“Il malato immaginario” al Manzoni di Monza: l’ultimo Molière,non è una commedia ma la nostra ansia messa in scena

È una commedia che fa ridere, ma ride di noi. “Il malato immaginario”, ultimo testo di Molière, arriva al Teatro Manzoni di Monza per tre repliche (23 e 24 gennaio alle 21, 25 gennaio alle 16) all’interno della stagione di Grande Prosa 2025/2026. La regia è di Andrea Chiodi, con adattamento e traduzione di Angela Dematté, e due interpreti al centro della scena: Tindaro Granata e Lucia Lavia, affiancati da un cast corale.

Al cuore dello spettacolo c’è Argante, ipocondriaco assoluto: vive in un presente perennemente minacciato, ascolta il corpo come fosse un bollettino, scambia ogni sensazione per un presagio. Intorno, un sistema che lo alimenta: medici pieni di parole e poveri di cura, farmacisti pronti a trasformare l’ansia in commercio, familiari che oscillano tra affetto e convenienza. Molière costruisce una macchina comica perfetta, ma la risata non è mai innocente: è una lama che entra dove fa male, nell’ossessione di controllare la vita e nell’impossibilità di riuscirci davvero.

Chiodi sceglie una lettura che non addolcisce la farsa: la attraversa e la interroga. Parte da una battuta che suona modernissima, quasi un avvertimento: quando lasciata fare, “la natura” si rimette in ordine da sola; è l’impazienza umana a rovinare tutto. Da qui, un Malato che diventa il ritratto di una società che cerca garanzie, diagnosi, risposte immediate. E quando non le trova, si inventa la malattia come forma di certezza.

Curiosità: perché questo è davvero “l’ultimo” Molière

“Il malato immaginario” è l’ultima opera scritta da Molière e debuttò a Parigi il 10 febbraio 1673 al Théâtre du Palais-Royal. È anche uno dei casi più celebri di teatro e destino: una settimana dopo la prima, durante la quarta rappresentazione del 17 febbraio 1673, Molière (che recitava nei panni di Argante) ebbe un malore in scena, riuscì a portare a termine lo spettacolo e morì poche ore dopo. Un finale che ha trasformato questa commedia in una specie di leggenda nera: l’uomo che prendeva in giro i medici e la paura del corpo, vinto proprio dal corpo.

Non tutti sanno che il testo nasce come comédie-ballet: una forma ibrida che mescola teatro, musica e danza. Per “Il malato immaginario” le parti musicali furono composte da Marc-Antoine Charpentier, e la struttura a quadri — tra intermezzi, momenti corali e ritmo serrato — rende l’opera ancora oggi sorprendentemente “moderna” nella scansione, quasi seriale, delle scene.

E poi c’è una delle pagine più famose: la scena della laurea in medicina, con il finto latino che smaschera l’autorità come recita, la scienza come liturgia, il potere come lingua incomprensibile. È uno dei punti in cui Molière colpisce più forte: non contro la cura, ma contro la cura trasformata in spettacolo.

A Monza, questo “ultimo” Molière torna così a essere ciò che è sempre stato: una commedia feroce sul bisogno di essere rassicurati, sull’ansia come abitudine, sul confine sottilissimo tra attenzione a sé e prigionia. Si ride, certo. Ma mentre si ride, qualcosa resta addosso.

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