Il vero snobismo culturale? Pensare che ciò che piace a milioni di persone non meriti di essere capito

C’è una forma di snobismo culturale che negli ultimi anni sembra essersi diffusa sempre di più. Non è quella di chi ama leggere i classici o frequenta i musei. È quella di chi liquida tutto ciò che è popolare con un’alzata di spalle, senza concedersi nemmeno il tempo di chiedersi perché milioni di persone ne siano affascinate.

Succede con la musica, con le serie TV, con i social network, con gli influencer e perfino con gli artisti che riempiono gli stadi in pochi minuti. Basta pronunciare il nome del cantante del momento e c’è sempre qualcuno pronto a rispondere: «Non l’ho mai sentito». Come se non conoscere un fenomeno seguito da milioni di persone fosse un motivo di orgoglio anziché un’occasione mancata per comprendere il presente.

Eppure la cultura dovrebbe fare esattamente il contrario: spingerci a osservare, ad ascoltare, a capire. Non a chiudere la porta prima ancora di entrare.

Pensiamo a Bad Bunny, che ha trasformato la musica in spagnolo in un linguaggio globale, capace di superare ogni confine geografico. Oppure a Taylor Swift, spesso liquidata come una semplice popstar, ma oggi al centro di studi universitari per il suo impatto culturale, economico e sociale. In Italia il fenomeno si chiama Ultimo, artista che continua a infrangere record negli stadi pur ricevendo, almeno per anni, uno sguardo diffidente da parte di una fetta della critica. Lo stesso vale per Geolier, che ha portato il dialetto napoletano ai vertici delle classifiche italiane dimostrando che identità e successo possono convivere.

Il discorso non riguarda soltanto la musica. Mare Fuori, prima di diventare una delle serie italiane più esportate all’estero, veniva considerata da molti un semplice prodotto per adolescenti. TikTok è stato etichettato come un passatempo superficiale prima di rivoluzionare il linguaggio della comunicazione, del marketing e perfino dell’informazione. E Khaby Lame, con video apparentemente semplicissimi, è riuscito a diventare uno dei volti italiani più conosciuti al mondo.

Questo non significa che tutto ciò che conquista il grande pubblico debba essere automaticamente considerato un capolavoro. Il successo non è sinonimo di qualità. Ma il suo contrario è altrettanto falso: il fatto che qualcosa piaccia a milioni di persone non lo rende, per definizione, banale o privo di valore.

Il problema nasce quando il pregiudizio sostituisce la curiosità. Quando si decide che un artista non meriti attenzione senza aver ascoltato un album, che una serie sia mediocre senza aver visto un episodio o che una piattaforma sia inutile senza aver provato a comprenderne il linguaggio. È un atteggiamento che rischia di trasformare la cultura in un recinto elitario, dove il valore sembra aumentare soltanto se il pubblico diminuisce.

Eppure la storia racconta altro. Molti artisti oggi celebrati dalla critica furono inizialmente considerati semplici fenomeni commerciali. Il tempo ha dimostrato che la cultura pop non è il contrario della cultura “alta”: spesso è il luogo in cui i cambiamenti della società emergono per primi.

Forse il vero esercizio intellettuale, oggi, non consiste nel prendere le distanze dai fenomeni di massa, ma nel provare a interpretarli. Anche quando non appartengono ai nostri gusti. Perché ogni canzone che domina le classifiche, ogni serie che monopolizza le conversazioni, ogni creator capace di parlare a milioni di persone racconta qualcosa di noi, delle nostre paure, dei nostri desideri e del tempo in cui viviamo.

La curiosità è il motore della cultura. Lo snobismo, invece, spesso è soltanto il modo più elegante per smettere di capire il mondo.

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