Per molti è l’irriverente signorina Silvani l’impiegata “sui generis” che attirava le attenzioni del ragionier Fantozzi, ma per i veri cultori di cinema e del teatro è semplicemente Anna Mazzamauro, un’attrice a tutto tondo, che riesce a guardare ben  oltre i confini parodistici del suo personaggio cinematografico, disegnato magistralmente da Paolo Villaggio, superandolo e discostandosene negli anni, senza mai disconoscerlo, confrontandosi con i grandi classici dalla “Locandiera” di Molière passando per Aristofane con “Lisistrata” e al “Cyrano de Bergerac” del celebre poeta Edmon Rostand. Oggi la Mazzamauro torna in scena con uno spettacolo intitolato “Nuda e cruda” dove esorta il pubblico a spogliarsi dei ricordi cattivi, degli amori sbagliati, dei tabù del sesso, a liberarsi dalla paura della vecchiaia e ad esibire la propria diversità attraverso risate purificatrici. L’attrice romana racconta di se stessa, della vita e degli esordi cinematografici, prendendo spunto dalla sua atipicità e buttando via la maschera si prende in giro, si libera di tutti quei pregiudizi borghesi ricevuti, da cui si pensa ipocritamente di essere liberi. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di incontrarla nel nostro salotto virtuale per parlare con lei di libertà e di diversità tra risate e momenti da ricordare.

Nel tuo show “Nuda e cruda” tiri le somme e fai il punto della situazione della tua vita in chiave ironica…Qual è il segreto per non prendersi mai troppo sul serio?

«Alla base di tutto c’è l’autoironia che ho sempre utilizzato, anche inconsciamente, come un’arma di difesa innata, all’inizio dello show esordisco parlando con il pubblico della mia “atipicità”, bada bene che non utilizzo il termite “bruttezza”, che per me è sempre stata una caratteristica che fin da ragazzina mi ha infastidito, perché il giudizio degli altri era legato spesso alla mia diversità ed al mio aspetto, facendo il mestiere dell’attrice poi ho subito questo stigma in maniera molto marcata ed ho lottato duramente per impormi. Sono fermamente convinta che ogni essere umano, in quanto tale, meriti rispetto. Ho sempre sentito di essere nata “protagonista” e negli anni ho voluto dimostrare che essere tali non significa rispondere a determinati canoni fisici, ma è una condizione d’animo e sopratutto di talento».

Il ruolo della Signorina Silvani è entrato nell’immaginario collettivo, ma spesso sopratutto in italia, quando un personaggio è particolarmente amato rischia di soffocare l’attore dietro la maschera…Qual è il tuo rapporto oggi con questo ruolo?

«La Signorina Silvani per me è un cartone animato, le sono immensamente riconoscente per avermi dato quella popolarità che attraverso il teatro non avrei mai avuto, l’universo teatrale è una dimensione dove è più difficile emergere in questo senso. Per la costruzione del personaggio tutto è avvenuto per caso…Paolo Villaggio cercava un “cesso” da mettere accanto al “cesso protagonista” che era Fantozzi e mi hanno ingaggiata subito…(ride) In realtà, posso dirti che non mi sono resa subito conto che la Silvani potesse diventare un cult e che i film sarebbero stati così tanti…d’altronde nessuno pone la speranza del successo prima ancora di partire con un progetto. Girando pagina quel ruolo è stato per me un marchio e molti produttori miopi, non sono riusciti a guardare oltre e a considerarmi come la Mazzamauro, attrice di teatro e non solo un personaggio fantozziano. Non vivo questo aspetto però come una condanna ma come un ostacolo da raggirare e se oggi le date a teatro sono “sold out” è anche grazie a lei. Con lo spettacolo “Nuda e cruda” raggiro simpaticamente il pubblico con la Silvani per condurli nella dimensione del teatro, dove mi libero di questa maschera per parlare di temi importanti».

In “Nuda e cruda” porti a teatro delle tematiche forti, si parla anche di femminicidio con il monologo dedicato a Melania Rea…

«Si, nello show c’è un momento dedicato alla madre di Melania Rea diventata simbolo delle madri che hanno perso le proprie figlie in condizioni tragiche. L’ho immaginata con la borsa della spesa che si reca in macelleria e rimane sbigottita davanti ad un animale appeso attraverso un gancio che diventa lo spunto per un dialogo terrificante tra lei ed il macellaio…».

Hai avuto modo di confrontarti con la madre di Melania?

«No, non ho avuto modo di parlare con la madre di Melania Rea e sinceramente se la incontrassi non saperei cosa dirle…in apertura del monologo confesso sempre al mio pubblico che non saprei come affrontare un dolore immenso come quello, ho anch’io una figlia e quello della violenza sulle donne è un tema che mi sta molto a cuore. Ho voluto dedicare un momento anche a questo, alla donna abusata che si rivolge ad alcuni santi che in quanto uomini non la capiscono, allora preferisce parlare direttamente alla madonna e gli chiede tu donna lo sei mai stata?».

Negli anni sei passata da ruoli comici a drammatici; come cambia l’approccio a queste due sfere emotive diverse? C’è un ruolo che ami particolarmente?

«Mi piace molto alternare ruoli drammatici e comici, un attore dovrebbe sempre sapere affrontare tutte le sfere emozionali dell’animo umano, questo però spesso non incontra l’aspettativa del pubblico che ti apprezza maggiormente in una delle due sfumature e si affeziona a certi ruoli. Quando sono a teatro so che ci si aspetta da me il personaggio comico ed è per me appagante condurlo dalla comicità al dramma…il monologo dedicato a Melania Rea ad esempio è inaspettato e proprio per questo efficace ed emozionante. Per me il teatro è emozione, la tecnica non mi interessa, preferisco un attore che sbagli la dizione o che sia balbuziente ma che sappia regalare un’emozione».

Nel teatro si è sentito parlare meno del movimento del #Metoo, quale idea ti sei fatta su questo tema?

«Il cinema ed il teatro sono realtà molto differenti il primo ha bisogno di immagine ed ha bisogno di essere eclatante e violento sia nella comicità che nel dramma ed ha bisogno anche di gossip, il secondo ogni sera racconta attraverso le parole la realtà, la dimensione teatrale è simultaneità e il riconoscersi in un personaggio. La mia posizione rispetto al movimento “#meetoo”è naturalmente fuori dal coro; io non sono mai stata la bella da deflorare anche psicologicamente, sono stata difesa dalla mia atipicità. A me al massimo chiedevano di rifare il letto e non di andare a letto».

Edoardo De Filippo diceva che il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita, tu hai trovato il tuo? Quando hai capito che il teatro sarebbe stata la tua vita?

«La passione per il teatro è nata con me, credo che il talento sia già scritto nel proprio dna; tu magari nel ventre di tua madre già scrivevi o facevi interviste agli intestini, io recitavo qualche opera teatrale…da piccolissima ho imparato a parlare tardi, non per un deficit mentale, ma perché volevo esprimere con pienezza la parola “mamma”. Sono nata con la deformazione fisica e mentale dell’essere un’attrice e non del volerlo diventare. I miei genitori per combattere il “demone” del teatro mi hanno mandato a scuola dalle suore fino al liceo, ricordo che avevo il banco sotto la finestra del’inclito Istituto Volpicelli di Roma, lo stesso dove studiava Paola Ruffo di Calabria, ed ero una bambina dissociata dalle ragazze per bene perché guardavo le nuvole e scrivevo i brani, le locandine ed immaginavo il teatro e la mia vita da adulta».

Da adulta il teatro è diventato la tua ragione di vita ti sei confrontata con i grandi classici dalla “Lisistrata” di Aristofane alla “Locandiera” di Molière passando per Anna Magnani un’attrice con cui prima o poi bisogna fare i conti…

«Ricordo con particolare affetto lo spettacolo dedicato ad Anna Magnani, con la preziosa regia di Aldo Trionfo, era un confronto diretto tra me e la Magnani, dove ci giudicavamo e raccontavamo a vicenda, le due Anna a confronto…molte attrici credendo di fare un’imitazione di Anna Magnani son diventate spesso grottesche, io ho preferito avere con questo grande personaggio un rapporto diverso, anche in “Nuda e cruda” c’è un monologo dedicato al lei con una telefonata tra la Magnani e Rossellini che la lascia per sposare Ingrid Bergamn. Tutto il pezzo lo recito di spalle, mi piace molto questa dimensione, perché tutti noi abbiamo avuto nella vita un momento in cui abbiamo ricevuto una telefonata dolorosa…e poi per stemperare tutto c’è la canzone “Quanto sei bella Roma”».

A proposito di Roma…come vivi il tuo rapporto con la città?

«Lo vivo da lontano a Roma nord…(ride) che dire la città eterna è bellissima ma anche le donne bellissime hanno bisogno di essere abbigliate…Roma oggi è una bella donna che ha poca cura di se e che esce di casa senza lavarsi. Sarebbe necessario recuperare la sua bellezza, infondo basta poco eppure…».

Nei tuoi prossimi impegni artistici c’è anche una nuova commedia, cosa puoi anticiparci?

«Ho scritto una commedia chiamata “Belvedere” racconta la storia di una donna boteriana, sorniona dalle forme generose e dalle sfumature felliniane, che va ad abitare all’ultimo piano di un palazzo e che un giorno asciugando le lenzuola scorge una trans che si sta per suicidare. Tra le due protagoniste ci sarà un rapporto speciale ed è un inno ad essere come cazzo ti pare: trans, gay, grassa, brutta, bella…è un messaggio coraggioso di libertà. Per interpretare il ruolo della trans ho scelto Cristina Bugatti, prima di sceglierla avevo pensato ad un attore bravissimo che avrebbe dovuto interpretare la sua parte ma dopo il provino ho capito che lei sarebbe stata perfetta per quel ruolo».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Anna Mazzamauro, quali sono le tue speranze e le tue paure? 

«Per il Domani la mia unica paura è quella di morire… perché mi piace vivere, sono una donna felice, con una figlia meravigliosa, un lavoro che amo e tanta gente che mi stima, quindi vedo tutta la vita che mi resta come un conto alla rovescia. Quelli che credono con l’anelito dell’avvenire hanno una speranza, io sono atea e non credo nelle meravigliose favole delle religioni, il mio unico dio è il teatro perché è la forza che mi spinge a vivere e pensare che un giorno non lo possa più frequentare mi fa soffrire. Chissà che non abbiano poi ragione i cattolici, magari in paradiso prendo uno stabile e ci faccio un bel teatrino».

Simone Intermite

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