Quella di Enrico Ruggeri, rocker italiano contraddistinto da una sconfinata libertà artistica, con trentacinque album all’attivo, una moltitudine di collaborazioni e una serie di successi senza tempo, è una quarantena all’insegna della musica, che diventa terapia per vincere la solitudine del lockdown ed aprire nuovi  orizzonti di esplorazione e di cambiamento. Il suo ultimo singolo in rotazione radiofonica “Una storia da cantare” è una rock ballad che prende il titolo dal recente show record d’ascolti condotto su Rai 1 insieme a Bianca Guaccero, per celebrare le straordinarie vite di artisti che hanno fatto la storia della musica del nostro paese, e racconta storie di solitudine che trovano nella musica un modo per condividere emozioni e superare le paure. Recentemente, a seguito della pubblicazione del singolo, è stato anche pubblicato il videoclip del brano registrato esclusivamente nella dimensione domestica, rispettando le misure di sicurezza imposte dal Covid 19. Questo nuovo progetto del autore di autentici pezzi di storia della musica italiana, per se stesso, per i Decibel e per altri grandi artisti, come “Il mare d’inverno“, “Contessa“, “Mistero” e “Il portiere di notte”, solo per citarne alcuni, arriva ad un anno di distanza dal suo ultimo album di inediti “Alma” contente undici tracce inedite che sorpassano i condizionamenti dati dalle mode sonore imperanti e testimoniano l’urgenza creativa che lo ha contraddistinto nei suoi oltre 40 anni di carriera. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Enrico Ruggeri per parlare con lui di musica e voglia di stare insieme in questa intervista da leggere ed ascoltare.

Durante questi mesi di lockdown, l’isolamento e l’interruzione forzata delle attività di routine hanno offerto l’opportunità di guardarsi dentro per analizzare la propria vita..Tu cosa hai riscoperto di te stesso?

«Tutti abbiamo utilizzato questo tempo di isolamento per svolgere tutte quelle attività che la vita quotidiana frenetica ci aveva tolto da leggere il libro che non leggiamo da tanti anni o che abbiamo lasciato sul comodino,a ritrovare quel disco che non ascoltavamo pi; abbiamo sistemato il cassetto dei ricordi da rimettere in ordine o telefonato l’amico storico che non sentivamo da tempo.Restando a casa mi sono reso conto che le attività da svolgere tra le mura domestica sono molte e che non ci si annoia affatto. Anche negli avvenimenti poco piacevoli, come il Covid-19, si possono riscontrare degli aspetti positivi, nella vita c’è sempre un’occasione da cogliere ed è importante esercitarsi a farlo. Ritrovare il tempo per me stesso è stato un’aspetto positivo che ho avuto il piacere di sperimentare».

C’è un libro in particolare che hai riscoperto nella tua libreria?

«Ce ne sono diversi, sono un lettore onnivoro. Tra tutti ti dico “1984 Nineteen Eighty-Four” di George Orwell, è un testo che ciclicamente rileggo con grande piacere. Ogni volta ritrovo la realtà che viviamo, adesso siamo tutti controllati come se fossimo immersi in un “grande fratello” costante. Orwell questo l’aveva predetto, proprio come la storia del romanzo, oggi le istituzioni cercano di canalizzare l’emotività individuale nelle sole direzioni utilizzabili per la riproduzione dell’ordine sociale. Rileggere Orwell risveglia la coscienza e non fa fermare la mente».

Oltre alla mente anche la musica non si ferma, la tua attività artistica prosegue con il singolo “Una storia da cantare” che è anche diventato un videoclip…

«Si, abbiamo remixato e masterizzato il pezzo e l’abbiamo pubblicato sfidando l’isolamento e  le regole commerciali; ho registrato anche un videoclip, con l’aiuto di Bianca Guaccero, che ha partecipato al progetto e di tutta la mia band storica che mi segue durante i concerti, tutti loro per me sono come una grande famiglia e mi è mancato non poterli riabbracciare. Quella di realizzare un videoclip tra le mura domestiche è stata un’esperienza nuova per me, mi ha molto divertito, tutti siamo diventati dei creativi durante il lockdown, ci siamo dovuti adattare con ingegno ad una condizione umana nuova».

In questa “Storia da cantare” è raccontata la solitudine, dal bambino davanti allo schermo di un pc, alla ragazza che cerca i suoi amici fino ad un emblematico uomo solo…

«Sono tutti personaggi salvati dalla musica, il brano è stato scritto profeticamente l’anno scorso quando ancora nessuno immaginava quello che sarebbe successo. La solitudine è un sentimento che accomuna tutti gli esseri umani. L’utilizzo dei social network e della tecnologia cerca di assecondare questo sentimento. Facebook ed Instagram costituiscono forse il paradigma più forte di quel che può considerarsi una condizione di solitudine, con tanti collegamenti sociali ma nella stragrande maggioranza tutti superficiali. Prima della rivoluzione digitale la parola “amico” aveva un significato serio e concreto, adesso ognuno di noi può vantare un numero sconfinato di amici che in realtà non sono tali. Il social network non deve mai essere il fine ultimo ma un mezzo per costruire legami,per questo ciclicamente è utile prendersi un break dallo smartphone e concentrare i propri sforzi nella vita quotidiana. Nel brano c’è una cura, ciò che consola è la musica, si può ripartire dall’ascolto di un bella canzone per riprendere in mano la propria vita».

Personalmente qual’ è stato il tuo peggior momento di solitudine?

«La solitudine riguarda in realtà più una sensazione che non una condizione concreta: ci si può sentire da soli in un ufficio pieno, a scuola o in una relazione ed anche stando in compagnia di tanta gente. Dal punto di vista fisico per me, sia per il lavoro che faccio che per la compagnia dei miei figli, è sempre difficile restare solo, anzi quando accade lo reputo quasi un premio. Ciò che è pericoloso è quando sei tra la gente ma non riesci a percepire una connessione con nessuno perché è come se mancasse la comunicazione tra te e loro…Quando accade è davvero doloroso ed è una dinamica che può sfociare verso gravi rischi depressivi. La solitudine si vince con tutto ciò che comunica qualcosa penso all’arte, la musica, la lettura».

A proposito di libri, spulciando la tua biografia ho letto che in passato prima di diventare la rockstar che tutti conosciamo eri un insegnante di lettere, me lo confermi? Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«Certo, insegnare è stata una delle esperienze delle mia vita che porterò sempre nel cuore e che mi ha fatto crescere. Ero un supplente di lettere e già questo compito rispetto all’insegnante di ruolo mi faceva percepire dagli studenti come un loro alleato, non incutevo timore ma stuzzicavo il loro interesse verso la materia. Certo essere un cantante è più comodo perché non devi svegliarti alle sette del mattino, ma se ci pensi tra il palco e la cattedra ci sono delle analogie: devi catturare l’attenzione dei ragazzi, affascinare l’ascoltatore e trasmettergli un messaggio che può essere emozionale come nel caso di una canzone o culturale ed educativo come durante una lezione in classe. Il ruolo dell’insegnante è importate per la società, dai giovani si costruisce il futuro, e credo che debba essere meritevole di più rispetto ed attenzione da parte della società e delle istituzioni».

Non hai proseguito nel ruolo di insegnante ma ti sei trovato particolarmente a tuo agio nel ruolo di coach nei talent show come X Factor o The Voice…I programmi televisivi sono ancora il trampolino di lancio privilegiato per chi vuole fare musica?

«Quando non sei conosciuto dal grande pubblico ogni mezzo è lecito per far conoscere a tutti chi sei, senza però dimenticare che la carriera di un artista si gioca su un percorso molto più lungo di una stagione televisiva. Da giudice posso dirti che il limite maggiore di questi format è lo scegliere solo chi canta meglio, ma se consideri la storia della musica degli ultimi cinquant’anni, gli artisti più longevi ed apprezzati non sono quelli che cantano meglio ma quelli che hanno più cose da dire…Pensa a Vasco Rossi, Ligabue, Francesco De Gregori, Vinicio Capossela, in un talent sarebbero stati eliminati perché come me non sono portatori del “bel canto” ma piuttosto sono artisti che cantano dei brani in cui la gente riconosce un’emozione. Il pericolo del talent e che si sceglie spesso la voce migliore e non il contenuto migliore. In queste ultime stagioni si è un po’ aggiustato il tiro, ai ragazzi è data la possibilità di presentare un inedito che li propone al pubblico per quello che sono…».

Ritornando al supplente di lettere, qualche tempo fa hai pubblicato un libro intitolato “Il professore nano“. La scrittura di libri per te è una piacevole consuetudine. Come cambia l’approccio alla scrittura dalla musica alla letteratura?

«La canzone comunica un’urgenza, la puoi comporre in un lampo tenerla nel cassetto anche per anni e poi capire se è pubblicabile o meno. Scrivere Un libro è un lavoro complesso, può richiedere dei mesi, devi pensare ad una storia da raccontare…».

Dalla letteratura al rock…Cosa si può ancora definire rock al giorno d’oggi?

«Il rock era negli anni settanta la ribellione di una generazione nei confronti di un’altra. Oggi forse questa concezione è quella caratterizzante della musica trap amata dai giovani. Oggi il rock non è più appannaggio di una sola generazione; ti faccio un’esempio concreto i sessantenni che negli anni ottanta avrebbero potuto assistere ai miei concerti erano persone nate negli anni venti con poche possibilità di capire il linguaggio del rock. I sessantacinquenni di oggi, invece, sono nati alla fine degli anni cinquanta ed erano ragazzini quando i Rolling Stones hanno scritto “Satisfaction” e avevano vent’anni quando è morto Jimi Hendrix. Nello stesso tempo i giovani oggi hanno accesso ad un catalogo musicale sconfinato che consente di poter scegliere con facilità quale tipo di musica ascoltare».

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Tu sei milanese per eccellenza, anche se, come la maggior parte dei milanesi, hai radici meridionali…Dopo il lockdown com’è cambiato il tuo rapporto con la città meneghina?

«Sono fiero delle mie radici siciliane. Milano oggi la vedo sofferente, è come un cavallo da corsa rinchiuso in una stalla. Come tutte le grandi metropoli come Barcellona, New York e Parigi, è il luogo dove accadono le cose e noto una forte voglia di ripartire per costruire il futuro…speriamo accada al più presto».

A proposito della condizione dei lavoratori dello spettacolo si ipotizza un’estate priva di concerti o di eventi fruiti tramite la vecchia concezione del drive in…

«Io spero che questo non accada e sono pronto a ripartire ovviamente seguendo le direttive ma quella del drive in è un’ipotesi poco ecologica e abbastanza vecchia che faccio fatica ad accettare. Il governo dovrebbe porre rimedio alla crisi del settore dello spettacolo. Così come si può ad oggi entrare in un bar a prendere un aperitivo, mantenendo le dovute distanze e una giusta profilassi, i concerti in un palasport si possono svolgere in totale sicurezza».

Rigettiamo l’idea del Drive In, ma qual è stato il luogo più particolare dove hai suonato?

«Uno dei luoghi a cui sono particolarmente affezionato si trova a San Paolo del Brasile in un parco chiamato Ibirapuera che ha nel suo interno una vasta arena per la musica dal vivo. Tutte le domeniche si svolgevano dei concerti gratuiti pagati dal comune, io mi trovavo li per il mio tour teatrale e fui contattato dall’organizzazione per partecipare ad un festival. Di domenica mattina mi sono esibito su un palco con la folla che cresceva; abbiamo iniziato con diecimila persone e l’esibizione si è conclusa con duecentomila persone, una grande soddisfazione. Lo ricordo con grande affetto».

In Brasile c’è un attenzione particolare verso la musica e l’arte in genere…

«Si è una componente culturale molto importante e mi ha fatto piacere che anche noi, che portavamo uno stile totalmente diverso rispetto a quello brasiliano, siamo riusciti a conquistare il pubblico portando a casa un bel risultato in termini di presenze e gradimento».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Enrico Ruggeri, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Spero che nel Domani si smetta di non vivere per la paura di morire. Sopratutto in questo momento è importate riprendere le proprie attività nella maniera più rapida possibile. Siamo chiamati a combattere una guerra, dobbiamo essere forti e riconquistare la nostra quotidianità giorno dopo giorno».

Intervista Esclusiva a cura di Simone Intermite

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