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Sinner torna per i milioni di Riad, ma l’Italia giocherà la Coppa Davis senza di lui: siamo sicuri che il problema sia Jannik?

Jannik Sinner tornerà a giocare a tennis dove il denaro ha imparato a fare più rumore degli applausi. Non a Torino, non in un torneo del circuito ATP e nemmeno con la maglia azzurra della Coppa Davis. Il suo ritorno è previsto a Riad, in Arabia Saudita, dal 27 al 30 dicembre, per il Six Kings Slam, l’esibizione che ha trasformato sei campioni in protagonisti di uno degli spettacoli più remunerativi del tennis mondiale.

La notizia è arrivata attraverso Instagram, con una storia che rilancia la locandina della manifestazione. Un gesto apparentemente ordinario, sufficiente però a riaprire una discussione che va ben oltre la racchetta: è ancora possibile distinguere le ambizioni sportive dagli interessi economici? E fino a che punto un campione deve sentirsi responsabile delle aspettative del proprio Paese?

Domande legittime, a patto di non trasformarle in accuse frettolose.

Il ritorno di Sinner, tra milioni di dollari e un ginocchio da proteggere

Il Six Kings Slam avrebbe dovuto disputarsi dal 21 al 24 ottobre, prima che le tensioni e i problemi di sicurezza in Arabia Saudita ne imponessero il rinvio. Il nuovo appuntamento è fissato negli ultimi giorni dell’anno.

Sinner conosce molto bene quel palcoscenico. Ha conquistato entrambe le prime due edizioni della manifestazione, superando Carlos Alcaraz nelle finali e incassando, in ciascuna occasione, un premio da sei milioni di dollari.

Numeri che raccontano una trasformazione profonda dello sport professionistico. Perché il Six Kings Slam non assegna punti per la classifica ATP, non custodisce la tradizione di Wimbledon e non possiede il valore storico della Coppa Davis. Eppure riesce ad attirare alcuni dei migliori tennisti del pianeta grazie alla sua straordinaria capacità economica.

Sarebbe ingenuo fingere che il denaro non conti. Ma sarebbe altrettanto scorretto sostenere che Sinner abbia deciso di giocare in Arabia Saudita semplicemente perché pagato profumatamente.

Il campione italiano non disputa una partita ufficiale dal 12 luglio, quando ha sconfitto Alexander Zverev nella finale di Wimbledon. Il successivo stop per l’infortunio al ginocchio ha condizionato tutta la seconda parte della stagione. Il torneo di dicembre potrebbe rappresentare un’occasione per ritrovare il ritmo competitivo prima del 2027, senza la pressione immediata della classifica.

E soprattutto non bisogna dimenticare un particolare: tra la Coppa Davis e l’esibizione saudita passa più di un mese. Per un atleta che sta recuperando da un infortunio, non è una differenza irrilevante.

Coppa Davis senza Sinner: la maglia azzurra vale ancora qualcosa?

Mentre Sinner programma il rientro, Filippo Volandri prepara un’altra sfida: difendere il titolo mondiale conquistato dall’Italia nelle ultime tre edizioni della Coppa Davis.

Le Finals si disputeranno a Bologna dal 24 al 29 novembre. Il debutto azzurro è previsto mercoledì 25 novembre, alle 16, contro la Corea del Sud. In caso di successo, l’Italia affronterà la vincente tra Repubblica Ceca e Canada.

La prima lista dei convocati comprende Lorenzo Musetti, Flavio Cobolli, Luciano Darderi, Simone Bolelli e Andrea Vavassori. Restano per il momento fuori Matteo Berrettini, Matteo Arnaldi e Lorenzo Sonego, mentre Sinner prosegue il recupero.

Volandri potrà ancora intervenire sulla formazione, effettuando fino a tre sostituzioni entro il 23 novembre.

Ma al di là delle convocazioni, la questione è culturale.

Per decenni ci siamo abituati a considerare la nazionale come il vertice morale della carriera di uno sportivo. Vestire la maglia del proprio Paese doveva rappresentare qualcosa che nessun contratto e nessun assegno avrebbero potuto comprare.

Oggi il tennis vive una realtà diversa. I calendari sono sempre più impegnativi, gli atleti sono diventati marchi internazionali e le scelte professionali vengono costruite attorno a salute, risultati, sponsor e sostenibilità della carriera.

Pretendere che tutto questo scompaia davanti alla bandiera è una forma di romanticismo comprensibile. Ma il romanticismo non cura un ginocchio infortunato.

Il vero problema non è Sinner. È un tennis che rischia di avere un prezzo per tutto

Eppure liquidare ogni critica come semplice nostalgia sarebbe altrettanto superficiale.

Il Six Kings Slam rappresenta perfettamente il nuovo equilibrio di potere nello sport mondiale: competizioni costruite attorno alla disponibilità economica degli organizzatori, campioni trasformati in attrazioni globali e manifestazioni capaci di conquistare attenzione anche senza una vera tradizione agonistica.

L’Arabia Saudita sta investendo enormi risorse nello sport come strumento di visibilità e prestigio internazionale. Un progetto che solleva anche interrogativi sul rapporto tra grandi eventi, immagine pubblica dei Paesi ospitanti e diritti umani.

Non spetta naturalmente a Sinner risolvere tutte queste contraddizioni. Un tennista non può essere chiamato a rispondere delle scelte geopolitiche di un’intera industria.

Ma chi racconta lo sport ha il dovere di riconoscere che quelle contraddizioni esistono.

Perché se domani fosse possibile organizzare una competizione con un premio ancora più alto, un pubblico ancora più grande e nessuna storia sportiva alle spalle, quanti campioni sarebbero disposti a rinunciarvi per difendere il prestigio di un torneo tradizionale?

La risposta, probabilmente, ci piacerebbe meno della domanda.

Sinner non deve dimostrare di amare l’Italia ogni volta che entra in campo

Il rischio più grande, in questa vicenda, è costruire un processo alle intenzioni.

Sinner ha contribuito in maniera decisiva a rendere il tennis uno degli sport più seguiti dagli italiani. Ha conquistato risultati straordinari e ha rappresentato il Paese sui palcoscenici internazionali più importanti.

Non dovrebbe essere necessario ricordare continuamente questi meriti per giustificare una scelta professionale.

Un campione non diventa meno italiano perché partecipa a un’esibizione milionaria. E non diventa automaticamente più patriottico perché rinuncia a un compenso.

Naturalmente la libertà di scegliere non comporta l’immunità dalle critiche. I tifosi possono desiderare di vederlo in Coppa Davis, discutere il peso del denaro nel tennis e interrogarsi sulle priorità dei grandi protagonisti.

Ciò che non possono fare, almeno senza elementi concreti, è trasformare un programma di recupero fisico in una prova di scarso attaccamento alla nazionale.

Il tennis italiano è diventato grande abbastanza da non dipendere da un solo uomo

C’è infine un aspetto della vicenda che merita attenzione.

L’Italia arriva alla Coppa Davis da campione in carica per tre anni consecutivi. Una continuità che testimonia la qualità di un movimento molto più ampio del suo giocatore più famoso.

Cobolli, Musetti, Darderi, Bolelli e Vavassori non sono comparse chiamate a sostituire una star. Sono atleti con una propria storia e una responsabilità sportiva importante.

Forse il segnale più interessante sarà proprio questo: scoprire se sappiamo sostenere il tennis italiano anche quando il suo volto più celebre non è in campo.

Perché una nazionale davvero forte non dovrebbe avere bisogno di un salvatore permanente.

Il punto di vista

La presenza di Sinner a Riad non è uno scandalo. È, semmai, lo specchio di un sistema nel quale il denaro sta cambiando le gerarchie dello sport più velocemente di quanto i tifosi siano disposti ad accettare.

La critica dovrebbe rivolgersi soprattutto a questo modello, non diventare un’accusa personale a un atleta che deve ancora completare il proprio recupero.

Ma il dibattito non va nemmeno soffocato in nome dell’ammirazione per un campione.

Possiamo amare Sinner, rispettare le sue scelte e contemporaneamente chiederci se un tennis sempre più ricco stia diventando anche uno sport migliore.

Perché il vero problema non è che Jannik torni a giocare a Riad.

Il problema sarebbe arrivare al punto in cui il valore di una partita si misura soltanto da quanto viene pagata.