Nel 1949 George Orwell pubblicò “Nineteen Eighty-Four” uno dei romanzi più famosi della letteratura moderna, offrendoci uno sguardo disincantato verso un mondo dominato dalla tecnologia e da coloro che la possiedono e la controllano. Oggi uno dei principali attori del dibattito tra fattore umano e mondo tecnologico e digitale è il futurista tedesco Gerd Leonhard, una delle personalità più influenti d’Europa e secondo il “The Wall Street Journal uno dei dieci futurist keynote speakers tra i più importanti al mondo, che da oltre vent’anni mette al servizio di colossi come Google, Sony, UBS, Mastercard, Unilever, solo per citarne alcuni, la sua esperienza con percorsi motivazionali e presentazioni rinomate per il loro stile provocatorio ed ispiratore di nuove idee. Concentrato su temi che riguardando il futuro dell’umanità come l’etica digitale e l’intelligenza artificiale, Gerd non è solo un grande esperto di tecnologia, ma è soprattutto un umanista che crede che tutto il progresso scientifico e tecnologico dovrebbe promuovere un fiorire umano collettivo che metta al centro il benessere dell’ umanità curando le relazioni tra persone e tutelando il pianeta e l’ ambiente superando l’idea di uno sviluppo economico e di un progresso misurabile in termini meramente numerici. Recentemente il pensatore visionario, membro del comitato consultivo dell’Indian and Canadian Research Institutes, ha pubblicato un libro disponibile in dieci lingue intitolato “Technology vs Humanity” edito in italia da Egea editore, dove si discute dei multipli “Megashift” della rivoluzione digitale 4.0 che cambieranno radicalmente non solo la nostra società e la nostra economia, ma anche i nostri valori e la nostra biologia sviluppandosi come una sveglia all’ultimo minuto che consente di prendere parte alla più importante conversazione della storia contemporanea. Noi di Domanipress abbiamo avuto l’onore di parlare con Gerd Leonhard di futuro dell’umanità, tecnologia, etica digitale ed intelligenza artificiale tracciando scenari futuri ed umani.

Il tuo ultimo libro “Technology Vs Humanity” esamina lo scontro tra tecnologia ed umanità. Alla luce di innovazioni sempre più pervasive come: l’intelligenza artificiale ed il cognitive computing quali possono essere i rischi di questo contrasto?

«Il rischio più grande, oggi, non è tanto che le macchine domineranno, governeranno o addirittura inavvertitamente elimineranno, attraverso complessi sistemi di intelligenza artificiale, l’umanità; questo è un pericolo più vicino ad alcuni film di Hollywood che affronteremo forse tra trent’anni. Il vero problema e che noi umani possiamo diventare troppo simili alle macchine, lasciando che software e IA prendano decisioni al nostro posto disabituandoci a compiere delle scelte autonome. La minaccia della disumanizzazione può interessare diversi aspetti ed è un cambiamento concreto da non sottovalutare. Ad esempio i social media, che utilizziamo tutti giorni, sono strumenti digitali fuorvianti che attraverso dati algoritmici sostituiscono i rapporti sociali ed influenzano le nostre scelte. La stessa dinamica si evidenzia, in maniera ancora più acuta, anche con gli assistenti digitali personali come l’ Assistente Google ed Alexa di Amazon, che promettono di svolgere sempre più attività per noi, facendoci gradualmente dimenticare di compiere azioni comuni come accedere la luce del bagno o regolare il termostato».

Qualunque applicazione della robotica e dell’intelligenza artificiale solleva questioni etiche, legali, psicologiche, sociali e religiose tanto da aver anche scomodato il Papa che nell’enciclica “Laudato si’ ” ha parlato di robot ed algoritmi…

«Si, l’attività di sostituire le interazioni umane con la tecnologia è probabilmente la più grande opportunità di sempre e questo cambiamento interessa anche la nostra sfera emotiva ed affettiva. Perché preoccuparsi di un rapporto reale con un uomo o una donna se quello con un robot è molto più semplice? Può sembrare assurdo ma questa domanda sta già sorgendo! (sorride) L’utilizzo della tecnologia, sotto questo aspetto, aziona delle aree simili a quelle della dipendenza: utilizzata con moderazione e cautela, come il vino rosso o il fumo, può non costituire un rischio per la nostra salute, viceversa potrebbe essere distruttiva. Quello che dobbiamo trovare è un equilibrio concreto e per fare ciò avremo bisogno di un governo e di leggi che ci tutelino. In molti modi, le tecnologie odierne sono droghe molto più seducenti di quanto noi non possiamo immaginare: lo smartphone, i giochi online, la realtà aumentata, sono strumenti di cui è difficile fare a meno ed il singolo utente dovrebbe essere aiutato a sviluppare una consapevolezza maggiore rispetto all’utilizzo cosciente del digitale».

Quali possono essere gli strumenti per accrescere questa consapevolezza?

«Bisognerebbe recuperare prima di tutto ciò che ci distingue dalle macchine, quello che io chiamo nel mio libro l’ “androrithms” opponendolo agli “algoritmi”. L’empatia, la compassione, l’immaginazione, l’intuizione, la coscienza, sono aspetti in cui le macchine sono di gran lunga inferiori; perché non esiste intelligenza artificiale in grado di replicare questi aspetti. Ovviamente è possibile che le macchine imparino ciò che ci rende umani e che quindi ci imitino, ma una simulazione per quanto complessa e perfetta non potrà mai eguagliare del tutto la realtà! In parole semplici non troveremo mai la vera felicità nel cloud o negli universi virtuali».

Si parla spesso di umanesimo digitale identificando lo studio di materie umanistiche come la storia, la filosofia e la letteratura la chiave per comprendere e guidare il cambiamento culturale in atto… sei d’accordo?

«Si, anche se bisognerebbe stare attenti alla definizione, si sente parlare spesso di “Digital Humanities“, ma non dobbiamo dimenticare che l’umanesimo per definizione è un principio squisitamente umano che sposta l’interesse filosofico dalla natura all’uomo. Sicuramente sono concorde nell’affermare che per l’insegnamento di materie importanti come la storia e la filosofia oggi si deve utilizzare un nuovo approccio basandosi sull’esame del cambiamento tecnologico, che io chiamo al capitolo terzo del libro “Megashift” dove illustro la storia del progresso. Guardando l’evoluzione delle recenti innovazioni sembra che la “fantascienza stia diventando scienza” ed è abbastanza evidente che l’umanità cambierà di più nei prossimi vent’anni rispetto ai precedenti trecento anni. Ora dobbiamo iniziare a chiederci in che modo utilizziamo la tecnologia, in quale direzione vogliamo andare e fino a che punto ci possiamo fidare delle macchine. Questo è l’interrogativo principale».

Hai spesso dichiarato di non essere un tecno ottimista ma di essere a favore dell’umanesimo progressista. Qual è la differenza tra queste due linee di pensiero?

«La tecnologia non deve essere ciò che cerchiamo ma come cerchiamo. Semplicemente credo che non troveremo la vera felicità in un’ app o su uno schermo di smartphone, questo è ciò che i tecnoutopici suggeriscono recentemente teorizzando che ogni problema umano può essere risolto con la tecnologia; per loro abbiamo solo bisogno di aggiornarci e di andare avanti con la convergenza uomo-macchina. Credo che questi concetti, che trascendono l’umanità, comporteranno un downgrade non un aggiornamento, facendoci perdere per strada gli elementi davvero importanti che ci rendono umani solo per essere più smart, veloci ed efficienti. L’umanesimo progressista si basa su “esseri umani fantastici sulla cima di una tecnologia straordinaria” non rifiutando la tecnologia stessa, ma rifiutando l’idea che la tecnologia sia lo scopo stesso. Lo scopo della vita è il progresso umano collettivo!».

Ritornando alla teoria del “Megashift” nel libro si ripercorre la storia dell’evoluzione delle tecnologie, esaminando l’arco temporale in cui sono state adottate su larga scala. Per l’elettricità ci sono voluti quarant’anni, per il microonde trentacinque e per lo smartphone solo sette e i tempi sembrano accelerare sempre di più. Ci sarà un limite oltre il quale assisteremo ad un rallentamento?

«Certo, niente può durare in eterno, la natura di ogni aspetto della nostra vita è organicamente costituita da una serie di curve che vanno su e giù e che si interrompono improvvisamente. La tecnologia non è limitata da elementi organici ma da principi fisici di base, come la dimensione del piccolo chip transistor, che possono costituire dei limiti invalicabili. Tuttavia, per quanto riguarda le otto tecnologie abilitanti, non vedo un declino del trend, al contrario queste tendenze tendono ad amplificarsi a vicenda. Tutto segue il principio del “gradualmente e poi improvvisamente” menzionato nel mio libro».

Nel quarto capitolo intitolato”Automatizzare la società” si parla di dipendenza dalle tecnologie di Internet Of Things e dell’automatizzazione. Ci sono oggetti che sarebbe meglio non digitalizzare?

«In questo momento l’IoT è ancora in una fase embrionale che si scontra con alcuni limiti come i costi della rete e dei dispositivi e i frequenti problemi di privacy e sicurezza. Si calcola che tra cinque anni queste tecnologie saranno sempre più presenti nelle nostre vite, quindi i rischi aumentano esponenzialmente. Dovremmo considerare che a volte può avere senso non connettere, digitalizzare, automatizzare o virtualizzare le cose perché più robotizziamo il nostro mondo e più lo sottrarremo a noi stessi. Abbiamo bisogno di un gruppo di esperti, quello che io chiamo un Consiglio di etica digitale, per affrontare questi problemi».

Lo scrittore William Gibson scrisse che “La tecnologia è moralmente neutrale fino a quando non la applichiamo“. Come dovremmo definire la nuova etica digitale?

«Prima di parlare di etica dobbiamo in primo luogo capire che le macchine non sono intelligenti nel senso umano; la nostra natura è costituita da un corpo, un’anima ed uno spirito di coscienza che le macchine naturalmente non hanno. Tuttavia, una macchina che ha una potenza di calcolo mille volte più superiore rispetto ad un cervello umano può eguagliare e talvolta superare alcune funzioni della nostra mente. Partendo da questo aspetto dobbiamo definire come sfruttare questa potenza senza esserne sopraffatti. Per questo ritengo urgente la definizione di alcune linee guida etiche molto basilari come, per esempio, il divieto delle armi autonome basate sull’intelligenza artificiale.

Recentemente sulle pagine di Domanipress abbiamo parlato di lavoro con il futurista Martin Ford che ha teorizzato che l’adozione massiva del digitale porterà ad un futuro in cui lavoreremo sempre meno… sei d’accordo con questo tipo di teoria o credi che la tecnologia apra nuove strade per la crescita dell’occupazione?

«Credo che siano valide entrambe le ipotesi, non possiamo dare una risposta univoca a questa domanda. Con lo sviluppo delle tecnologie si creano molti nuovi posti di lavoro e questo è un’ aspetto positivo, ma è anche vero che le macchine elimineranno in maniera esponenziale alcuni lavori, magari in prima istanza quelli meno specializzati e ripetitivi, che sarà più facile commissionare ad un robot invece che ad un operaio specializzato. Direi che in linea generale tra dieci anni probabilmente si lavorerà molto meno e che fra vent’anni saremo in grado di separare denaro e lavoro. Questa è anche chiamata l’ economia di Startrek che elimina i beni materiali ed il denaro a favore in una forza motrice nuova basata sul il miglioramento in generale dell’umanità e di se stessi. Ovviamente un modello che oggi è pura utopia…».

Quando parliamo di Industry 4.0 ci riferiamo spesso all’esempio tedesco e alle azioni in atto della piattaforma “Hightech-Strategies 2020“. Perché la Germania rispetto agli altri stati europei è riuscita ad imporsi meglio in tema di rivoluzione digitale?

«Sono tedesco, quindi posso tranquillamente dirti che in Germania c’è da sempre un attenzione importante verso l’ingegneria; la tecnologia è stata per molti anni sfruttata come leva importante per guidare ed innovare questo settore ancor prima che si parlasse di 4.0. Diversamente negli Stati Uniti il punto focale della rivoluzione digitale è costituto dall’esperienza, dalle idee visionarie e dai nuovi modelli di business più che alla tecnica; questa è la reale differenza che intercorre tra Berlino e la Silicon Valley. Ad ogni modo oggi in Germania parliamo già di trasformazione 5.0 basandoci maggiormente sull’intelligenza artificiale…è questa la sfida del prossimo futuro che saremo chiamati ad affrontare».

Per lavoro sei spesso in giro per il mondo, oltre alla Germania c’è un paese che è particolarmente pronto ad affrontare il cambiamento?

«Sono molto impressionato dal Portogallo ultimamente perché ha trovato una chiave per l’adozione della tecnologia senza cancellare la loro umanità nel progresso, inoltre, anche la Finlandia ha fatto passi da gigante nel campo dell’educazione attivando percorsi particolarmente efficaci che coniugano il sapere tecnico con quello umanistico».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Gerd Leonhard , quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Nel Domani la mia speranza è quella di diventare più smart senza mai dimenticare di essere più umano».

Simone Intermite