“We are who we are”: ecco perché la nuova serie di Luca Guadagnino ha conquistato la critica americana

«Per tutta la vita fingiamo di essere qualcuno altro, per poi scoprire che eravamo qualcuno che fingeva di essere noi».

L’adolescenza, la non accettazione di sé, l’identità di genere, la famiglia, la scoperta del proprio io, il rapporto con il mondo adulto, questi sono i temi tratti nella prima serie di Luca Guadagnino We are who we are, acclamata dalla critica americana.

Il regista di Call by your name (candidato agli Oscar come miglior film 2018) approda nel piccolo schermo italiano con un nuovo progetto di cui si firma showrunner, sceneggiatore, regista e produttore esecutivo. La serie, scritta con Paolo Giordano, Sean Conway e Francesca Manieri, prodotta da The Apartment Wildside e Sky-HBO, è composta da otto episodi in onda su Sky Atlantic dal 9 ottobre 2020.

We are who we are racconta un legame d’amicizia tra due adolescenti: il misterioso Fraser Wilson (Jack Dylan Grazer) e l’indipendente Caitlin Poythress (Jordan Kristine Seamon). Un legame creato dopo il trasferimento di Freser e la sua famiglia nella base militare americana di Chioggia. Un rapporto nato tra due anime affini per affrontare insieme l’ambiguità e l’oscurità del mondo esterno. Una celebrazione della ricerca dell’identità raccontata dalla delicatezza e dal dettaglio della regia di Luca Guadagnino. Non un inno alla bellezza idealizzata presente in Call by your name, ma una storia sincera, confusionaria, oscillante. Non una semplice serie adolescenziale, ma una narrazione vertiginosa come la vita. Una presentazione dei personaggi che viene impostata su di un lungo “stream of consciousness”, per dirla alla maniera del modernismo inglese, dei protagonisti. Il primo episodio incentrato sul punto di vista di Freser e il secondo, invece, su quello di Caitlin. Un flusso di emozioni, pensieri che immergono lo spettatore nel mondo interiore dei protagonisti, grazie anche alla fotografia di Fredrick Wenzel, Yorik Le Saux e Massimiliano Kuveiller. Inquadrature spesso capovolte e rallentate, l’uso dello zoom per l’introspezione dei personaggi, la colonna sonora che accompagna i movimenti delle immagini, le scene molto lunghe e il ritmo lento, sono tutti elementi che fanno riconoscere la mano del regista.

«Gli americani sono felici solo in America» (Fraser)

We Are Who We Are non è solo un racconto sulla scoperta della vita, ma rivolge lo sguardo verso la contemporaneità. La serie è ambientata nel 2016, prima della vittoria alle presidenziali americane di Trump e si pone alla vigilia delle elezioni del 2020. Una scelta meditata per istaurare nella serie alcune tematiche politiche in linea con gli eventi attuali. Dalla famiglia inusuale di Caitlin di cui il padre è un fervente sostenitore di Trump, la madre nigeriana si nasconde dietro una falsa felicità e il fratello che si avvicina all’Islam, alle due madri di Frazer e la loro difficoltà nell’entrare a far parte del mondo militare per anni chiuso all’inserimento delle donne. Tematiche che si srotolano in un luogo surreale: una piccola America nel territorio veneto, che riprende il “somewhere in Italy” di Chiamami con il tuo nome. Un atomo chiuso che riflette contraddizioni e conflitto tra adolescenti ed adulti, capace di parlare al mondo.

In fine, una serie che si presenta come un lungo film di otto ore, descrizione espressa da Guadagnino stesso, che esplora l’anarchia interiore dei protagonisti e un mondo fondato sulla diversità e in continuo mutamento. Una serie che conferma la volontà di diventare un manifesto generazionale per i giovani, in cui lottare per urlare la propria unicità al mondo diventa un dovere.

Maria del Vecchio