Le parole hanno il potere di distruggere e di creare ma sopratutto di rappresentarci in quanto esseri umani. In un mondo iperconnesso, in cui i costumi sociali sono in perenne movimento, i social costituiscono il teatro privilegiato di scontri comunicativi con conseguenze dirette sul “mondo reale” rendendo la scelta del linguaggio che utilizziamo per raccontarci in rete un atto fondamentale che è importante vivere consapevolmente. Di questo e di tanto altro parla il nuovo libro edito da LonganesiTienilo acceso Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” scritto a quattro mani da due professionisti della comunicazione: la sociolinguista e docente presso l’Università di Firenze Vera Gheno, che collabora con la prestigiosa l’Accademia della Crusca, ed il filosofo della comunicazione Bruno Mastroianni social media strategist dei canali social della Rai e collaboratore presso il dipartimento di filosofia dell’Università di Perugia. Oggi più che mai si può smettere di parlare di rete contrapposta alla vita reale: la vita è contemporaneamente online e offline, e non sempre si è in grado di gestire questa complessità. Il libro mostra come, nel suo piccolo, ogni utente possa fare la differenza, imparando come reagire e comportarsi quando ci si trova a confronto con gli haters della rete. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Vera Gheno e Bruno Mastroianni ed abbiamo parlato con loro di come gestire l’ identità digitale sui social media in maniera consapevole analizzando il fenomeno tra fake news ed hatespeech.

Nel vostro ultimo libro “Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello” (2018, Longanesi) indagate le dinamiche della comunicazione sui social network. Oggi il dibattito culturale, politico e sociale passa inevitabilmente sui canali digitali; quali sono le opportunità e i rischi di questo modus comunicandi? Com’è nata l’esigenza di scrivere un libro su questo tema?

V: «La nostra esigenza ha basi molto personali. Intanto, sia io che Bruno frequentiamo la rete da una ventina d’anni, e abbiamo assistito al cambiamento nelle dinamiche comunicative della rete provocato dall’apertura di quest’ultima al largo pubblico. Da fenomeno circoscritto, elitario, a fenomeno di massa, con tutte le complicazioni che questo ha comportato e comporta. L’esigenza nasce dall’idea che ci sia stata data una nuova dimensione relazionale e comunicativa, senza che in realtà, come esseri umani, fossimo preparati a gestirla. Non esistono esami per accedere alla rete, in particolare ai social. Per questo, noi paragoniamo spesso la connessione a una Ferrari, rispetto alla quale siamo come dei neopatentati: la maggior parte dei problemi nasce non da qualche misteriosa “cattiveria” umana, ma semplicemente da imperizia di fronte alle enormi potenzialità che ci dà internet. Perché, allora, non cercare di condividere la nostra esperienza, di utenti prima di tutto che di studiosi, allontanandosi per una volta dalla prospettiva di spegnere, vietare, regolare, e concentrandosi su cosa si possa fare per tenere accesi i nostri strumenti, e al contempo il nostro cervello?»

B: «Il problema è che spesso ci viene da interpretare la realtà della connessione con uno sguardo inadeguato, con categorie del passato. Ad esempio, finiamo a parlare di “strumenti” come se il problema della connessione si riducesse a un uso (più o meno virtuoso) dei dispositivi o dei mezzi che ci permettono di vivere connessi. L’accento va invece posto sulla questione più ampia della vita connessa che ormai viviamo ordinariamente: quali significati diamo alle nostre relazioni online? Che senso diamo ai nostri atti di comunicazione quotidiani che vanno da un messaggio di WhatsApp a un like su Facebook? Sono atti che hanno una portata maggiore e raggiungono molte più persone di quanto avremmo mai fatto prima. La connessione ci ha reso tutti piccoli personaggi pubblici, come tali dobbiamo riconfigurare il nostro modo di agire in società tramite la tecnologia. L’uso degli strumenti è la parte minimale e iniziale della sfida; qui c’è una questione di responsabilità e riguarda il senso che vogliamo dare alla nostra vita connessa.

Si parla spesso del fenomeno delle fake news che rimbalzano sui canali digitali in maniera incontrollata… I grandi player del settore come Google e Facebook  adottano già delle misure che regolano il flusso di informazioni errate… quali potrebbero essere delle misure efficaci per arginare il problema? Recentemente si parla anche di educazione alla lettura consapevole nelle scuole…

V: «Siamo profondamente convinti che la vera rivoluzione in questo contesto si possa fare solo con l’(auto)educazione a riconoscere la natura delle notizie che ci vengono messe davanti al naso. L’idea che siano altri (magari algoritmi, magari persone in carne e ossa) a decidere al posto nostro cosa sia vero e cosa sia falso è, a nostro avviso, molto consolatoria, ma un po’ illusoria: in realtà, sono molti più i casi in cui vero e falso si compenetrano, che non quelli dove il vero e il falso sono chiaramente e inequivocabilmente identificabili. Per questo occorre iniziare il prima possibile ad allenarsi a decodificare le notizie, imparando a riconoscere e gestire le reazioni di pancia, di cuore e di cervello: le prime due, infatti, tendono a mettere la testa in secondo piano, con gli ovvi rischi del caso».

B: «Con gli smartphone ci siamo messi in tasca non solo la possibilità di accedere potenzialmente a qualsiasi tipo di informazione e di poter in ogni momento intervenire nel dibattito pubblico. In quella stessa tasca dobbiamo mettere anche le competenze per farlo. Prima, ciò che era dibattito pubblico doveva passare dalla selezione di giornalisti, editori e operatori dei media, ora questa selezione deve essere fatta dagli stessi utenti, con criterio. È illusorio pensare di tornare allo scenario precedente, in cui qualcuno può tornare a essere il selezionatore delle notizie. Tra l’altro anche prima, quando il dibattito aveva una certa selezione, non mancavano fenomeni di manipolazione e disinformazione. La svolta è questa: la capacità di verificare l’attendibilità delle informazioni non è più compito solo di giornalisti e professionisti dei media, ma è un compito che spetta a ciascuno come cittadino della società interconnessa».

Anche la narrazione politica italiana e mondiale è veicolata principalmente su Facebook e Twitter, il caso di Cambridge Analytica ci ha insegnato che le potenzialità dei social media possono essere utilizzate anche per influenzare l’opinione pubblica. Che cosa è cambiato nel rapporto tra comunicazione politica e social network? Nel libro citate anche Piero Dominici e la sua riflessione sulla democrazia: quanto i social network possono essere considerati oggi espressione di democrazia?

V: «Se impiegati bene, i social media possono essere espressione più democratica del “sentire popolare” rispetto ai mezzi di comunicazione tradizionali, dato che questi ultimi normalmente sono in mano a un numero circoscritto di persone. Tuttavia, la democratizzazione e la disintermediazione dell’informazione provocano anche una complicazione di tutto il sistema comunicativo e mediale: ridimensionandosi il ruolo degli intermediatori, l’utente finale diventa contemporaneamente più “udibile”, ma anche più esposto alle distorsioni informative.
Nel solco di quanto dicevano Don Milani prima, Tullio De Mauro poi (si pensi solo alle Dieci Tesi per un’educazione linguistica democratica), usare bene le parole sono il modo che ogni persona ha di conquistare più potere all’interno della società e, del resto, solo sapendo comunicare bene si può aspirare alla pienezza della cittadinanza democratica in questa società ipercomplessa».
B: «La comunicazione è il luogo dove si costruiscono le relazioni di potere. Da sempre. Nel passato i simboli, i riti, l’architettura e l’arte servivano spesso a consolidare il potere dei sovrani. Nella società di massa i media sono diventati il centro di questa relazione. Con l’interconnessione sta accadendo lo stesso: c’è chi riesce a sfruttare le dinamiche di comunicazione dei social e del web per ottenere vantaggi in termini di consenso e potere. La strada da percorrere allora è solo una: mettere i cittadini nelle condizioni di entrare con consapevolezza e capacità in questa relazione. La connessione ha democratizzato l’accesso al dibattito pubblico e la possibilità di immettere nuovi messaggi e nuovi significati da parte di chiunque. Si può manipolare grazie alla tecnologia, ma con quella stessa tecnologia si può illuminare, smascherare, far cambiare in meglio il modo di vedere le cose. La questione è culturale e politica più che tecnica: riusciremo a far crescere una generazione consapevole e attiva nell’iperconnessione? Questa la sfida. Se non si coglie, ci dovremmo accontentare di come altri decideranno di strutturare le nostre relazioni di potere».

Vera, oltre ad essere scrittrice e docente universitaria collabori attivamente con l’Accademia della Crusca gestendo il profilo Twitter… In che stato di salute si trova oggi la lingua italiana? 

«De Mauro lo diceva sempre: l’italiano sta bene; lo dimostra, ad esempio, la sua capacità di adattarsi alle nuove situazioni comunicative, come quelle offerte dai social. Gli italiani, invece, dal punto di vista culturale, non stanno benissimo: i dati ISTAT, e quelli di altre rilevazioni statistiche, mostrano che siamo un popolo culturalmente un po’ pigro, un po’ adagiato sugli allori del passato. Se vogliamo influire sulla qualità e sullo stato di salute della nostra lingua, essendo noi elementi fondamentali di questo processo, semplicemente in quanto parlanti dell’italiano, dobbiamo tornare globalmente a essere più curiosi, più elastici, meno dogmatici, consci dei nostri limiti e invogliati da tali limiti ad allargare i confini della nostra conoscenza, senza arroccarci, per paura, nel piccolo recinto delle cose che già conosciamo. La rete offre tanti mezzi per arricchirsi, culturalmente e linguisticamente. E già tante persone dimostrano interesse nei confronti degli argomenti linguistici: si pensi solo agli avamposti social non solo della Crusca, ma anche di Treccani, Zanichelli,… Sui social siamo tanti a “fare cultura”, spesso con ottimi riscontri».

Bruno, gestendo i profili social di varie trasmissioni RAI di contenuto culturale, qual è invece la tua percezione dello stato della cultura in Italia e di come le persone discutono di contenuti culturali soprattutto sui social?

«Direi che c’è grande passione e fermento. E personalmente lo ritrovo proprio in quelle discussioni, spesso aspre e un po’ scomposte, che si generano sui social. Quando vedo utenti discutere appassionatamente su questioni storiche, a proposito di personaggi noti, su vicende che hanno segnato il nostro paese, mi preoccupa poco che alcuni di loro non siano sufficientemente competenti o che il loro modo di esprimerlo non sia perfetto: è segnale dell’interesse e della fame di significati che c’è nella nostra società. La riprova: quando ci si impegna ad ascoltare le domande (anche quando mal poste), quando si fa lo sforzo di offrire risposte, argomentando, offrendo spunti, con toni gradevoli e pacifici, poi si scopre che moltissimi sono disposti a discutere al di là di quella sensazione di “litigio continuo” che ci sembra emergere dai social. Direi che oggi qualsiasi organizzazione che ha voce in capitolo nel dibattito (dalle istituzioni culturali, ai canali televisivi, ai media classici) dovrebbe fare questo lavoro di dialogo e discussione con gli utenti attraverso social media manager preparati. Non c’è un dibattito ideale, c’è il dibattito reale così come è, e c’è bisogno che chi ha competenze, conoscenze, idee generative, accetti di entrarvi con coraggio e pazienza. Questo, a mio avviso, è fare cultura nella società iperconnessa».

Scrivere per il profilo twitter dell’Accademia è sicuramente una grande responsabilità, e altrettanto lo è gestire i social per i canali della TV di stato… oggi l’utilizzo dei canali social interessa anche enti pubblici e il ruolo del Social Media Manager da alcuni anni è considerato un lavoro a tutti gli effetti… quali sono le best practice che hai avuto modo di maturare in questo settore? Quale differenza intercorre tra la comunicazione istituzionale e quella commerciale? si parla spesso di una possibile normativa che regolarizzi questo tipo di figure professionali…

V: «Anche scrivere a titolo personale in rete è una grande responsabilità, non dimentichiamolo. Quando scrivo come Crusca, come Bruno quando twitta per La Grande Storia (Rai3), abbiamo soprattutto una portata e un uditorio molto più ampi. Per me, si tratta soprattutto e sempre di una questione di qualità dei contenuti. Si possono imparare tecniche per migliorare l’indicizzazione di un post o di un tweet, si possono cercare di intercettare le esigenze degli algoritmi, ma alla fine il grande segreto (si fa per dire) della comunicazione social, commerciale e istituzionale, è la qualità: se comunichi cose in cui credi (ricordiamo le massime di Grice? La prima dice “sii sincero”, cioè parla e scrivi solo di ciò di cui sei convinto) in maniera chiara, pensando al destinatario che hai di fronte, anzi, al più svantaggiato dei tuoi destinatari, non a quello modello, e senza puntare a compiacere qualcuno, questo si vede e si sente nella qualità di ciò che scrivi, e i tuoi lettori ti premieranno».

B: «A mio avviso il social media manager è oggi una figura tanto importante quanto sottovalutata. Spesso si pensa a un tecnico del funzionamento delle piattaforme (che sappia decodificare i segreti degli algoritmi) o a un esperto di marketing (che sappia “vendere” i propri messaggi); in realtà l’interconnessione crea anzitutto contatto tra persone. Ciò che il smm gestisce sui canali social non è solo un flusso di messaggi, ma anzitutto un insieme di relazioni tra utenti. A questa figura professionale è richiesto di essere anzitutto un esperto di umanità, capace di gestire interazioni tra persone che non si scambiano solo contenuti, ma che in quegli scambi mettono le loro aspirazioni, le loro aspettative, le loro paure e i loro desideri. Cogliere questo flusso umano è il centro del lavoro online. Senza esagerare direi che il smm oggi è quasi più importante del portavoce di un’istituzione: non solo la rappresenta ufficialmente, ma con le sue parole scritte online può costruire (o distruggere) una a una le relazioni che quella organizzazione stabilisce con le persone».

Nel libro c’è una sezione dedicata ai troll ed agli hate speech; c’è stata un’esperienza diretta su twitter che vi ha posto di fronte ad una situazione di questo tipo?

V: «Il profilo della Crusca viene trollato spesso: non di rado, veniamo menzionati in tweet o post (su Facebook gestiti dalla mia collega Stefania Iannizzotto) in cui veniamo offesi o perché troppo prescrittivi o perché troppo lassisti. Provano anche a trollarci, in tanti. E poi, se rispondiamo a tono, molti pensano che non abbiamo colto la battuta, perché sembra strano che la Crusca eserciti l’ironia o magari stia al gioco. Gli scontri, anche sui nostri profili personali (mio e di Bruno) sono all’ordine del giorno, ma nella stragrande maggioranza dei casi riusciamo a sgonfiare l’accaduto esercitando la famosa tecnica della disputa felice, messa a punto proprio da Bruno. Si può dissentire senza litigare, anche se a volte è una faticaccia!
B: «Sui troll ha già risposto Vera, io vorrei dire qualcosa sull’hate speech. Non mi ha mai preoccupato la modalità di chi insulta e basta e si sfoga quasi irrazionalmente sui social: quell’odio si individua facilmente e si isola altrettanto facilmente, è una specie di residuo sociale che emerge proprio perché tutti possono scrivere (c’era anche prima, quello che non c’era era la possibilità di scriverlo online). Quello che mi sembra interessante da studiare invece è l’odio sottile che viene fuori dai “tra le righe”, dalle parole scelte in un certo modo, dai toni che adottano le persone, anche le più rispettabili mentre discutono online su opinioni divergenti. Quante volte una differenza di vedute invece che essere confrontata fino in fondo, finisce in aggressione e in chiusura del discorso? Credo che tutti dovremmo lavorare di più sul nostro modo di affrontare il dissenso e la diversità online senza liquidarlo sempre solo come odio o hate speech: nella società iperconnessa sarà costante il nostro incontro con mondi differenti; sapremo confrontarci senza finire sempre in scontro?»

Emily Dickinson scriveva: “Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola.” Quale può essere oggi secondo voi una parola potente? C’è una parola che più di ogni altra preferite?

V: «Ogni parola ben pensata, precisa, icastica, essenziale, può essere più potente delle altre. Non esistono parole migliori di altre a prescindere, tutto dipende da come le sappiamo usare. E più ne conosciamo, più siamo liberi di muoverci nell’universo della comunicazione. La situazione migliore è trovarsi a proprio agio ad azzuffarsi giocosamente (a parole) in birreria, ma non avere problemi nemmeno ad andare a cena con il Presidente della Repubblica. La potenza comunicativa di ogni persona, che sia professionista della parola o meno, sta nell’elasticità, nella capacità di adattarsi a qualsiasi contesto comunicativo, da quello meno formale a quello più formale.
B: «A mio avviso la parola è nulla senza la relazione. È la relazione con l’altro che permette di capirsi, le parole in qualche modo sono solo una parte della questione. Se si sta costruendo o cercando di costruire la relazione con l’altro, ci si può sempre spiegare, si può tentare di usare parole migliori, si può riprovare per capirsi. Se non c’è ricerca della relazione invece ogni parola può essere fraintesa volutamente per creare chiusura e scontro. Lo prova il fatto che anche grandissimi letterati, capacissimi con le parole, finiscono in litigi violenti online. Insomma: non bastano le parole (i contenuti di ciò che si dice), ci vuole la relazione (quale intenzione ho nei confronti dell’altro con cui parlo?)».

Nelle vostre esperienze c’è anche la docenza universitaria; come sociolinguista specializzata in comunicazione mediata dal computer e come filosofo della comunicazione e media trainer, quale futuro vedete per l’insegnamento delle materie umanistiche legate al mondo digitale?

V: «Un futuro di sempre maggior rilevanza. Che ci piaccia o no, quelle digitali sono competenze ormai inevitabili, con le quali dobbiamo fare tutti i conti. Prima investiamo di più sul loro insegnamento (per esempio, come stare sui social, come dissentire senza litigare, come promuoversi da un punto di vista professionale e personale in rete, come usare meglio le parole nei vari contesti), prima contribuiremo alla crescita cognitiva delle generazioni successive. Chiedere loro di spegnere gli strumenti in nome della preservazione dello status quo culturale è, secondo me, una tecnica non vincente, anche se dobbiamo tutti imparare che ci sono momenti in cui invece è decisamente preferibile “tenerlo spento” (lo strumento, non il cervello!).
B: «La comunicazione è oggi la priorità. Qualsiasi sia la materia studiata, la specializzazione, il campo di interesse, se assieme a quello non si sviluppano capacità di comunicazione, non si va lontano. Direi quindi che le competenze umanistiche, quelle che ci rendono capaci di stabilire relazioni umane significative, diventano sempre più importanti via via che la tecnologia ci connette. Sarebbe un errore scambiare quella digitale per una sfida tecnica: più siamo connessi, più avremo bisogno di esperti di umanità».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo Vera Gheno e Bruno Mastroianni come vedete il “Domani”, quali sono le vostre speranze e le vostre paure? 

V: «La mia speranza: avere sempre più tempo per studiare e capire meglio il mondo. La mia paura? Non avere abbastanza tempo per studiare e capire meglio il mondo».
B: «La mia speranza è grazie alla connessione poter avere sempre qualcuno che mi contraddica così da poter mettere alla prova le mie idee e migliorarle. La mia paura: adagiarmi su ciò che già penso».

Simone Intermite

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