C’è ancora tempo, fino all’8 Febbraio, per entrare nella mente di Maurits Cornelis Escher, uno degli artisti più enigmatici e trasversali del Novecento. Al Mudec di Milano si avvia alla conclusione la mostra dedicata all’incisore olandese che ha trasformato la logica in vertigine, la matematica in arte e lo sguardo in dubbio permanente.
Escher non è mai stato un artista “comodo”. Lontano dalle avanguardie ufficiali e dalle etichette accademiche, ha costruito un linguaggio personalissimo fatto di architetture impossibili, scale che non portano da nessuna parte, mondi che si piegano su se stessi. Le sue opere non chiedono solo di essere guardate, ma di essere attraversate mentalmente. Ed è proprio questa la forza che la mostra del Mudec riesce a restituire: Escher come esperienza, più che come semplice esposizione.
Il percorso racconta l’evoluzione di un autore che parte dal paesaggio — influenzato profondamente dai suoi viaggi in Italia, soprattutto nel Sud — per arrivare alle celebri metamorfosi, alle tassellature infinite, ai giochi di riflessi e simmetrie che lo hanno reso un’icona pop prima ancora che museale. Un artista amato da matematici, architetti, designer, ma anche da chi, davanti a una sua incisione, prova quella sensazione rara: non capire più dove finisce l’immagine e dove inizia il pensiero.
Al Mudec, Escher emerge per quello che è sempre stato: un outsider radicale, capace di parlare al presente senza mai esserne prigioniero. In un’epoca dominata dalle immagini veloci, il suo lavoro costringe a fermarsi, a guardare meglio, a dubitare. E forse è proprio per questo che oggi appare più attuale che mai.
Per chi non l’ha ancora vista — o per chi sente il bisogno di tornare a farsi ingannare consapevolmente — questa è davvero l’ultima occasione. Dopo, le scale torneranno dritte. Ma solo fuori dal museo.




