«Se non fosse stato per lui la Silicon Valley sarebbe oggi un campo per fiori ed orchidee». Ad annunciare questa frase fu il fondatore della Microsoft, Bill Gates, parlando di Federico Faggin, il fisico ed inventore italiano che negli anni settanta è partito in direzione San Francisco per dare il suo supporto in campo di innovazione digitale, sviluppando due invenzioni alla base di tutta la tecnologia in uso oggi come il microprocessore e il touchscreen, diventando un indolo per tutti gli scienziati e appassionati di tecnologia. Oggi l’inventore vicentino racconta la sua storia in un libro edito da Mondadori intitolato “Silicio” in cui mette nero su bianco le sue quattro vite, dall’infanzia ai primi lavori, dalla controversia con Intel per l’attribuzione della paternità del microprocessore, fino al suo appassionato impegno nello studio scientifico della consapevolezza definendo una preziosa opera di divulgazione relativa agli elementi che hanno consentito ai computer moderni di evolversi, accompagnata da una parte finale dedicata allo studio scientifico della coscienza. Federico Faggin ha inoltre fondato, in compagnia della moglie Elvia, la Faggin Fundation che promuove lo studio dell’io interiore sostenendo vari programmi di ricerca presso università e istituti di ricerca statunitensi attraverso la ricerca teorica e sperimentale. Noi di Domanipress abbiamo avuto l’onore di ospitare nel nostro salotto virtuale Federico Faggin e di parlare con lui di tecnologia, intelligenza artificiale e coscienza umana tra progresso ed etica.

La sua carriera parte dall’Italia ed arriva in California fino alla Silicon Valley dove è diventato uno dei maggiori punti di riferimento. Come ci è riuscito?

«Mi sono trasferito in California per alcune fortunate coincidenze; lavoravo per un azienda di Agrate Brianza che mi chiese di partecipare ad un programma di scambio di ingegneri della durata di sei mesi. In America rispetto all’Italia c’era un clima più aperto all’innovazione ed una mentalità imprenditoriale maggiormente audace; nonostante questo il mio progetto era quello di ritornare in patria dopo i primi cinque anni ma la situazione degli anni settanta tra scioperi, terrorismo brigatista e tensioni politiche non era particolarmente favorevole, quindi ho preferito restare nella Silicon Valley e stabilirmi in maniera definitiva».

Il progresso tecnologico oggi si è diffuso oltre ogni latitudine, la Silicon Valley può definirsi ancora come il polo d’innovazione più importante al mondo? Cosa la rende così unica?

«Attualmente ci sono molti altri posti nel mondo dove avvengono innovazioni importanti, ma l’unicità della Silicon Valley è scritta sopratutto nella sua storia che si è sviluppata negli ultimi sessant’anni. Tutta la baia di San Francisco è cresciuta a livello demografico ed economico ed oggi può contare oltre sette milioni di abitanti ed un indotto derivante dalle attività di innovazione in costante crescita. Io sono stato testimone di questo sviluppo e l’ho visto crescere ed espandersi anche verso altri mercati come quello asiatico, dove si è sviluppata la manifacturing creando migliaia di posti di lavoro e disegnando scenari economici orizzontali. Non c’è un altro esempio di area relativamente limitata dove l’innovazione ha prodotto un impatto economico così evidente…».

Il fondatore di Microsot Bill Gates disse che se non fosse stato per il suo apporto quel territorio sarebbe rimasto semplicemente una valle per frutta ed orchidee…

«Non ho ascoltato personalmente questa frase, ma mi è stata riferita e l’ accetto con grande piacere…se è vero che l’ha detta». (ride)

Nel libro ha scritto una frase molto forte: “Ho imparato tanto da chi mi ha osteggiato”…Quali sono le difficoltà maggiori che si incontrano quando si vuole presentare un’innovazione in campo tecnologico?

«La mia esperienza mi insegna che quasi ogni innovazione è accolta con scetticismo; difficilmente un’idea nuova è recepita con entusiasmo e con la voglia di rischiare. L’uomo per sua natura tende a mantenere lo status quo perché ciò che è nuovo fa paura e destabilizza. Ci sono paesi tradizionalisti particolarmente avversi alle novità ed altri maggiormente inclini all’innovazione. Anche quando si ha un’idea brillante non è facile trovare investitori che credono in ciò che fai. Per questo è importante trovare sulla propria strada degli imprenditori illuminati che abbiano la volontà di superare le difficoltà e di vivere l’impresa come un processo anche spirituale, come un percorso umano non solo come uno strumento per aumentare il capitale, quello deve essere una conseguenza mai il fine ultimo».

A proposito di innovazione a lei si deve l’invenzione del microprocessore e del touchscreen, che stanno alla base di tutta la tecnologia che noi utilizziamo giornalmente…Chi ha creduto in lei?

«Sicuramente la Intel, io fui assunto negli anni settanta, ricordo che si producevano dei calcolatori enormi con lo svantaggio di avere costi proibitivi ed un tempo di risposta lento e macchinoso. Dopo ricerche e studi realizzai un microprocessore capace di sostituire la tecnologia precedente; ho intuito subito che la strada che stavo percorrendo era quella giusta perché era possibile integrare il microchip per qualsiasi applicazione. Oggi se utilizziamo lo smartphone, la chiavetta usb o qualsiasi altro dispositivo intelligente lo dobbiamo a quella intuizione».

Per il touchpad ed il touchscreen invece le cose sono andate diversamente…

«Tra gli oltre cinquecento brevetti che ho prodotto, c’è anche quello relativo alle tecnologie touch. Dopo aver ottenuto il controllo del cursore con il movimento delle dita attraverso il touchpad dei computer portatili, fu naturale l’evoluzione che ha portato al touchscreen attraverso un sensore trasparente applicato su una superficie di vetro ed è quello che ha permesso la realizzazione degli smartphone…».

Il padre fondatore di Apple si disse subito interessato al suo prototipo…

«Steve Jobs desiderava ottenere l’esclusiva ad un prezzo relativamente molto basso. Ma non accettai la sua proposta, quando la Apple riuscì a trovare il modo di produrre in casa i suoi Iphone la mia società è stata sommersa di richieste dei competitor».

Si può dire che le sue invenzioni hanno cambiato radicalmente la storia dell’umanità?

«Il pc, così come lo intendiamo oggi da vent’anni a questa parte, si basa sulla “silicon gate technology” ed il microprocessore che è l’unico modo possibile per costruire circuiti integrati e tutti gli elementi fondamentali del computer come le memorie dinamiche, le memorie non volatili ed i sensori d’immagine. Il microprocessore ha fatto diventare il pc un pezzo di silicio che costa pochi dollari, invece di un insieme di nuclei magnetici e valvole termoioniche che occupavano spazi enormi».

Nella sua biografia ci sono due universi paralleli che si scontrano tra di loro: la base umanistica della sua famiglia, suo padre è il celebre filosofo Giuseppe Faggin traduttore delle Enneadi di Plotino, e poi i suoi studi tecnico scientifici.Oggi si parla spesso di Digital Humanities come chiave di lettura che unisce le discipline umanistiche con quelle informatiche…

«L’Umanesimo digitale può essere declinato in diverse accezioni. Viviamo in un mondo in cui è necessario leggere la realtà in maniera totalizzante. Lo sviluppo delle tecnologie, il progresso informatico e gli algoritmi dell’intelligenza artificiale ci pongono di fronte a nuovi equlibri che richiedono una presa di conscienza per tutto ciò che riguarda il nostro mondo interiore che deve essere ancora esplorato. Anche chi parla di digital humanities spesso non pone l’accento sulla necessità di indagare l’uomo nei suoi valori più profondi. C’è bisogno di far crescere nella mente di tutti una maturità maggiore nell’uso delle tecnologie informatiche, che devono essere apprese ed usufruite in maniera intelligente, diversamente un utilizzo sconsiderato del progresso potrebbe portarci all’autodistruzione. Oggi più che mai bisogna fare appello all’etica e al recupero dei valori che fanno parte della vera natura umana».

A proposito di questo si osserva spesso un dualismo tra chi ha una visione della tecnologia e dell’intelligenza artificiale ottimista e chi invece legge il futuro in chiave distopica…lei dove si colloca?

«Io non sono né ottimista né pessimista, mi dichiaro semplicemente realista e riconosco che oggi la spinta al profitto e all’abuso , non supportato da uno sviluppo culturale, di alcune tecnologie è un dato che non può essere ignorato. In questi tempi diventa necessario perseguire un obiettivo che conduca ad un autodisciplina non imposta dall’esterno ma che nasca spontaneamente dalla consapevolezza che chi produce del male agli altri lo fa anche verso se stesso. Quando parlo ai giovani cerco di svegliarli perché è ora di smettere di trastullarci su un iphone perdendo tempo in attività banali; bisogna darsi da fare studiare e auto realizzarsi come persone e non essere solo dei consumatori».

Nel libro Silicio tiene a scongiurare la possibilità che una macchina possa svilluppare una AI capace di sostituire o replicare sotto forma di algoritmo la creatività ed i sentimenti umani.Forse il termine “Intelligenza artificIale” non è propriamente corretto…

«Si, l’intelligenza artificiale è semplicemente un’imitazione della nostra intelligenza “meccanica” ma noi esseri umani abbiamo un aspetto in più che ancora non siamo riusciti a capire, isolare e replicare, mi riferisco alla sfera spirituale che si basa sull’intelligenza intuitiva che proviene dal nostro inconscio, c’è chi nega questo aspetto e che crede che le macchine potranno uguagliare e superare l’uomo, ma questo non potrà accadere, perchè se è vero che una IA potrà essere superiore a livello tecnico è altrettanto vero che i sentimenti e le emozioni sono delle caratteristiche proprie di un’interiorità che non può essere replicata da un algoritmo. L’aspetto della spiritualità non esiste nelle macchine. Spesso faccio l’esempio del profumo della rosa, noi lo percepiamo attraverso il nostro sensore che è costituito dal naso che mediante segnali elettrici arriva al nostro cervello. Ma quando noi percepiamo a quel profumo non pensiamo ad un segnale elettrico ma piuttosto ad un significato intrinseco intriso di ricordi e sensazioni. Noi siamo consapevoli, il computer non potrà mai esserlo, la nostra vita non è basata solo su aspetti formali».

Nella parte finale del libro si parla di sviluppo della consapevolezza, una parola importante e pregna di significato. Nel suo caso la conspevolezza coincide con la ricerca della felicità che per sua definizione è irragiungibile…A lei personalmente cosa la rende veramente felice?

«Non mi piace la parola “felice” perché è effimera e superficiale, può dare l’idea di una persona che gioca come un bambino per soddisfare dei desideri e coincide con i bisogni imposti dalla società, preferisco sostituirla con la parola soddisfazione, quella gioia profonda che ognuno prova dentro di se per essere vivo e partecipe nel grande mistero della vita. Io da giovane l’ho cercata a lungo la felicità senza essermi troppo soffermato sul suo significato profondo, la mia attenzione era rivolta verso il raggiungimento degli obiettivi, invece poi ho capito che aveva a che fare con qualcosa di più profondo».

In questo si può tracciare anche una riflessione sulla cultura americana particolarmente incentrata sul raggiungimento dell’ obiettivo economico e professionale…

«Si, senza voler generalizzare troppo si può dire che la cultura americana è legata ad un pensiero di felicità naïve, meno articolata rispetto all’Italia e più ristretta verso valori pauperistici e materialisti tendenti al consumismo ossessivo. In italia la cultura umanista affiancata da una visione di stampo prevalentemente cattolico ha posto le basi per un tipo di cultura maggiormente sensibile ad alcuni valori dello spirito che vanno oltre al meccacinismo del “Consuma e sii felice”. Anche la religiosità in America è vissuta in maniera estrema».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Federico Faggin, quali sono le sue speranze e le sue paure?

«La presenza dell’intelligenza artificiale nel Domani tenderà a portarci difronte ad uno specchio materiale che riflette solo una parte di noi, quella meccanica replicabile da un algoritmo. Mi auguro che nel confronto tra l’uomo e la macchina emerga la natura spirituale dell’uomo che è quella che conferisce significato e sapore alla vita».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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