La prima legge della robotica del celebre scrittore Isaac Asimov recita: «Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno». Oggi a quasi ottant’anni di distanza siamo tornati a chiederci come il progresso tecnologico, la rivoluzione digitale e l’automazione diffusa, hanno radicalmente cambiato il nostro modo di concepire il mondo del lavoro facendo insorgere timori e nuovi interrogativi legati all’occupazione. Ad indagare questo aspetto, uno dei maggiori studiosi di questo cambiamento in atto, è Martin Ford imprenditore futurologo della Silicon Valley, che opera da venticinque anni nel campo dell’intelligenza artificiale e che ha scritto il best seller tradotto in venti lingue: “Il futuro senza lavoro: accelerazione tecnologica e macchine intelligenti. Come prepararsi alla rivoluzione economica in arrivo edito in Italia da Il Saggiatore eletto vincitore del Financial Book ed acclamato in tutto il mondo. Martin, laureato in ingegneria informatica presso l’Università del Michigan Ann Arbor e specializzato in economia all’Università della California, a Los Angeles è un punto di riferimento in materia di accelerazione dei progressi nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale. Membro attivo del consiglio di Genesis Systems, oggi collabora scrivendo di tecnologia del futuro e le sue implicazioni per riviste note tra cui il New York Times, The Financial Times e Forbes solo per citarne alcune, offrendo un quadro analitico ed anticipatore dei tempi rispetto alla tematica digitale. Noi di Domanipress abbiamo avuto l’onore di ospitare nel nostro salotto virtuale Martin Ford per parlare con lui di rivoluzione della robotica, degli impatti economici, politici, commerciali e del mercato del lavoro tra dubbi, opportunità e prospettive.

Con il libro “Rise of robot” sei stato uno dei primi ad occuparti di problemi come l’intelligenza artificiale ed il cambiamento del mercato del lavoro. Oggi si parla spesso dei rischi e dei benefici di questo cambiamento. Tu che cosa pensi della sfida etica legata all’utilizzo dei robot? Ci sono dei limiti di fronte a cui dobbiamo fermarci?

«Non penso che ci sia un limite entro cui dovremmo necessariamente fermare i progressi della tecnologia. Tuttavia, ci sono sicuramente molte considerazioni etiche che sono inevitabilmente legate a doppio filo con l’avanzare dell’Intelligenza Artificiale e della robotica. Uno di questi, e quello che tra tutti mi preoccupa maggiormente, è sicuramente l’impatto sui posti di lavoro e la probabilità che la disuguaglianza sociale in un futuro non molto prossimo possa aumentare. Altri problemi sono poi l’utilizzo negativo dell’intelligenza artificiale, l’impatto sulla privacy, specialmente con l’uso del riconoscimento facciale ed il potenziale di parzialità nelle decisioni prese dai sistemi di IA. Questo aspetto, così come tutti gli altri, devono necessariamente essere oggetto di una discussione pubblica e, in molti casi, di una regolamentazione efficace a livello mondiale».

I tuoi libri in materia di rivoluzione digitale sono dei veri e propri best seller letti in tutto il mondo. Viaggiando sei riuscito ad identificare uno Stato che più di ogni altro è pronto ad affrontare la sfida?

«Viaggiando per il mondo, parlando dei miei libri, ho scoperto che molte persone, anche lontane geograficamente, hanno domande e preoccupazioni simili su temi come l’intelligenza artificiale e la robotica; c’è un interesse diffuso in maniera omogenea. Certamente alcuni paesi, come la Scandinavia, potrebbero essere in una posizione privilegiata per gestire qualsiasi impiego risultante dalle nuove tecnologie perché dispongono di una rete di sicurezza molto avanzata a livello tecnico e pratico. Tuttavia, la maggior parte dei governi sta iniziando adesso a pensare a questi problemi, che prima non erano considerati delle priorità e per questo non esiste, ad oggi, un paese che sia realmente preparato per il cambiamento che probabilmente si verificherà appieno nei prossimi due decenni».

Hai parlato spesso di crisi occupazionale legata all’utilizzo dei robot in fabbrica…Quali sono le professioni che sicuramente scompariranno? Quali potrebbero essere le strategie da adottare per tutelare i posti di lavoro?

«Quasi ogni lavoro che è fondamentalmente di routine, ripetitivo e prevedibile è molto probabile che possa essere influenzato dall’automazione in futuro. Questo può includere lavori di fabbrica, ma anche molti lavori nel settore dei servizi. Alcuni di questi saranno lavori di bassa specializzazione come lavorare in fast food o in un centro di distribuzione di Amazon. Altri, tuttavia, saranno posti di lavoro più qualificati negli uffici, compresi quelli ricercati dai laureati».

Quali sono i lavori che, invece, non saranno influenzati da questo cambiamento e che sicuramente non possono essere replicati da un robot o da un algoritmo?

«I lavori più sicuri sono quelli che rientrano in tre categorie: (1) Lavori che richiedono creatività reale. (2) Lavori che richiedono ai lavoratori di stabilire relazioni profonde con altri. Ciò includerebbe le professioni di assistenza (come gli infermieri) e anche i ruoli aziendali che richiedono relazioni con i clienti. (3) Lavori commerciali qualificati che richiedono molta mobilità e flessibilità in ambienti imprevedibili. Ciò includerebbe lavori come elettricisti e idraulici. I lavori in queste categorie saranno più o meno tutelati per il prossimo futuro. Certo, un giorno l’intelligenza artificiale potrebbe diventare così potente che persino alcuni o tutti questi lavori saranno minacciati…ma non possiamo prevederlo con certezza».

(Patrick Tehan/Bay Area News Group/TNS)

Secondo l’opinione comune oggi è più facile automatizzare un lavoro “blue-collar” in fabbrica rispetto ad uno impiegatizio…

«Si e questo non è del tutto corretto perché dipende molto dalla natura del lavoro e dal fatto che sia più o meno prevedibile e sopratutto programmabile. In molti credono che l’automazione avrà un impatto maggiore sui posti di lavoro in fabbrica, ma non è questo il caso. Molti lavori dei cosiddetti colletti bianchi saranno minacciati, ad esempio, creando applicativi di data entry facili da automatizzare che dimezzeranno il lavoro d’ufficio. In molti casi, può essere più semplice ed economico automatizzare una professione amministrativa perché è richiesto solo il software: non sono necessarie spese di macchinari o robot e la conversione, che non necessita di un costo elevato o di una riorganizzazione degli spazi particolarmente strutturata, può avvenire in maniera molto più veloce».

Nel libro si parla anche dell’erogazione di un “reddito di base” come una possibile soluzione per evitare una crisi economica. Non pensi che questo modello potrebbe incorrere nel problema di una politica assistenzialista? Fornire una base di reddito per tutti oggi può davvero essere una scelta sostenibile per l’economia globale?

«Un reddito di base è sicuramente un passo radicale e penso che sarà molto difficile attuarlo nell’attuale contesto politico. Tuttavia, alla fine, potrebbe essere l’unica soluzione. Se davvero non ci sono abbastanza posti di lavoro per tutti, perché le macchine lavoreranno al posto nostro, allora un reddito di base resta la soluzione più semplice da attuare».

Tralasciando il rischio concreto di sfociare nella condizione di Stato Sociale, economisti come James Meade, Oskar Lange e Karl Polanyi hanno teorizzato il concetto di reddito universale come strumento di sostegno per aumentare i consumi, queste teorie però non parlano del valore antropologico del lavoro e dell’identità professionale che favorisce e sviluppa la realizzazione dell’individuo nella società…come si potrebbe affrontare questo aspetto?

«Sicuramente è vero che distribuire un reddito universale a tutti non è sufficiente per renderci felici. Accanto a queste azioni dovremo anche assicurarci che gli uomini e le donne continuino a coltivare i rapporti sociali e che abbiano uno scopo concreto nella vita, anche lavorando di meno. Questa sarà una delle sfide sociali ed etiche più importanti che si dovrà affrontare».

Oltre a essere un futurologo autore di libri di successo sei prima di tutto uno dei più brillanti imprenditori della Silicon Valley, luogo dove il cambiamento tecnologico è da sempre vissuto con incoraggiante ottimismo… oggi alla luce dei recenti cambiamenti è ancora così?

«Si, e penso che la Silicon Valley rimarrà ancora per molto tempo il luogo più prolifico per ciò che riguarda l’innovazione, perché qui c’è tanto talento ed uno spirito imprenditoriale molto sviluppato ed attivo. Tuttavia oggi possiamo anche individuare altri luoghi, negli Stati Uniti, in Europa ed altrove che sono diventati dei centri di innovazione importanti e che si stanno sviluppando velocemente. Ad esempio, molte startup IA sono a Londra. La Cina ha anche un numero enorme di compagnie di IA. Quindi penso che, in un futuro non molto lontano, ci saranno anche molti altri luoghi in cui potremmo vedere sviluppate importanti innovazioni tecnologiche».

A proposito di Stati Uniti, durante le elezioni presidenziali americane c’è stato un importante dibattito su come la tecnologia abbia influenzato le scelte dell’elettorato. Quanto di questo può essere considerato vero? Gli algoritmi possono davvero influenzare le nostre scelte politiche e sociali?

«Sicuramente non c’è alcun dubbio che i social media hanno un forte impatto sulla politica e più in generale sul tessuto sociale. In particolare, è dimostrato che gli algoritmi sono progettati per aumentare il coinvolgimento di piattaforme come Facebook o Youtube e spingere gli utenti registrati a diventare più polarizzati ed estremi. Questo è un grosso problema e molto probabilmente avremo bisogno di una serie di leggi utili a risolvere e regolamentare questo aspetto perché non dobbiamo dimenticare che dietro tutto questo ci sono degli interessi economici importanti per le grandi piattaforme che utilizzano i dati personali, oltre che dei pericoli intrinseci che non devono essere sottovalutati».

Nella Silicon Valley, alcuni dipendenti hanno iscritto i propri figli in scuole elementari chiamate “no screens” che vietano l’utilizzo della tecnologia in classe, recentemente anche in Italia sono state presentate due proposte di legge per il divieto d’utilizzo dello smartphone durante le ore di lezione…Cosa ne pensi di questo tipo di approccio?

«Penso che la teoria “no screens” sia retrograda e che potrebbe essere eccessivamente restrittiva e fuori dal tempo in cui viviamo; detto ciò i bambini dovrebbero avere dei limiti su quanto tempo passano con i dispositivi. Io sono padre, ho una figlia di 11 anni e le permettiamo di usare computer e smartphone, ma limitandone l’utilizzo solo quando è strettamente necessario. Ogni bambino dovrebbe passare più tempo a leggere libri e spendere il suo tempo libero non solo a giocare con i dispositivi mobili ed i videogames».

Ritornando al tema del cambiamento del mondo del lavoro le previsioni degli istituti di ricerca specializzati riportano che ogni anno compaiono lavori nuovi che non ritrovano spesso un’adeguata preparazione tecnica dei futuri candidati…c’è anche chi ipotizza che le discipline umanistiche, più che quelle tecnico-scientifiche saranno maggiormente alla guida di questo cambiamento, sei d’accordo?

«Sì, penso che le discipline umanistiche possano acquistare un valore fondamentale in un mondo in cui l’intelligenza artificiale e l’automazione assorbono gran parte del lavoro che attualmente è svolto da un operaio specializzato o da un tecnico. Ci stiamo velocemente dirigendo in una direzione in cui gli individui tendono a concentrarsi maggiormente su cose che sono unicamente umane. In futuro, potremmo aver bisogno di valutare l’educazione per i suoi benefici e non soltanto come una capacità maturata per ottenere un posto di lavoro. Forse un giorno si potrà avere accesso ad un reddito di base che potrà consentire di perseguire un percorso formativo scientifico oppure umanistico che interessi indipendentemente dalla preoccupazione su come sarà commercializzabile quell’educazione».

Il progresso tecnologico e la quarta rivoluzione industriale avanza con una velocità mai registrata prima nella storia dell’uomo…potrebbe esserci un limite oltre il quale potremmo avvertire un rallentamento?

«Non mi aspetto di vedere un rallentamento. Penso che ci sia ancora molto spazio affinché le cose continuino ad accelerare. Mi aspetto un cambiamento radicale nei prossimi anni e decenni».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Martin Ford, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Nel Domani l’intelligenza artificiale e la robotica porteranno enormi benefici all’umanità, ma dobbiamo stare molto attenti ed assicurarci di sfruttare il potenziale di queste tecnologie per il benessere di tutti e non solo per favorire una ristretta élite».

Simone Intermite