«Amo cantare, è tutta la mia vita e posso farlo anche alle due del mattino!». Quando parla della sua storia Rita Pavone, vera star della musica leggera italiana, con oltre cinquanta milioni di dischi venduti, si illumina e come un turbine racconta, senza filtri tutta la sua irrefrenabile energia che l’ha resa una delle cantanti più apprezzate all’estero. Dai successi in Tv con i varietà passati alla storia da “Studio Uno” a “Canzonissima” fino al cinema in coppia con nomi come Totò, Lina Wertmüller e Romolo Valli, la carriera di Rita Pavone è una enciclopedia di successi che racconta la fotografia del nostro paese, la colonna sonora di una generazione che nei ruggenti anni sessanta aveva voglia di cambiare il mondo sovvertendo le regole, mettendo in discussione il sistema con lo sguardo rivolto verso l’America. Quella di Rita Pavone è una carriera resiliente capace di resistere al tempo avendo ancora oggi molto da dire, così come ha dimostrato all’ultimo Festival di Sanremo proponendo uno dei brani più progressivi di questa edizione intitolato programmaticamente “Niente, Resilienza 74“. Ma non è tutto l’interprete di Gian Burrasca, recentemente è ritornata alla musica dopo un periodo di pausa, ha recentemente pubblicato un album intitolato “RaRità” edito dalla BMG che ha scelto, in cinquantotto anni di onorata carriera, una serie di successi poco noti in Italia; delle vere e proprie gemme rare costituiscono la tracklist accanto alla sua recente hit sanremese; un tesoro antologico eppure estremamente attuale, il tutto impreziosito con featuring d’eccezione come quello con Lucio Dalla, Giovanni Nuti in coppia con Alda Merini e Paul Anka. Noi di Domanipress abbiamo avuto l’onore di ospitare Rita Pavone e di parlare con lei di vita a tempo di swing tra ricordi, scelte resilienti e prospettive future.

Questo è un anno particolarmente positivo per te, sei salita sul palco dal Festival di Sanremo presentando “Resilienza 74” con un’inedita energia, anche se a ben guardare in te c’è sempre stata un’anima rock…

«Il brano l’ha scritto mio figlio, Giorgio Merk, che mi conosce profondamente, mi ha riportato alle origini. Lui scrive principalmente in inglese ma ha composto un pezzo in italiano in cui mi riconosco totalmente. Nella mia carriera ho spesso seguito delle scelte musicali ed artistiche indirizzate ed influenzate dalle scelte dei discografici. Sono stati dei percorsi brillanti, che mi hanno dato una popolarità immensa e li ringrazio, ma io sono nata con una cultura rock che non mi è stato mai permesso di mostrare. Quest’anno ho voluto liberarmi di questa gabbia, esprimendo me stessa senza limiti e credo di esserci riuscita».

Riprendendo il tema del brano, quando ti sei sentita veramente resiliente?

«La vita è imprevedibile, ti regala tante belle soddisfazioni, ma anche dei forti pugni in faccia. Succede di sentirsi stanchi, di essere particolarmente provati dalle difficoltà che ognuno di noi è chiamato ad affrontare. Spesso non si riesce a trovare un equilibro, succede di vivere un grande momento di gioia e poi trovarsi difronte a difficoltà che sembrano insormontabili un momento dopo…Succede a tutti di perdere il proprio amore, un’occasione di lavoro importante o ancora peggio una persona cara…Bisogna saper reagire, essere resilienti, come canto nel brano presentato a Sanremo; è necessario avere la forza di affrontare il vento contrario, piegarsi senza mai spezzarsi».

Nella tua brillante carriera di scelte particolarmente difficili, che ti hanno richiesto di andare contro corrente ne hai fatte diverse….

«Sicuramente una tra tutti è stata il mio matrimonio con Teddy Reno, all’apice della mia carriera fu un evento che fece molto discutere. Posso dirti che invece seguire l’amore è stata una delle scelte migliori della mia vita…la classica Sliding Doors, quel momento assolutamente imprevedibile che può cambiare l’esistenza di una persona in meglio. Bisogna saper riconoscere queste opportunità rare, farsi trovare pronti e saper scegliere. A volte è necessario guardare oltre l’immediato futuro e prefiggersi degli obiettivi anche a lungo termine, in un mondo sempre più veloce, che richiede tutto e subito, non è facile farlo. Io sono andata controcorrente la stampa dell’epoca particolarmente bigotta mi aveva bollato come una rovina famiglie ma Teddy Reno era già divorziato quando ci siamo messi insieme. Anche mio padre non guardava di buon occhio la mia relazione con lui, è questo mi ha causato un forte dolore, con il passare del tempo abbiamo dimostrato a tutti che l’amore trionfa su tutto».

Le scelte della tua sfera privata hanno inciso sulla tua carriera artistica.. Nel patinato universo dello showbitz essere sempre fedele a se stessi premia?

«Io non ho mai fatto della musica e della vita artistica un fattore di mero guadagno, ho seguito la strada della passione oltre l’aspetto numerico delle copie vendute. Non ho mai permesso alla mia vita lavorativa di primeggiare sulla mia sfera personale. Alcune scelte mi sono costate care, è vero, ma alla fine hanno pagato loro per me; tra poche settimane giungerò al traguardo dei cinquantadue anni di matrimonio e posso definirmi una donna fortunata».

Un traguardo importante quanto raro…

«Non è sempre facile, ma in amore bisogna riuscire a trovare nel dialogo e nella comprensione il modo giusto per affrontare i problemi e sapersi comprendere a vicenda. Noi abbiamo due età differenti e due caratteri molto forti eppure siamo sempre riusciti a capirci…Teddy per me è un punto di fermo. Siamo una famiglia sana,sarò banale ma non mi importa delle rinunce, i miei due figli sono i veri dischi d’oro…».

Recentemente sei stata nell’occhio del ciclone per alcuni post su Twitter che hanno causato un’importante clamore mediatico…Questo ha influito sui risultati del televoto a Sanremo?

«Non credo, Il pubblico che mi conosce e che mi segue da anni sa bene le cause per le quali mi son battuta, cosa faccio e cosa voglio dire…Sicuramente ho utilizzato i social network con troppa leggerezza, senza calibrare bene il peso che un messaggio su Twitter poteva avere, non ero abbastanza informata su alcune dinamiche, ho sbagliato, ed ho chiesto umilmente scusa, perché essere resilienti vuole dire anche riconoscere i propri errori. Non conoscevo lo stato di salute di Greta Thumberg e ancora oggi non capisco cosa voglia dire per alcuni essere sovranista. Ciò che mi ha lasciato particolarmente amareggiata è stata la cattiveria che ho ricevuto e l’utilizzo di alcune fotografie, scattate in un momento particolare della mia vita, quello del rientro a casa, a seguito di un’operazione particolarmente complicata al cuore, che sono state manipolate per deridermi, è stato ignobile. Sui social network c’è tanto odio ed hate speach…chi non ti apprezza aspetta il momento giusto per massacrarti in maniera anche piuttosto violenta e gratuita. Tutto questo è disumano, io preferisco non utilizzare più alcun social, ho preso la mia dose di schiaffi ed ho realizzato che non è il luogo in cui è possibile esprimere in maniera pacata la propria opinione senza correre il rischio di essere costantemente sotto attacco…amo il mio paese ma ho imparato la lezione ed adesso tengo le mie idee solo per me».

Ritornando alla musica, Il titolo dell’album gioca con il tuo nome e si intitola “RaRità” ed è composto dai tuoi maggiori successi e da brani meno conosciuti dal pubblico, ancora oggi molto attuali. Selezionare le tracce tra tutte quelle del tuo innumerevole repertorio è stato difficile?

«La scelta è stata complessa perché c’era tanto materiale da cui attingere, durante tutti questi anni ho lavorato con sette case discografiche diverse e in luoghi diversi; se sei un personaggio che lavora in paesi distanti tra loro non è detto che il mercato sia uguale e che le scelte artistiche siano le stesse. All’estero spesso le produzioni erano locali e raramente ci si limitava alla traduzione dei brani già famosi in italia. In cinquant’ottani di carriera tra Italia, Germania, Francia, Inghilterra ed America ho inciso pezzi in lingue diverse…Quello che ho voluto far emergere con l’album “Rarità” è la punta dell’iceberg perché sotto c’è ancora tanto di sommerso che ancora il pubblico non conosce e che lascia intendere cosa è stato il nome Rita Pavone nel mondo».

In America le proposte lavorative non sono mancate eppure hai preferito ritornare in Italia…

«Il successo all’estero arrivò subito, mi piaceva lavorare in America perché era molto stimolante, era possibile lavorare facendo ricerca, imparando nuovi linguaggi. Oltreoceano i meccanismi sono meritocratici, una volta raggiunte certe vette non devi continuamente dimostrare come accade in Italia dove si riparte sempre da zero. Io sono ritornata in Italia per motivi familiari nonostante avessi avuto delle proposte lavorative importanti. Oggi posso raccontare tante sfumature artistiche diverse e per l’album sono grata alla BMG che ha operato un lavoro filologico andando a recuperare alcuni pezzi che erano stati scartati dagli album e a cui tenevo particolarmente. Ho indicato personalmente alcuni brani che volevo che il mio pubblico scoprisse, per la loro attualità e accanto a questi abbiamo inserito i successi che ho esportato dall’Italia, come “Fortissimo”, “Cuore”, “Alla mia età”,”Che mi importa del mondo” rivisitate nelle versioni che ho registrato all’estero».

Sei partita da Torino molto giovane alla conquista del mondo dello spettacolo…come ci sei riuscita?

«I miei genitori, e sopratutto mio padre, mi hanno molto supportata. Sin da piccola amavo cantare, trasformavo il salone di casa in uno studio televisivo, sognavo l’America, ma la mia famiglia era totalmente lontana da quel mondo, eravamo nel periodo del dopoguerra, mia madre era una semplice casalinga e mio padre un operaio della Fiat. Quando mi proponevo come cantante avevo il problema del phisique du role, molti non mi davano la possibilità di dimostrare ciò che sapevo fare. Mio padre mi dava la carica per credere in me stessa e continuare ad andare avanti, a crederci fino in fondo mi procurava attraverso i suoi amici della marina militare i dischi dei grandi miti americani, erano diversi dalla realtà italiana, cerano ritmi più liberi ed io ho imparato tanto da quei settantotto giri. Mi piaceva quel mondo e volevo farne parte».

Quando si parla di te si pensa subito a brani iconici che hanno scritto la storia della musica italiana come: “Il ballo del mattone”, “Geghegè”, “La partita di pallone” e “Viva la pappa col pomodoro”, solo per citarne alcune, che passano spesso tra i vari amarcord della Rai. Che rapporto hai oggi con queste Hit?

«I brani che hai citato hanno segnato più di un epoca e sono molto legata a tutti i miei successi…Non ripropongo spesso questi brani in TV perché alla mia età preferisco portare ciò che sono oggi, e progetti in cui mi riconosco maggiormente, ma durante i miei concerti li inserisco volentieri in scaletta, il pubblico li reclama ed io non mi tiro indietro. Se ci penso, anch’io quando andavo ai concerti di Frank Sinatra aspettavo che intonasse le note di “I got you under my skin” quando magari l’artista avrebbe preferito proporre qualcosa del suo nuovo repertorio. Quei pezzi mi hanno permesso di avere successo e sarebbe stupido prenderne le distanze, alcune Hit risultano ancora molto attuali ed altre invece risentono maggiormente del tempo che passa, però restano degli evergreen insuperabili perchè ti fanno muovere e cantare ogni età. Ognuno è figlio del suo tempo ed è molto probabile che anche la musica trap e rap in voga oggi tra i giovani sia scavalcata da un nuovo genere. Mi fa piacere quando in tv ripropongono negli amarcord i miei vecchi successi ma preferisco mettermi in gioco. A Sanremo sarebbe stato facile partecipare come ospite invece ho preferito essere in gara, potermi presentare con qualcosa di nuovo è anche solo averlo fatto è stata una sfida vinta».

Quest’anno a Sanremo Achille Lauro ha fatto molto discutere per i suoi outfit gender fluid, ma bisognerebbe ricordare che la prima a superare queste frontiere sei stata tu nel ’64 vestendo i panni di un ragazzino, il famoso Gian Burrasca…

«In realtà quella è stata un’esperienza d’attrice diversa dal travestimento in scena. Il primo in italia a presentarsi con delle vesti eccentriche in scena è stato Renato Zero che a sua volta era ispirato a David Bowie, che negli ultimi anni è diventato un dandy presentando abiti di scena strepitosi. Quando interpretai Gian Burrasca avevo solo diciannove anni. La regista Lina Wertmüller vide cucito su di me un personaggio maschile, avevo un fisico magro e dimostravo meno della mia età…».

Quando ti fu proposto di interpretare un personaggio maschile, ricordi quale fu la tua reazione?

«Un po’ mi ha spiazzato, quella era un’epoca in cui le donne dello spettacolo erano tutte piuttosto floride e procaci, io vivevo la mia fisicità come un complesso. Quando si è molto giovani è facile sentirsi inadeguati circa il proprio corpo e la proposta di Lina Wertmüller che mi faceva recitare nei panni di un ragazzo mi ha lasciato inizialmente perplessa, ma poi, lei che è una grande regista,mi ha insegnato una cosa fondamentale, quella che un bravo attore deve essere capace a fare di tutto e a renderlo credibile. Così decisi di seguire il suo consiglio che a conti fatti fu davvero geniale. Gian Burrasca è stato uno dei personaggi più amati della tv ed oggi sono a grata a Lina per aver scelto me per quella parte che mi ha imparato a mettere in scena una caratterizzazione un po’ fumettistica, perché il mondo degli adulti in quella produzione è sempre filtrata ed immaginata dalla fervida mente di un bambino».

Qualche anno dopo invece la tua dirompente femminilità è venuta fuori…

«Si, nel musicarello “La zanzara” che prendeva il titolo dal giornale studentesco del liceo Parini di Milano, sequestrato per oscenità alcuni mesi prima dell’uscita del film, ebbi modo di mostrare finalmente la mia femminilità indossando una parrucca bionda e vestendo i panni di una provocante studentessa liceale… a quel punto tutti si dovettero ricredere e ricordo che mi sono divertita molto a stupire il pubblico. Mi è sempre piaciuto giocare con queste sfumature di personalità…».

Nessun rimpianto quindi…

«L’unico rimpianto che ho è che la serie tv era registrata in amplax non è mai diventata un film. Se l’avessimo fatto avremmo potuto esportare Gian Burrasca in tutto il mondo. La colonna sonora era composta da ben trentuno canzoni composte da Nino Rota. La “pappa col pomodoro” era quella che cantava un bambino di nove anni, ma la produzione era incredibile perché realizzata con degli autori importanti ed i costumisti del film “Il Gattopardo” di Giuseppe Tommasi di Lampedusa, sarebbe bello rimasterizzarlo e renderlo disponibile in digitale con l’ausilio di nuove tecnologie».

Dalla musica al cinema, hai avuto occasione di collaborare con i più grandi, primo fra tutti il mitico Totò. Che ricordo conservi di quel periodo?

«Ho avuto l’onore di lavorare con nomi importanti del cinema e della tv come Totò, Giulietta Masina, Romolo Valli, Massimo DApporto e Renzo Montagnani. Con Giancarlo Gianni e Franco Branciaroli a teatro ho realizzato delle produzioni davvero preziose. Io conoscevo Totò perché mio marito, Teddy Reno, aveva collaborato con lui e spesso mi raccontava dalla sua generosità, della sua eleganza e della sua simpatia trascinante. Quando ho avuto modo di lavorare con lui in “Totò, Rita e la figlia americana” fu per me come incontrare una persona che già amavo e conoscevo, mi ha insegnato a cantare in napoletano, lui non stava bene aveva dei problemi alla vista. Ricordo che fu un bellissimo incontro, lui era un uomo elegante, d’altri tempi, con uno stile inconfondibile, era davvero un principe in tutti i sensi. Io lo ricordo così: come un principe che faceva di mestiere il comico».

Dopo il successo sono arrivati i problemi di salute e poi il ritiro dalle scene…Cosa è accaduto?

«Non sono stati dei momenti facili, ho avuto un occlusione al tronco comune della aorta e sono stata sottoposta ad un intervento piuttosto impegnativo che mi ha lasciato delle cicatrici su tutto il corpo, ma per mia natura sono una persona che non si piange mai addosso. Appena sono uscita fuori da quel incubo ho cercato di dimenticare quel periodo. Ho pensato di lasciare la carriera musicale dopo aver inciso l’album “Gemma e le altre”, un lavoro di cui vado particolarmente orgogliosa, che trattava dei temi molto attuali come quello dell’omosessualità e dell’importanza di accettare ogni sfumatura dell’amore, perché credo, ancora oggi, che ognuno di noi debba essere libero di scegliere per il proprio cuore e la propria vita; meglio essere pentiti che rimpiangere qualcosa. Enrico Ruggeri mi fece un bel complimento quando mi disse: “Quando noi arrivavamo, Rita era già partita”, proprio perché ho sempre anticipato i tempi con delle visioni che hanno il coraggio di distaccarsi da luoghi comuni».

Eppure per qualche tempo hai scelto di ritirarti dalle scene…Quale fu la causa di una scelta così drastica?

«Mi offrivano dei progetti che non mi interessavano più, quando si lavora specialmente nella musica bisogna cercare di seguire le proprie inclinazioni, altrimenti si aspetta semplicemente che il contratto finisca per guardare altrove. Io avevo appeso il microfono al chiodo, non trovavo più la giusta motivazione».

Quale fu la spinta che ti convinse a ripartire con la musica?

«Il responsabile del mio ritorno è stato Renato Zero, lui da ragazzo ha collaborato con me in programmi come “Stasera Rita”, “Studio uno” e “Geghegè” insieme a nomi come Loredana Bertè, Stefania Rotolo e Mita Medici. Ricordo che quando ero in Spagna lui mi chiamò al telefono chiedendomi di tornare per l’evento dedicato alla sua carriera…E Renato si sà è un affabulatore nato, riesce a trascinarti, infatti decisi di esserci ma chiesi di non annunciare la mia presenza per evitare che si pensasse che ero ritornata ufficialmente sulle scene. Erano cinque anni che non vedevo un palcoscenico, ero in crisi ed indecisa ma Renato mi disse “Cantare è come andare in bicicletta, non si disimpara”. Mi feci coraggio, scelsi di reinterpretare il suo successo che amo maggiormente,”Mi vendo”, e nonostante la mia entrata in scena fu volutamente senza presentazione ed annunci il pubblico nel rivedermi fece un boato che ricordo ancora…Da quel momento ho capito di essere molto amata e che il tempo non aveva scalfito il rapporto con il pubblico. Mi sono detta: sono brava, perché rinuciare alla carriera? Poi è nato l’album “Master” un progetto internazionale che mi ha riportato al mondo dello swing e del rock e roll che amavo da ragazzina».

A proposito di Rock ‘n’ roll mi confermi di aver incontrato Elvis Presley?

«Certo, era il 1960, ho conosciuto il mitico Elvis Presley a Nashville e mi sorprese perchè mi disse “Io ti conosco, ti ho visto all “Ed Sullivan show!”. Io non parlavo una parola di inglese cantavo segnandomi la pronuncia così come fanno gli americani che cantano in italiano e ricordo che gli chiesi di regalarmi un suo dipinto. Lui me lo diede e ci scrisse “Best wishes to Rita Pavone firmato Elvis Presley. Adoravo Elvis e il suo modo di cantare muovendosi sul palco, mio padre mi accompagnava al cinema a guardare i suoi film e incontrarlo è stato un sogno che si realizzava.Ringrazio di essere stata così fortunata, di aver potuto fare il mestiere che ho sempre amato, alzarsi la mattina e poter fare ciò che ti piace è una grande goduria. A Sanremo è stato elettrizzante ritornare sul palco, non mi importa di aver cantato alle due del mattino. Amo cantare, è tutta la mia vita».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Rita Pavone, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Penso al Domani con ottimismo e dico sempre che sono troppo grande per tornare indietro ma mi sento ancora troppo ragazzina per non dare uno scopo ai miei sogni. Fate tutti come me, realizzate i vostri sogni e siate felici».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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