Quando si pensa ai grandi nomi della letteratura italiana contemporanea declinata al femminile non si può non fare riferimento a Susanna Tamaro, una delle scrittrici tra le più apprezzate, autrice di numerosi libri di grande successo letterario e di vendita in tutto il mondo con oltre quindici milioni di copie vendute per il suo best-seller “Va’ dove ti porta il cuore”, il libro italiano più letto del secolo scorso tradotto in numerosissime lingue estere. Oggi la scrittrice triestina, che oltre alla grande notorietà come scrittrice ha avuto anche un passato da regista cinematografica, autrice di musica, produttrice di un film e scrittrice di uno spettacolo teatrale ha fatto i conti con se stessa e con quelle accuse, fin troppo aspre, che una critica letteraria caparbiamente accanita contro il suo successo le aveva procurato fino a  toglierle la gioia spontanea della scrittura. L’indagine di se parte da un confronto, quello con il poeta friulano Pierluigi Cappello, costretto in sedia a rotelle dopo un incidente in moto, scomparso un anno fa a causa di un tumore. Nel nuovo libro edito da Solferino edizioni intitolato “Il tuo sguardo illumina il mondo” Susanna rilegge la propria fatica di crescere attraverso la lente del dolore rivelando di essere affetta dalla sindrome di Asperger; agli aneddoti dell’amicizia con Pierluigi si intrecciano allora i ricordi di un’infanzia e di una giovinezza difficili e le riflessioni su un grande male del nostro tempo: l’incapacità di accettare il diverso. Noi di Domanipress abbiamo avuto l’onore di ospitare nel nostro salotto virtuale Susanna Tamaro ed abbiamo parlato con lei del nuovo romanzo e del suo incondizionato amore per la letteratura tra ricordi ed equilibri da conquistare.

Nel suo ultimo libro “Il tuo sguardo illumina il mondo” in un dialogo ideale con Pierluigi Cappello racconta del suo rapporto di amicizia con il poeta e di se stessa svelando aspetti anche intimi della sua vita…Com’è nata la scelta di scrivere questo romanzo e di raccontarsi senza filtri?

«L’idea del libro è nata da una promessa fatta a Pierluigi prima che ci lasciasse. Avevamo desiderato di scrivere tante cose insieme sui temi che ci stavano più a cuore, ma l’irrompere della sua malattia ce l’ha impedito. Così, in qualche modo, ho voluto portare a compimento il nostro desiderio. Poi, scrivendo e parlando del suo limite fisico – era costretto su una sedia a rotelle dall’adolescenza –  mi è venuto naturale parlare anche del mio limite neurologico – l’Asperger –  cosa che finora non avevo fatto».

L’Asperger è una patologia di cui si parla e si conosce ancora poco…quali consigli si sente di dare a chi lotta con questa malattia ed ai parenti che convivono con un soggetto con questa sindrome? 

«Si, la sindrome di Asperger è un invitato silenzioso. Non è ancora molto conosciuto e questo provoca spesso degli errori diagnostici. Nelle bambine poi è ancora più difficile da comprendere. Penso, ad esempio, che un certo numero di ragazze anoressiche siano in realtà vittime di una diagnosi sbagliate. L’ Asperger purtroppo non conosce cure farmacologiche, ma solo comportamentali. Che consigli dare ai parenti? Circondare i ragazzi di un amore paziente può essere un grande sostegno. E poi bisogna incoraggiarli a trovare qualcosa su cui si possano applicare con costanza e disciplina nel corso del tempo. Per me la salvezza è stato l’incontro con le arti marziali, che pratico ormai da 34 anni, ma mi ha aiutato molto anche lo studio del pianoforte».

A proposito di Pierluigi Cappello è stata recentemente pubblicata l’Opera Omnia delle poesie e delle prose di Pierluigi intitolato “Un prato in pendio”. Tra tutte le poesia qual è quella che preferisce maggiormente e perché?

«Oltre a quelle che ho citato nel libro, amo molto la poesia scritta per la nipote Chiara, “Lettera per una nascita”, che mi commuove sempre, e la poesia “Parole povere”  che fa rivivere tutta la ricchezza e l’umanità della piccola comunità in cui è cresciuto».

Qualche tempo fa scrisse: “La vita non è una corsa ma un tiro al bersaglio: non è il risparmio del tempo che conta, bensì la capacità di trovare un centro.” Lei è riuscita a trovare il suo? Dove ritrova il suo equilibrio?

«Non è facile trovare l’equilibrio nella propria vita e soprattutto mantenerlo. Bisogna capire chi si è, che senso ha  – e che senso vogliamo dare –  alla nostra vita. Si tratta di un lungo e laborioso cammino nel quale la cosa più importante è riuscire ad essere onesti con se stessi. La finzione e la menzogna portano spesso in strade senza uscita. Il mio equilibrio – che non è sempre stabile data la sindrome che ho – l’ho trovato in una vita estremamente regolare, dedicata in parte ai lavori manuali – l’orto, le api – e in parte allo studio e al lavoro creativo, oltre che allo sport praticato con regolarità. Vivo poi in un piccolo paese circondata da persone che mi vogliono bene e con le quale ho un rapporto di profonda amicizia e di scambio reciproco».

La sua carriera letteraria ha avuto un’ ascesa importante con il romanzo “Va dove ti porta il cuore“, uno dei libri più amati della letteratura italiana contemporanea, un testo intenso ed emozionante ma anche molto contestato dalla critica…a distanza di ventiquattro anni cosa ne pensa delle critiche che le furono rivolte? Alcuni scrittori tendono a non amare più i loro best seller perché troppo ingombranti…è successo anche a lei?

«No, a me non è successo. Amo sempre quel libro che mi ha dato tanto e, ogni volta che mi capita di rileggere qualche pagina, provo stupore per  la ricchezza e la profondità che contiene. È un libro che viene spesso riletto nel corso della vita, come mi scrivono molti lettori, e che accompagna la crescita delle persone. A vent’anni si comprende un livello, mi dicono, a quarant’anni un altro e a sessanta, un altro ancora. In realtà sono convinta che i critici più malevoli si siano limitati a leggere il titolo e a sfogliare solo alcune pagine».

Molti critici si concentrarono sulla parola “cuore” definendola troppo popolare…oggi qual è il suo rapporto con questa parola?

«La parola cuore è il più grande tabù di questi ultimi decenni. In tutte le culture, il cuore ha sempre rappresentato la totalità dell’essere umano, vale a dire il luogo in cui l’intelligenza razionale si unisce armoniosamente alla sapienza spirituale. Il mondo attuale, purtroppo, ha cancellato dall’orizzonte questa unità e ci propone  – come miti schizofrenici –  il culto della razionalità  e l’esaltazione di un’emotività  infantilmente epidermica ed esibizionista, costantemente alimentata dai social e dai media».

Anche la suora del romanzo “Anima mundi” è stata oggetto di particolari attenzioni…qualcuno la volle etichettare come scrittrice fascista, cosa ricorda di quel momento?

«E’ stato uno dei peggiori momenti della mia vita. Si è scatenata contro di me una campagna denigratoria, assolutamente pretestuosa, che per molti anni ha continuato ad imperversare, creando intorno a me una muraglia cinese di pregiudizi che tutt’ora tiene lontani molti lettori dalle mie opere, convinti che si tratti di opere scadenti di una persona fanatica. Chiunque abbia invece letto anche solo una pagina dei miei libri sa che sono una persona assolutamente libera e aperta, che ama interrogarsi sul dolore e le ingiustizie del mondo. Ci sono stati anni in cui non potevo neppure uscire di casa senza ricevere insulti, non parliamo di entrare in una libreria. Mi è capitato di salire su un treno  e di vedere le persone alzarsi dicendo: “Con lei non viaggeremo mai.” E’ stata una cosa gravissima, anche perché rivolta non a un politico, ma a un’artista, una persona estremamente sensibile e fragile, in più con la sindrome di Asperger, che allora ignoravo di avere. Avrei potuto ammalarmi e morire, come Lucio Battisti. Oppure smettere definitivamente di scrivere. Invece, grazie alla mia grande forza interiore, sono riuscita ad andare avanti. Ma certo mi è stata completamente tolta la gioia di scrivere».

Ritornando alla letteratura…cosa rappresenta per lei oggi scrivere?

«Scrivere in questo momento è l’atto più eversivo che si possa compiere perché viviamo in un mondo fagocitato da un’ossessionante offerta di intrattenimento visivo e sonoro che provoca il totale appiattimento dei pensieri e dell’immaginazione delle persone.  Il tempo dedicato ai libri invece è un tempo che coltiva. Alla base della lettura di un libro c’è sempre una scelta personale, c’è sempre un sedersi da qualche parte  in silenzio ed essere disponibili ad entrare in un mondo di cui in qualche modo diventiamo registi ed artefici. Le parole scritte infatti ci permettono di  usare l’immaginazione in maniera attiva,  mentre con l’intrattenimento visivo  tutto ci scorre davanti  in maniera passiva. La velocizzazione avvenuta negli ultimi vent’anni ci ha fatto perdere la profondità e l’inquietudine. Eppure noi, come esseri umani, abbiamo bisogno dell’una e siamo costantemente accompagnati dall’altra, perché la vita, nonostante tutte le semplificazioni, è una realtà complessa in cui è facile smarrirsi o perdere l’orientamento. Tutti i libri che ho scritto non sono stati altro che un lungo viaggio alla ricerca del senso profondo del nostro passaggio sulla terra».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani”, Susanna Tamaro quali sono le sue speranze e le sue paure?

«Non appartengo agli entusiasti delle “magnifiche sorti progressive”. Sono convinta degli immensi benefici che la tecnologia ha apportato alle nostre vita, ma sono altrettanto convinta che bisogna imparare a discernere che cosa è positivo e che cosa è negativo. Mi preoccupa che i bambini non siano assolutamente tutelati in questo campo, quando ormai è evidente che un’infanzia  precocemente affidata  al mondo virtuale è un’infanzia  altamente privativa, perché non permette di sviluppare alcune parti fondamentali del cervello, che si formano soltanto a quell’età e poi non più.  Negli ultimi 30 anni il quoziente di intelligenza è crollato verticalmente, e questo dovrebbe farci riflettere. Ci troviamo davanti a cambiamenti epocali in tutti i campi della nostra vita, l’iperconnessione e la robotica stanno stravolgendo la nostra idea di futuro. Ho  molta fiducia nelle giovani generazioni, nella loro sete di verità, ma sono turbata dalla mancanza di  vera attenzione dedicata a loro dagli adulti e soprattutto dalla mancanza di esempi positivi. Proprio perché andiamo verso un mondo sempre più complesso, abbiamo bisogno  di capacità di elaborazione profonda,  abbiamo bisogno di persone adulte che sappiano ispirare ai giovani un cammino sapiente. Ai ragazzi che iniziano questo cammino dedico la frase  conclusiva del mio libro “Tobia e l’angelo”: “Il destino è la strada che devi fare per incontrare te stesso”».

Simone Intermite