«Il giornalismo non è un mestiere di parte, ma un presidio: serve a rendere comprensibile il mondo, a distinguere i fatti dalle narrazioni e a offrire ai cittadini gli strumenti per orientarsi senza delegare il proprio giudizio.»
Ezio Mauro pronuncia queste parole con la sobrietà di chi ha attraversato decenni di storia pubblica senza mai smarrire il senso della misura. Non c’è enfasi, ma una consapevolezza profonda: informare significa costruire uno spazio comune in cui sensibilità diverse possano riconoscersi nei fatti prima ancora che nelle opinioni.
Tra le voci più autorevoli del giornalismo europeo, Mauro ha diretto La Stampa e la Repubblica, accompagnando il racconto delle trasformazioni politiche e sociali degli ultimi decenni. Il suo lavoro ha sempre intrecciato cronaca e riflessione, restituendo al lettore non solo ciò che accade, ma il contesto necessario per comprenderlo. È un giornalismo che non alza la voce, ma scava; che non semplifica, ma chiarisce. Al Teatro Carcano di Milano, il suo recente incontro con il pubblico ha offerto una riflessione intensa sulla figura di Alexei Navalny, letta come chiave per interrogarsi sul significato contemporaneo di libertà, dissenso e responsabilità istituzionale universale anche oltre ogni ideologia e corrente politica . Non un racconto celebrativo, ma un invito a osservare la complessità del presente, a partire dal rapporto tra individuo e potere e dal ruolo dell’Europa nello scenario globale. Questa stessa attenzione attraversa il suo ultimo saggio, Il silenzio dell’opinione pubblica (Feltrinelli), dove Mauro esplora le trasformazioni della comunicazione contemporanea: il sovraccarico informativo, la velocità del dibattito digitale, la difficoltà di costruire un confronto che sia davvero ascolto reciproco. In un tempo in cui tutti parlano, suggerisce, la sfida più urgente è tornare a capire chi ascolta e come si forma un’opinione consapevole. Abbiamo avuto l’onore di incontrarlo nel Salotto di Domanipress: un dialogo misurato e profondo che attraversa informazione, comunicazione e responsabilità civile, offrendo ai lettori non risposte definitive, ma strumenti per guardare il presente con maggiore lucidità. Un incontro che ricorda come la parola pubblica, quando è esercitata con rigore, possa ancora essere uno spazio condiviso.
Direttore, siamo abituati a leggerla sulle pagine dei giornali o nei suoi saggi. Oggi invece la troviamo in una cornice culturale diversa, quella del teatro che ha scelto per raccontare la sfida di Alexei Navalny. Perché questo contesto?
«Il Carcano organizza questi incontri del lunedì in modo molto particolare: a una persona viene chiesto di raccontare qualcosa che ha studiato davvero, qualcosa che ha vissuto o che ha incontrato nel proprio lavoro, e di farlo in una forma che non è una conferenza accademica, ma un racconto pubblico, accessibile, umano. Mi è stato chiesto di ragionare su Navalny e, più in generale, sul dissenso in Unione Sovietica e in Russia, perché Navalny rappresenta l’apice di quella traiettoria e potremmo addirittura dire la prova estrema. Il suo tentativo di rottura del sistema, di cambiamento, si è infranto con la sua morte: lì si è visto fino a dove un potere può spingersi pur di non cedere l’idea stessa dell’alternanza. Eppure è proprio per questo che la vicenda non è affatto chiusa. Non si è chiusa con la morte del prigioniero politico. È una storia emblematica, che continua a interpellarci: ci chiede cosa sia il coraggio, cosa sia la libertà, cosa significhi opporsi quando il prezzo dell’opposizione può diventare totale.»
Come mai la figura di Navalny continua a interrogarci anche dopo la sua morte?
«Perché non è soltanto una storia russa. Navalny ci mette davanti a un punto che riguarda tutte le democrazie: la libertà non è un arredamento stabile della storia, non è un comfort acquisito una volta per tutte. È un equilibrio delicato. Navalny ha mostrato che un sistema può presentarsi con una superficie “normale”, con istituzioni, elezioni, procedure, e al tempo stesso avere un’anima autoritaria che non tollera davvero un avversario. Quando un’opposizione diventa credibile, quando non è più testimonianza individuale ma alternativa politica, allora il potere reagisce con una durezza che rivela la sua vera natura. E questo vale come ammonimento anche per noi: ci ricorda che le garanzie si difendono ogni giorno, che lo Stato di diritto non è un dato naturale, ma un costrutto umano.»
Lei lo ha conosciuto personalmente. Che impressione le fece in quell’incontro del 2012?
«L’ho conosciuto nel 2012 e ho passato una giornata con lui. Quello che mi colpì subito fu il metodo: Navalny non era soltanto un uomo che faceva denuncia, era un uomo che aveva costruito un meccanismo. Mi portò nell’ufficio del suo movimento, che all’epoca era nella fase iniziale dell’attività pubblica. Arrivavano segnalazioni di sospetta corruzione da tutta la Russia attraverso le mail. E c’era una struttura vera: una squadra di avvocati che indagava, verificava, impostava le cause quando riteneva che ci fossero elementi per portare la questione in tribunale. C’era perfino un rendiconto economico: quanti soldi erano stati rubati al denaro pubblico, gonfiando opere pubbliche, con varie forme di taglieggiamento, di appropriazione, di abuso. Tutto questo veniva raccontato, documentato, reso pubblico. Navalny, con un po’ di demagogia e anche con una dose di qualunquismo — perché chiunque faccia politica deve semplificare — metteva però il dito su una piaga enorme a cui la popolazione russa è molto sensibile: la corruzione, lo sperpero, il privilegio che si trasforma in sistema. In quella fase assumeva la dimensione del vendicatore popolare, dell’uomo che indica e dice: “guardate, l’imperatore è nudo”.»
Si dice che Navalny sia “morto di opposizione”. È un’espressione forte. Cosa significa davvero?
«Quando dico che Navalny è morto di opposizione intendo una cosa precisa: non è decisivo stabilire l’ultima causa biologica della morte. Certo, le notizie sono frammentate, come sempre accade in un sistema che controlla e manipola. Ma la sostanza è che le condizioni in cui era incarcerato erano già una condanna. Era una condanna praticamente a vita, dentro un gulag, un lager — come lo chiamano i russi — in un luogo estremo, che non è scelto a caso. Quel tipo di prigionia non serve soltanto a privare della libertà: serve a privare della speranza. Testimonia la volontà di spezzare l’idea stessa di futuro. In questo senso, Navalny è morto per il fatto stesso di essere opposizione: perché il sistema ha deciso che un’opposizione reale non doveva esistere.»
Oltre alle idee su cui si può discutere o non essere totalmente d’acccordo, Navalny è diventato comunque per tutti un martire moderno, come mai?
«Navalny è significativo proprio perché rappresenta un salto storico: il passaggio dal dissenso all’opposizione. Chiunque abbia lavorato in Russia come corrispondente ha incontrato i dissidenti: figure importantissime, sotto il profilo morale, spirituale, dei diritti umani. Penso a Solženicyn, penso a Sacharov. Ma erano figure condannate alla solitudine: testimonianze individuali, senza contagio col popolo. Navalny invece è stato un leader: un concorrente, uno sfidante, un’alternativa possibile. E qualcosa che il potere non poteva accettare.»
Parlare di Navalny significa anche guardare alle nostre democrazie. Quanto è fragile lo Stato di diritto?
«Lo Stato di diritto è l’idea fondamentale della Repubblica liberale: siamo tutti sottoposti alla legge, senza distinzione tra chi governa e chi è governato. Questo implica una rete di controlli che rende il potere “responsabile”. Il potere è controllato dalla magistratura sul piano della legalità, dalla Corte Costituzionale sul piano della legittimità, dall’opposizione in Parlamento sul piano politico, e dai giornali sul piano sociale. I sistemi autoritari sono insofferenti verso questi controlli. E non parlo solo delle dittature dichiarate: penso anche alle “democrature”, che hanno una superficie liberale e un’anima autoritaria. Sono sistemi che si deformano pur di non farsi riformare. In Russia Navalny ha rappresentato il tentativo massimo di cambiare il sistema dall’interno. Il sistema si è deformato, si è irrigidito, ha alzato il livello di violenza simbolica e materiale pur di non accettare l’idea che qualcuno potesse davvero prendere il suo posto.»
La stampa è uno strumento di libertà. Come è cambiato il rapporto tra potere e giornalismo?
«La libertà di espressione è una delle condizioni dell’agibilità democratica. Nel caso di Navalny è stata decisiva: il muro che lo circondava si è rotto quando ha potuto usare i suoi strumenti digitali, quando è entrato nelle case dei russi due o tre volte al giorno con quel saluto ormai abituale: “Privet, eto Navalny”. Lì accade una cosa importante: lui si mette sullo stesso piano dell’ascoltatore, del telespettatore. Non parla dall’alto. Entra nella vita quotidiana. Indica quasi col dito: “guardate qui, non voltatevi dall’altra parte”. Mostra il palazzo, l’opulenza, lo strapotere, la reggia. E così la libertà di espressione diventa un grimaldello: un’informazione alternativa rispetto a quella del regime, capace di creare consenso, comunità, opposizione. Il potere, ovunque, è insofferente verso i giornali. Il potere non ama rendere conto»
Qual è la situazione attuale, spesso il filtro del giornalismo è sorpassato da un contatto diretto attraverso i social…
«Oggi siamo arrivati a forme di aggressione diretta: leader che, di fronte a domande sgradite, non rispondono, ma attaccano la persona, il carattere, perfino i tratti fisici. È qualcosa di inconcepibile in una democrazia compiuta. E soprattutto il potere deve capire che il rendiconto è parte della sua legittimità. Ma il punto, appunto, è che rischia di non esserci più un’opinione pubblica: senza opinione pubblica, il rendiconto evapora.»
Lei è stato direttore di due grandi quotidiani. Qual è il ruolo di un direttore dentro un giornale?
«Chi decide tutto è la realtà. I fatti ci interrogano, ci chiamano in causa. Un giornale non dovrebbe mai essere un meccanismo che ripete se stesso: deve farsi toccare dagli avvenimenti. Il direttore deve leggere ciò che accade e applicare una lente interpretativa che nasce dalla cultura del giornale, dalla sua storia, dalla sua identità. Questa cultura non è uno schema ideologico rigido: è un modo di guardare il mondo, un senso del limite, un’etica del racconto. Dall’incontro tra fatti e cultura nasce qualcosa di terzo: la reinterpretazione del presente. Io lo penso come una costruzione: come una cattedrale. Chi entra nelle pagine di un giornale deve uscire con una nozione della giornata che ha attraversato, del tempo che sta vivendo, del significato degli eventi. E questo è il patto di fiducia con il lettore.»
Oggi però l’informazione è ovunque, spesso disordinata. Nel suo libro Il silenzio dell’opinione pubblica riprende un dialogo con Bauman. Che cosa ci dice Bauman sull’informazione “liquida”?
«Ne abbiamo parlato con Bauman in un dialogo del 2014, pubblicato da Feltrinelli. E colpisce perché Bauman arriva quasi alle soglie dell’intelligenza artificiale con la sua speculazione. Bauman dice: viviamo in un’esplosione di opinioni private. Siamo dentro un pulviscolo informativo. Da un lato è una ricchezza assoluta: non c’è mai stato, nella storia dell’umanità, tanto consumo di informazione come oggi. Ed è una diffusione così capillare che non dobbiamo più andare a cercarla: ci raggiunge ovunque. Questo può accrescere la conoscenza e, idealmente, la democrazia dovrebbe desiderare un cittadino consapevole perché informato. Oggi, più di ieri, un cittadino può confrontare fonti diverse, anche di mondi lontani tra loro, e formarsi una propria opinione.»
E allora dov’è l’inganno di questa abbondanza?
«Il problema — dice Bauman — è che mentre aumenta il boom delle opinioni private, diminuisce il ruolo dell’opinione pubblica. E l’opinione pubblica non è la somma aritmetica delle opinioni private: è un luogo mentale e civile, una capacità collettiva di distinguere l’essenziale dal rumore, di costruire priorità, di produrre senso. Nel pulviscolo informativo rischiamo di essere guidati dall’istinto, dallo slogan, dalla frase ad effetto. E il mondo stesso è liquido: viviamo una successione continua di eventi, come le schermate che scorrono sui telefonini. Passano, scorrono, non ci toccano.»
Quali sono gli effetti della società liquida?
«Nulla dura abbastanza da diventare esperienza condivisa, punto di riferimento. In più, la realtà viene messa in discussione: il reale diventa ipotetico, si costruiscono controverità, la verità si moltiplica in versioni alternative. Si nega l’accaduto. E così si abitua il cittadino a non riconoscere la verità quando gli passa davanti. Ma l’atto politico più negativo è un altro: non pretenderla più, non chiederla più.»
Lei ha iniziato la sua carriera in un mondo analogico. Cosa si imparava allora che oggi rischiamo di perdere?
«Io ho iniziato addirittura nel mondo tipografico. Si scriveva con macchine da scrivere, o a mano in condizioni difficili. Gli stenografi registravano su nastro le telefonate degli inviati. Poi i fogli andavano in tipografia: con le linotype si trasformavano in piombo, e col piombo si costruiva la pagina. Si stampavano bozze umide, inchiostrate, portate al direttore, e dopo il via partivano camion e treni per distribuire il giornale. Tutto questo è stato corto-circuitato: la teletrasmissione ha permesso da tempo di stampare in luoghi diversi contemporaneamente, e internet ha realizzato il sogno del giornalismo: raccontare “adesso” quello che è successo “adesso”. Ha abolito barriere e tempo, ha reso tutto simultaneo. Il problema, però, è non perdere la ricerca di significato. Perché il senso non è automatico. La velocità può travolgere. Il compito morale del giornalismo resta quello: dare senso, costruire una comprensione, non limitarsi a far scorrere fatti.»
Una domanda personale e telegrafica: oggi lei legge la Repubblica? Si ritrova nella linea editoriale?
«Assolutamente sì. Mario Orfeo è un figlio di Repubblica. Lo ricordo giovanissimo, quando sono diventato direttore: bussava al mattino con una capacità di lettura e analisi rara. L’ho seguito nei suoi passaggi: politica, ufficio centrale, direzioni di altri giornali, esperienza televisiva e in RAI. Ma sempre con il marchio di Repubblica addosso. Quando è tornato, ha dimostrato di avere in mano i codici del giornale. E quei codici, in fondo, non cambiano.»
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Ezio Mauro quali sono le sue speranze e le sue paure?
«Il rischio evidente è lasciare un Domani ai nostri figli più pericoloso e ingovernabile di quello che i nostri genitori hanno lasciato a noi. E i nostri genitori venivano dalla guerra e dalla dittatura. Però c’è una speranza: che proprio la difficoltà a cui siamo di fronte produca una presa di coscienza. Forse è necessario un salto di qualità, uno strappo, uno scatto in avanti soprattutto per l’Europa. Le istituzioni e la politica devono adeguarsi a una nuova fase storica. E l’Italia può e deve fare la sua parte se resta unita verso questo obiettivo.»
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite










