Piero Pelù e la malattia dell’acufene: «Ne sto uscendo con le unghie e con i denti. Ho scritto brani nuovi, potenti, ho riscoperto idee dimenticate»

Il frontman dei Litfiba debutta alla Mostra del Cinema di Venezia con un film che è molto più di un ritratto d’artista. È una rinascita, un urlo sommesso, un viaggio dentro la vertigine del dolore e la forza della musica.

Di lui conosciamo tutto: la voce che graffia, gli occhiali scuri, la camminata da guerriero urbano, i riff che hanno incendiato l’Italia dagli anni Ottanta in poi. Ma c’è qualcosa che ancora non sapevamo di Piero Pelù, qualcosa che scotta, che punge come un feedback mal calibrato, che resta dentro. Quel rumore dentro – così si intitola il film – che lo ha costretto a fermarsi, a guardarsi in faccia, a tornare bambino, padre, nonno, e poi artista. E che ora diventa un evento speciale alla 82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

“Piero Pelù. Rumore dentro” – scritto da lui stesso e diretto da Francesco Fei, il regista che ha raccontato Battiato, Carmen Consoli, i Verdena – non è un documentario. Non è un biopic, non è fiction, non è un omaggio patinato. È, come lo descrive Pelù stesso, «un viaggio fuori dalle strade comuni». Un road movie dell’anima, scandito dal silenzio assordante di un acufene, e dai battiti disordinati di una rinascita artistica e personale.

Una frattura sonora e una nuova vita

Tutto inizia nell’ottobre del 2022, durante una sessione di registrazione. Un errore tecnico, uno shock acustico improvviso, lo svenimento, il buio. Da quel momento, la musica non è più stata la stessa. Gli acufeni hanno devastato il suo equilibrio, costringendolo a cancellare un tour e a confrontarsi con la possibilità di dire addio alla dimensione live che per decenni è stata il suo habitat.

Ma non è nel silenzio che Piero Pelù si arrende. È lì che ricomincia.

Nel film, in uscita nelle sale italiane solo il 10, 11 e 12 novembre grazie a Nexo Studios, vediamo Pelù abbandonare il palco per ritrovarsi tra affetti e ossessioni, paure e speranze. Un percorso che si snoda tra gli archivi video che raccontano quarant’anni di carriera (e resistenza), le chiacchiere sincere con la famiglia, gli amici di sempre e le anime rock che hanno condiviso con lui la scena: i Litfiba, certo, ma anche il Pelù uomo, il viaggiatore, il nonno con i jeans strappati e il cuore intatto.

Un viaggio gitano, dentro e fuori di sé

C’è anche un pellegrinaggio simbolico, come in ogni viaggio di rinascita che si rispetti: Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, dove ogni anno i gitani celebrano Santa Sarah la Nera, protettrice dei viaggiatori e tatuaggio sacro sull’avambraccio di Piero. È qui che la pellicola si fa rito, danza, resurrezione. Il rock diventa spirituale, senza perdere mai il graffio.

Pelù si mette a nudo senza mai diventare vittima. Non cede alla retorica, né alla commiserazione. «Ne sto uscendo con le unghie e con i denti. Ho scritto brani nuovi, potenti, ho riscoperto idee dimenticate», confessa nel film. E si percepisce chiaramente che questo non è solo un ritorno, ma una trasformazione radicale.

Oltre l’icona, un uomo libero

“Rumore Dentro” è anche un manifesto della sua visione artistica: nessun compromesso, nessuna scorciatoia, nessuna convenienza. Pelù ha sempre camminato “off road”, come lui stesso ama dire, e questo film è la prova che, anche quando la strada si interrompe, si può continuare a camminare.

A renderlo ancora più potente, la regia intima e mai invadente di Francesco Fei, già autore di “Dentro Caravaggio” e “La Regina di Casetta”, capace di raccontare senza tradire. Il regista raccoglie i pezzi di un’anima inquieta e li riassembla con rispetto e poesia.

La musica, ancora e sempre

“Piero Pelù. Rumore Dentro” è la storia di un uomo che ha avuto tutto e ha rischiato di perdere ciò che più amava. Che ha avuto paura e ha trovato il coraggio nel luogo più scomodo: dentro di sé. Che ha scoperto che anche il rumore, se ascoltato fino in fondo, può diventare melodia.

Un film per chi ama il rock. Ma soprattutto per chi sa che la vera forza non è urlare, ma continuare a suonare quando il mondo sembra diventato muto.

Piero non è mai stato solo una rockstar. E adesso, non chiamatelo nemmeno così.
Chiamatelo viaggiatore, chiamatelo sopravvissuto.
O semplicemente: Piero.

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Stefano Germano, laureato presso l'IULM, è un appassionato di TV e cultura moderna e new media è sempre alla ricerca delle storie più intriganti e delle tendenze culturali del momento.