasmano e si accorgono che in realtà vorrebbero lavorare tutti i giorni così, con meno preconcetti, meno formalità e tanto divertimento».

Qualche tempo fa hai partecipato al TEDxMilanoWomen…si parla spesso di digital gender divided gap. Perché l’informatica è vissuta ancora come una competenza prevalentemente maschile? Sui social scrivi spesso l’asterisco finale per eliminare ogni forma di differenza…

Valeria – «Purtroppo l’informatica ancora oggi è considerata un mondo maschile per i troppi stereotipi che impongono la scuola ed i genitori ai bambini e alle bambine, si tende a seguire lo stereotipo secondo il quale i maschi devono essere forti e sperimentare e invece le femmine devono essere belle e principesse. Ogni volta che facciamo attività cerchiamo di smontare questi preconcetti dando la possibilità a tutti i Dreamers di scegliere quello che preferiscono indipendentemente da tutto. Incentiviamo molto spesso quello che “dal pensiero comune viene considerato sbagliato”: una bimba che colora un pipistrello e un ragazzino che disegna una farfalla… preconcetti che purtroppo troviamo già all’asilo.
È difficile abbattere queste idee ma cambiare le cose è possibile. In altri stati del mondo certe convinzioni sono molto meno radicate o semplicemente non esistono».

Spesso si parla di una carenza nel sistema scolastico italiano per quanto riguarda le tematiche legate alla programmazione…tu hai dovuto abbandonare gli studi per concentrarti sulla tua attività…ti manca l’universo scolastico?

Valeria – «Non molto…ho sempre avuto la maggior parte dei miei amic* (NDR scriviamo l’asterisco così come richiesto dalla stessa Valeria) al di fuori del mondo scolastico come ad esempio in palestra o in oratorio. Purtroppo la scuola italiana, oggi, non è molto in grado di valorizzare chi ha una passione, anzi! Cerca sempre di appiattire tutti… forse perché persone che pensano non con la loro testa sono molto più facili da gestire. Però, anche se è molto difficile, con la nostra scuola cerchiamo di rivoluzionare il metodo educativo italiano offrendo ai nostri Dreamers gli strumenti per rendere interattive le lezioni. Così imparano a costruire robot e a programmare divertendosi e, contemporaneamente, sviluppano una serie di soft skills che saranno fondamentali per il loro futuro».

Tra le tue esperienze formative hai avuto l’onore di essere senior tester per un progetto del M.I.T. di Boston…Qual è l’insegnamento maggiore che hai ricevuto da questa esperienza?

Valeria – «L’esperienza a Boston mi ha formato moltissimo sotto diversi punti di vista. L’insegnamento che mi ha permesso di crescere maggiormente è stato sicuramente quello di scoprire che si può imparare giocando, che la scuola non deve per forza essere noiosa ma che può diventare divertente grazie a insegnanti motivati e preparati. Questa grande scoperta è stata fondamentale e mi ha permesso di capire che anch’io volevo insegnare in quel modo e quindi… ho deciso di aprire un’azienda di robotica educativa!»

Il nostro paese fatica ancora ad imporsi nel mondo delle tecnologie 4.0: viaggiando per lavoro c’è una realtà che ti ha colpito particolarmente e che potrebbe essere un modello da seguire per l’Italia?

Valeria – «Sarò monotona ma ti dico Boston! Più che una città, è un ecosistema che vive di innovazione. Dovete sapere che intorno all’MIT si trova la più alta concentrazione di startup al mondo, questo permette alla città di essere totalmente multietnica: persone da ogni parte del mondo arrivano per studiare, lavorare o semplicemente imparare in un modo totalmente innovativo, più unico che raro direi».

E per Francesco Baldassarre invece qual è il punto di riferimento?

Francesco – «Il mio punto di riferimento per quanto riguarda l’avanguardia tecnologica è sempre la Silicon Valley. E’ vero che si tratta di una realtà particolare, è vero che non è più una novità, ma rimane ancora il faro più luminoso da seguire nell’immenso e tumultuoso oceano informatico. Ci sono tutte le caratteristiche che servono per fare innovazione ed ottenere risultati: competizione, intraprendenza, smart working e fondi».

Quando si parla di robot spesso ci si scontra con il tema dell’intelligenza artificiale…cosa ne pensate delle implicazioni etiche? Un giorno i robot potranno interagire con i nostri sentimenti?

Valeria – «E’ ancora lontanissimo il tempo (ammettendo che ci si arrivi!) in cui i robot potranno provare “emozioni”. Replicare un’emozione, non simularla, che è una cosa totalmente diversa! all’interno di un automa significherebbe averne compreso il funzionamento nel nostro cervello e averne ricostruito uno uguale in un algoritmo…fantascienza, per il momento, mai dire mai! Io comunque sono sempre positiva e sono convinta che nel futuro, grazie ai robot e all’intelligenza artificiale, l’uomo sarà in grado di compiere innovazioni straordinarie che potranno migliorare la vita di tutti!»

Francesco – «Innanzitutto ci tengo a dire che AI e Robotica non sono la stessa cosa. Sono affini, si, e gli algoritmi di AI possono essere implementati nel “cervello” dei robot, ma non sono una l’estensione dell’altra, esattamente come non lo sono l’informatica e l’elettronica.
Ad ogni modo già oggi esistono diversi algoritmi, e quindi “intelligenze artificiali” e non robot, sviluppati dalle aziende, in collaborazione con psicologici comportamentali, che attraverso semplici telecamere analizzano i movimenti facciali e/o corporali delle persone e in tempo reale sanno dirci se queste siano felici, tristi, impaurite o annoiate. Al momento non c’è un vero e proprio limite invalicabile, ma le menti più affermate del pianeta stanno cercando di sensibilizzare i governi su questa tematica,si pensi alle potenziali devastanti implicazioni in ambito militare, per esempio. La speranza è sempre che vinca il buon senso».

Utilizzate spesso i social per raccontare le vostre giornate, quale rapporto avete con i followers? Vi è mai capitato di ricevere scontri con gli haters? C’è un modo per difendersi?

Valeria – «Molte volte nella vita ho scelto di andare controcorrente prendendo decisioni impopolari che hanno dato la possibilità a tante persone, che conoscevano poco o niente delle motivazioni dietro alle mie scelte, di giudicare, anche in maniera dura, il mio operato. Un esempio su tutti quando ho deciso di abbandonare la scuola e conseguire la maturità da privatista: fortunatamente sono una che non da peso a queste cose, leggendo i commenti più cattivi sotto i vari post tra me e me pensavo “ io devo gestire la mia azienda, anche oggi ci sono un sacco di cose da fare, non ho tempo per queste cose”. Non è un modo di dire, io non ho davvero tempo per gli haters».

Francesco – «I social per noi sono importanti, ci permettono di aprire le porte della nostra scuola a tutti, anche a chi magari è fisicamente molto lontano. A dire la verità i commenti ai nostri post sono sempre positivi, sono tutti molto gentili. Qualche volta succede che arrivi qualche commento negativo, capita. La nostra tattica difensiva è questa: nel caso siano critiche costruttive allora vale la pena capirne i motivi e stimolare una sana discussione; nel caso siano attacchi beceri da hater di ultima categoria… lasciamo semplicemente correre…Seguo questa “linea guida” sia sul Web che nei rapporti sociali di tutti i giorni perché credo che, in fin dei conti, non ci sia differenza tra la vita reale e la vita “virtuale”».

Guardando il mondo dei “grandi” quali sono i vostri punti di riferimento?

Valeria – «Seguo tantissime persone sui social, non ho un idolo in particolare perché penso che ogni persona sia unica, mi piace quindi “rubare” da ognuna gli aspetti più interessanti.
Per esempio, per farti un nome famoso, ti potrei citare meravigliosa la voglia di vivere e determinazione di Bebe Vio, oppure la passione per l’educazione e la spinta ad andare oltre i miei limiti della mia insegnante di ginnastica ritmica, Silvia. Tante volte, invece, sono proprio i nostri Dreamers, specie quelli più piccoli, i miei preferiti, il mio punto di riferimento, la loro semplicità e il loro sorriso mi ricordano quanto sia bello il mio “lavoro”».

Francesco – «Trovo ispirazione da tante fonti, non ce n’è una in particolare. Dai filosofi, scienziati e pensatori vissuti centinaia di anni fa: Leonardo Da Vinci, Nieztsche, Tesla… passando per i pionieri dell’Informatica come Alan Turing, Dennis Ritchie, Steve Wozniak; arrivando agli imprenditori di successo di oggi Musk, Bezos, Jack Ma…e poi, senza dubbio, ricarico le mie pile grazie all’energia esplosiva di Valeria, anche lei è stata e continua ad essere un fattore importante per la mia crescita personale».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Valeria Cagnina, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Il Domani lo vedo sempre in maniera positiva, e non potrebbe essere altrimenti visto che ho diciott’anni. Nel futuro spero che ci sia un’educazione alla tecnologia che riesca a scongiurare la paura del diverso e del cambiamento tecnologico. Dal punto di vista personale vedo un Domani da Ambassador in giro per il mondo per divulgare un modello di scuola in cui tutti credono che niente sia impossibile perché tutti possono raggiungere, con volontà e coraggio i propri obiettivi».

Simone Intermite

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