Home Magazine Abbiamo smesso di telefonarci. E forse stiamo dimenticando anche come si parla

Abbiamo smesso di telefonarci. E forse stiamo dimenticando anche come si parla

Una volta il telefono squillava e si rispondeva. Senza sapere chi fosse, cosa volesse, quanto sarebbe durata la conversazione. Oggi, quando qualcuno ci chiama senza preavviso, la prima reazione è spesso una domanda vagamente allarmata: «Che cosa sarà successo?». Se non è un’emergenza, perché non ha mandato un messaggio? Siamo arrivati al punto che una telefonata, uno dei gesti più normali della nostra vita fino a pochi anni fa, può sembrarci un’invasione della privacy. E la cosa curiosa è che non siamo mai stati così raggiungibili. Abbiamo uno smartphone sempre in tasca, possiamo comunicare con chiunque e in qualsiasi momento, eppure ci telefoniamo sempre meno per il semplice piacere di sentirci.

Quando telefonare era un modo per stare insieme

Ricordate le telefonate interminabili degli anni Novanta e Duemila? Quelle fatte dal telefono fisso, magari seduti per terra nel corridoio per avere un po’ di riservatezza, mentre qualcuno dall’altra stanza protestava perché doveva usare la linea. Si chiamava un amico senza avere necessariamente qualcosa da dire. Il motivo della telefonata era la telefonata stessa. Si parlava della scuola, del lavoro, di una persona incontrata per strada, di quello che avremmo fatto sabato. E quando finivano gli argomenti si rimaneva qualche secondo in silenzio, finché qualcuno non ne trovava un altro.

E poi c’erano le cabine telefoniche, quelle con il vetro spesso un po’ sporco, la cornetta pesante e il rumore della città che rimaneva fuori, ma non del tutto. Si cercavano le monete nelle tasche, si infilava una scheda telefonica e si componeva un numero che, incredibilmente, conoscevamo a memoria. Le cabine erano piccoli luoghi pubblici nei quali accadevano cose private: dichiarazioni d’amore, telefonate ai genitori durante le vacanze, discussioni, appuntamenti, confessioni. A volte qualcuno aspettava fuori, guardando l’orologio con impazienza, mentre noi cercavamo di dire tutto prima che finisse il credito.

Oggi quelle cabine sono quasi completamente scomparse dal paesaggio urbano. E con loro è scomparso anche un certo modo di desiderare una conversazione. Per parlare con qualcuno bisognava cercare un telefono, trovare il numero, sperare che rispondesse. La comunicazione richiedeva un piccolo sforzo, e forse proprio per questo aveva un valore diverso. Non necessariamente maggiore, ma certamente più riconoscibile.

Oggi quella stessa conversazione probabilmente diventerebbe una sequenza di messaggi distribuiti nell’arco di tre giorni. Una domanda alle undici, una risposta alle quattordici, un’emoji alle diciotto. Nel frattempo abbiamo lavorato, fatto la spesa, guardato una serie televisiva e risposto ad altre venti persone. Siamo continuamente in contatto, ma raramente siamo davvero disponibili.

La comodità di poter scegliere quando rispondere

Naturalmente WhatsApp e i messaggi hanno migliorato moltissime cose. Non dobbiamo interrompere qualcuno per comunicargli un’informazione banale. Possiamo rispondere quando abbiamo tempo, evitare conversazioni inutili, mantenere rapporti con persone che vivono dall’altra parte del mondo. Sarebbe ridicolo sostenere che il telefono fisso o le cabine telefoniche fossero una forma superiore di civiltà.

Eppure qualcosa è cambiato. Abbiamo cominciato a considerare la disponibilità immediata come una pretesa e la conversazione spontanea come un impegno da programmare. Prima di chiamare scriviamo: «Posso telefonarti?». L’altro risponde: «Tra dieci minuti». Poi magari passano quaranta minuti e arriva un altro messaggio: «Facciamo domani?».

Per una telefonata di cinque minuti abbiamo organizzato una piccola riunione aziendale.

Forse non è soltanto una questione di educazione digitale. È che parlare richiede una presenza che scrivere non pretende. Un messaggio possiamo correggerlo, cancellarlo, ignorarlo. Possiamo scegliere le parole più convenienti, aggiungere una faccina per attenuare una frase, aspettare prima di rispondere a qualcosa che ci mette in difficoltà. La voce, invece, ci tradisce. Rivela l’impazienza, l’emozione, l’imbarazzo. Non concede sempre il tempo di costruire una versione migliore di noi stessi.

Abbiamo imparato a comunicare senza esporci troppo

C’è una forma di protezione nel messaggio scritto. Possiamo dichiarare qualcosa di importante e poi appoggiare il telefono sul tavolo. Possiamo discutere senza ascoltare il tono dell’altra persona. Possiamo perfino interrompere una relazione attraverso uno schermo, evitando quel momento terribilmente umano in cui bisogna sostenere il dolore che abbiamo provocato.

Non significa che prima fossimo tutti coraggiosi e sinceri. Le persone hanno sempre trovato modi ingegnosi per evitare le conversazioni difficili. Ma oggi abbiamo a disposizione strumenti straordinariamente efficienti per non affrontarle.

E intanto si è affermata una nuova abitudine: i messaggi vocali. Sono una soluzione curiosa, quasi un compromesso sentimentale. Vogliamo sentire la voce, ma non necessariamente ascoltare una risposta nello stesso momento. Possiamo parlare per quattro minuti senza essere interrotti, come se la conversazione fosse diventata una serie di piccoli monologhi.

Il destinatario, se vuole, può persino ascoltarci a velocità doppia. La nostra voce è diventata qualcosa da accelerare. Una possibilità tecnicamente meravigliosa e umanamente un po’ malinconica.

Pensare alle vecchie cabine telefoniche, a questo punto, fa quasi sorridere. Allora pagavamo per ogni minuto di conversazione e cercavamo di prolungarlo. Oggi possiamo parlare gratuitamente per ore, ma spesso preferiamo mandare un messaggio di dieci secondi.

E se avessimo paura delle conversazioni impreviste?

Forse il problema non è che abbiamo smesso di telefonare. È che abbiamo progressivamente eliminato l’imprevisto dalle relazioni.

Vogliamo sapere chi arriva, quando arriva, perché arriva e possibilmente quanto si fermerà. Gli amici non passano quasi più senza avvisare. Le telefonate devono essere concordate. Persino gli incontri sentimentali cominciano spesso con lunghissime conversazioni scritte, nelle quali cerchiamo di capire tutto dell’altra persona prima ancora di averla incontrata.

Vogliamo ridurre il rischio di perdere tempo, di sentirci a disagio, di non sapere cosa dire. Solo che una parte importante dell’intimità nasce proprio da quei momenti.

Da una risata che interrompe un discorso serio. Da una pausa troppo lunga. Da una frase pronunciata male e poi spiegata meglio. Dalla possibilità di accorgersi, ascoltando una voce, che qualcuno non sta bene anche se continua a ripetere che va tutto bene.

Non credo che dovremmo tornare a telefonarci ogni sera. Sarebbe un’altra di quelle nostalgie un po’ artificiose con cui ci piace raccontare che il passato era migliore. E non credo nemmeno che le cabine telefoniche fossero luoghi particolarmente romantici quando pioveva, la scheda non funzionava o qualcuno aveva lasciato la cornetta fuori posto.

Ma forse potremmo ricominciare a fare una cosa semplicissima: chiamare qualcuno senza avere una ragione precisa.

Non per chiedere un favore, organizzare un appuntamento o comunicare un’urgenza. Soltanto per sapere come sta. E magari accettare che la conversazione duri più del previsto, che ci siano dei silenzi, che per qualche minuto non possiamo fare contemporaneamente altre cinque cose.

Perché il paradosso della nostra epoca è questo: possiamo parlare con chiunque, in qualsiasi momento, da qualsiasi parte del mondo. Eppure abbiamo sempre più bisogno di un appuntamento per ascoltarci.

Un tempo, davanti a una cabina telefonica, aspettavamo che si liberasse una linea per parlare con qualcuno. Oggi abbiamo tutte le linee del mondo a disposizione, ma sembriamo avere sempre meno tempo per usarle.

Forse non abbiamo dimenticato come si parla.

Abbiamo dimenticato quanto fosse bello farlo senza uno scopo.