Spesso una voce è capace di comunicare molte più emozioni rispetto alle parole, lo sa bene Francesco Pannofino, uno degli attori e doppiatori italiani tra i più quotati, che ha fatto del suo timbro vocale un marchio di fabbrica, riconoscibile, declinato e prestato, con grande versatilità, ai più grandi divi di Hollywood come Denzel Washington, George Clooney, Kurt Russell, Jean-Claude Van Damme, Antonio Banderas e Wesley Snipes, solo per citarne alcuni. Ma non è tutto il doppiatore di Forest Gump e Boris, oltre all’esperienza nella sala di doppiaggio ha saputo dare prova del suo talento anche al cinema, a teatro e in televisione con progetti audaci che spaziano dalla recitazione alla narrazione di eventi, dai documentari tv firmati da Alberto Angela ai programmi d’intrattenimento come “Tale e quale show” ed “Immigratis“, mettendosi sempre alla prova con nuove sfide umane ed artistiche. Oggi lo abbiamo ritrovato a teatro, prima che l’emergenza sanitaria COVID-19 bloccasse ogni attività, diretto dal regista Ferzan Özpetek per la trasposizione del film “Mine Vaganti”, un racconto che mette in scena storie di persone, di scelte sessuali, di fatica ad adeguarsi ad un cambiamento sociale ormai irreversibile dove Pannofino riveste il ruolo di Vincenzo Cantone, recitando la parte drammatica ed ironica al tempo stesso del pater familias diviso tra sentimenti contrastanti e preconcetti da eradicare. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Francesco Pannofino per parlare con lui di ricordi passati da affrontare, dell’importanza dell’utilizzo della voce e di tolleranza verso se stessi e gli altri tra riflessioni sul presente e prospettive future.


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Sei a teatro con la commedia trasposizione del film premiato in tutto il mondo “Mine Vaganti” per la regia di Ferzan Özpetek….Com’ è lavorare per un regista così importante?

«Lavorare con un registra straordinario come Ferzan Özpetek è un’esperienza meravigliosa, lui è un’artista vero, riesce a capire al volo le esigenze degli attori e sopratutto è un grande ascoltatore e questa è una qualità che non si trova facilmente. Non sempre succede di lavorare e di trovarsi subito a proprio agio. Sopratutto a teatro è importante che tutto il cast sia coeso per poter rendere al massimo, è un lavoro di squadra, una grande famiglia dove ognuno deve cooperare con l’altro in maniera naturale…Durante le prove Ferzan ci diceva spesso che era importante mantenere un ritmo frizzante sulla scena, quando si annoiava non esitava a tirar fuori il megafono per dirti che la scena non era particolarmente coinvolgente».

“Mine Vaganti” è stato uno dei film più apprezzati dal pubblico e dalla critica con tredici candidature ai David di Donatello e cinque nastri d’argento…Come si passa dal cinema al teatro, è un’operazione rischiosa?

«Sicuramente è un’operazione rischiosa che non sempre ha avuto successo. Questo accade principalmente perché Il cinema dispone di mezzi narrativi che il teatro per sua definizione non può avere come i flashback, il montaggio, i primi piani…Nella sala di un teatro, se ci pensi, Ogni spettatore ha la sua inquadratura a seconda di dove è seduto in quel momento. Una stessa scena vista dalla platea ha un’impatto diverso che dal loggione..Nonostante questo per la trasposizione teatrale di “Mine Vaganti” Ferzan insieme al produttore Marco Balsamo è riuscito a stilizzare tutti gli ambienti cambiando le scene con dei meccanismi dinamici costituiti da tende che fungono da sipario, sul palco avviene tutto in maniera veloce ed intelligente. Utilizziamo anche gli spettatori della platea come se fossero la piazza del paese e li coinvolgiamo. Lo spettacolo ha un ritmo serrato che ha trovato il gradimento del pubblico, che non manca di dircelo al termine di ogni replica, siamo undici attori in scena e siamo molto soddisfatti».

La commedia affronta il tabù dell’omosessualità e degli equilibri connessi in una grande famiglia patriarcale, un tema piuttosto importante quanto complesso da affrontare…

«Questo argomento nella commedia è trattato con estrema leggerezza ed intelligenza, sono convinto che i genitori che hanno dei figli omosessuali e sono in difficoltà, dopo aver visto “Mine vaganti” escono dal teatro rincuorati, la funzione di uno spettacolo può essere anche quella pedagogica, perché oltre ad essere un momento di svago è un’occasione di riflessione che aiuta a capire meglio gli altri e se stessi. Io mi metto nei panni di chi vive delle dinamiche simili a quelle del padre dei protagonisti, accettare un figlio per la sua natura, può sembrare un’operazione semplice ma non è sempre così. Ancora oggi in Italia e nel mondo ci sono casi di genitori che vivono la inclinazioni omosessuali in maniera drammatica, come se fossero uno stigma, quando con un piccolo salto mentale potrebbero superare il “problema”, il teatro può essere uno strumento educativo».

Lo è stato anche per te?

«Certamente, posso dirti che grazie al teatro sono riuscito a superare la timidezza. In questo senso il palco è una palestra, ti fa sentire a stretto contatto con il pubblico».

In tutti questi anni anni hai prestato voce a innumerevoli personaggi dello Star Sistem hollywoodiano…a chi ti senti maggiormente legato?

«Durante tutti questi anni ho doppiato tanti personaggi differenti ma posso dirti che, tra tutti, sono legato maggiormente a due personaggi: George Clooney e Denzel Washington, questo perché li ho seguiti e doppiati sin dagli esordi della loro carriera artistica quando ancora non erano i divi di Hollywood che tutti noi conosciamo…Si può quasi dire che siamo cresciuti insieme, per me è come se fossero degli amici o dei parenti stretti, quasi dei cugini. Quando mi ritrovo a lavorare per loro mi sento subito a mio agio. Ho iniziato a doppiare Clooney dal film “Un giorno per caso” con Michelle Pfifer, era il lontano ’96, mentre Denzel lo seguo da prima a partire dal film “Il grido di libertà”, in quel caso ho prodotto un accento particolare che si accostava all’originale che era in “Africaner” un linguaggio americano influenzato da quello africano».

Sofocle diceva che la voce sa smascherare gli intenti, quando hai capito che la tua era perfetta per il cinema, alla fine dei conti doppiatori si nasce o si diventa?

«Quello del doppiatore è un mestiere complesso, bisogna avere un’ attitudine particolare; è necessario il talento che ogni attore deve avere, ma anche una forte capacità di vivere ed interpretare le emozioni. Accanto a questo il doppiaggio ha una componente tecnica importante, spesso ignorata, che è costituita dalla gestione del lip sync e l’impostazione della voce, si tratta di un’arte a cavallo tra molte altre arti: come il teatro, il canto e la fonoacustica. Molti tecnicismi si devono imparare sul campo, non esiste una scuola che possa formarti in maniera definitiva, è sempre come se fosse un lungo tirocinio. I doppiatori italiani sono tutti particolarmente capaci e c’è una tradizione radicata e di successo che nel nostro Paese che dura da anni…».

La voce di un personaggio cinematografico è fondamentale per caratterizzare determinate caratteristiche e per decretare il successo di un film in sala. Con Forest Gump sei riuscito a centrare in pieno l’anima del personaggio…

«Forest Gump è stata un esperienza di doppiaggio particolare, l’originale aveva un accento tipico dell’Alabama, noi abbiamo pensato di non trovare un accento regionale specifico ma di adottare una parlata che si articolava con difficoltà…in quel caso il linguaggio rende anche i limiti del protagonista, doveva fare tenerezza…Forest Gump è ingenuo come un bambino, gli sono molto affezionato».

Oltre al doppiaggio cinematografico qual è stata l’ultima tua esperienza lavorativa che ti ha permesso di esprimerti con la voce?

«L’audio libro di Harry Potter, che ho realizzato con molto piacere perché mi piace molto leggere ad alta voce…è un modo per ricreare dei mondi intorno a te con le parole».

A proposito di attività extra cinematografiche nel varietà “Tale e quale show” ti sei confrontato anche con il canto ed il ballo…Cosa ti ha lasciato quell’esperienza?

«Mi sono molto divertito, Carlo Conti ha creduto fermamente in me e sono grato per questo. Io non sono un cantante, quindi da outsider, senza alcuna ambizione di vincere, mi sono messo in gioco ed ho imparato molto dalle tecniche di canto a quelle di presenza scenica sul palco. Imitare gli altri artisti è stata un’esperienza formativa».

Prima dello showbitz c’era lo stadio…

«Quando ero molto giovane non nascondo di aver venduto bibite allo stadio in tribuna Tevere con un mio amico di scuola…Era un modo per entrare gratis e guardare le partire; da Juventino diventai tifoso della Lazio e gli portai fortuna perché quell’anno si classificò al terzo posto e l’anno dopo vinse lo scudetto».

Da “grande” hai scelto tra la lupa e l’aquila?

«Che dire, io sono ligure e i miei genitori sono di origini pugliesi, di Locorotondo, quindi non ho mai vissuto la competizione Roma – Lazio ed in generale vivo la passione calcistica in maniera molto pacata, senza troppi fanatismi che dividono. Lo sport dovrebbe essere vissuto così…».

Tralasciamo lo spettacolo, nel 1968 sei stato testimone oculare del rapimento di Aldo Moro…Cosa ricordi di quel momento così drammatico?

«Sicuramente è stato uno dei momenti più difficili della mia vita, avevo solo diciannove anni ed abitavo in Via Fani a Roma. Mentre mi dirigevo all’Università sono stato coinvolto nella sparatoria, ho sentito il suono degli spari del mitra e sono prontamente scappato dalla parte opposta, portando con me anche un signora che abitava vicino a casa mia. Non sono stato testimone oculare, non ho visto nessuno, avevo molta paura ho reagito d’istinto e sono fuggito via. Subito dopo gli spari sono tornato sul luogo del delitto e ho visto con i miei occhi la strage…non è stato facile dimenticare la fotografia cruenta di quel momento. Non mi sono subito reso conto di quel che era accaduto, dopo molti anni, per far affiorare le emozioni negative di quel giorno, ho scritto anche un brano intitolato “Sequestri di stato” scelto come colonna sonora del film “Patria” del regista Felice Farina. La musica è una terapia, un linguaggio che può far affiorare aspetti di se stessi che solitamente sono nascosti, sono molto fiero di aver composto quel brano ed ogni volta che l’ascolto è sempre come se fosse la prima».

La fine degli anni settanta e gli inizi degli anni ottanta erano detti “gli anni di piombo”…

«Si era difficile, i tempi oggi sono molto veloci, ovviamente è cambiato tutto, sembra di trovarsi in un’altra era..quelli di Aldo Moro erano gli anni della guerra fredda e della lotta tra Stati Uniti d’America e Russia ed anche l’assetto politico europeo era totalmente differente, dopo il crollo del muro di Berlino sono iniziate a cambiare le cose…Erano periodi pesanti».

Come reputi la situazione politica nell’Italia di oggi?

«Adesso c’è molta confusione, gli elettori mi sembrano disorientati e non mi pare che al momento ci sia una classe politica dirigente all’altezza della situazione che riesca a cambiare alcuni meccanismi logori e poco edificanti, quelli che rispetto alla media europea ci fanno restare a terra. Siamo arrivati al paradosso di rimpiangere il passato e i vecchi democristiani che almeno erano culturalmente preparati per affrontare le sfide del paese…ovviamente è un paradosso ma ti fa capire come la penso».

Il dibattito politico oggi si è spostato dalle piazze ai social network, tu non sei molto presente su queste piattaforme…

«Si, e non ambisco ad esserlo al momento. Non ho nulla contro i social, non tollero il linguaggio violento e gli insulti che spesso si leggono su questi canali, che sconfinano ben oltre la libera opinione, quindi semplicemente preferisco evitare di farne parte».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Francesco Pannofino, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Io sono ottimista, il Domani lo vedo sempre migliore del presente e del passato. Per mio figlio Andrea spero che le cose cambino, ma sono convinto che con l’intelligenza e la volontà di tutti noi se ognuno riesce a fare la sua parte con onestà è coraggio non dovremmo temere il futuro. Bisogna fare un piccolo salto mentale e culturale oltre le vecchie logiche…mi auguro che questo accada».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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