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Francia in rivolta: quando una generazione smette di chiedere permesso

In Francia gli studenti protestano perché a scuola mancano insegnanti, personale, spazi decenti. Poi incendiano cassonetti, bloccano gli ingressi, occupano i licei. A Marsiglia un preside viene aggredito. A Nantes brucia una parte di una scuola. La polizia usa i lacrimogeni. Un ragazzo finisce in ospedale con una grave ferita alla testa. E così, nel giro di poche ore, la scuola sparisce e resta soltanto la rivolta. È un meccanismo che conosciamo bene.

Finché uno studente racconta che il professore manca da settimane interessa poco. Se rovescia una transenna, improvvisamente diventa una notizia. Il fuoco, del resto, ha sempre avuto un ufficio stampa migliore dei problemi strutturali.

Le richieste degli studenti francesi sono quasi deludenti per quanto sono normali: professori sostituiti, edifici dignitosi, classi meno affollate, condizioni di studio accettabili. Non chiedono la rivoluzione permanente. Chiedono che la scuola funzioni. Alcuni raccontano di edifici degradati, di aule difficili da gestire, perfino di topi e scarafaggi. Il governo risponde ricordando che gli investimenti nell’istruzione sono aumentati e che sono stati previsti nuovi posti. Ed è qui che comincia quella particolare forma di incomunicabilità contemporanea in cui tutti possiedono dei numeri e nessuno sembra vivere nello stesso Paese. Lo Stato mostra i bilanci, gli studenti mostrano i muri. E possono avere ragione entrambi. Un finanziamento può aumentare e un liceo può continuare ad avere problemi. Una riforma può esistere sulla carta e non essere ancora arrivata nel corridoio dove manca un insegnante. Le statistiche nazionali hanno un grande vantaggio: non devono entrare in classe alle otto del mattino.

Naturalmente esiste un punto oltre il quale la protesta cambia natura. Aggredire un dirigente scolastico, incendiare un edificio o attaccare chi interviene durante gli scontri non diventa accettabile perché esiste una buona ragione per essere arrabbiati. La rabbia spiega, non assolve. Ma vale anche il contrario. Se migliaia di studenti manifestano e una parte compie atti violenti, raccontare soltanto le fiamme significa scegliere una porzione della realtà e trasformarla nella realtà intera. È quello che succede spesso: settimane di disagio vengono compresse in trenta secondi di immagini con il fumo. Il giorno dopo nessuno ricorda più perché la manifestazione fosse iniziata. Ricorda il cassonetto.

La Francia ha poi un rapporto particolare con la piazza. Scioperi, manifestazioni, università occupate, cortei: fanno parte della sua grammatica politica quasi quanto l’Assemblée Nationale. Stavolta, però, la protesta è partita dai licei e si sta allargando alle università. E quando a muoversi sono ragazzi di sedici, diciotto, vent’anni, il discorso diventa inevitabilmente più grande della scuola. Diventa generazionale. Sono ragazzi cresciuti sentendo parlare continuamente di debito pubblico, austerità, sostenibilità dei conti, pensioni, competitività, produttività. Tutte parole serissime. Solo che viste da un banco scolastico possono finire per significare una cosa molto più semplice: per voi i soldi non bastano mai.

Ed è qui che la vicenda francese diventa interessante anche fuori dalla Francia. Alle nuove generazioni chiediamo di studiare di più, imparare le lingue, essere flessibili, acquisire competenze, prepararsi a lavori che ancora non esistono, possibilmente salvare anche il pianeta. Poi magari il professore di matematica manca da un mese. È uno dei piccoli paradossi del nostro tempo: pretendiamo ragazzi preparatissimi per il futuro mentre fatichiamo a garantirgli un presente funzionante.

Per un adolescente, in fondo, lo Stato non è il ministro che parla in televisione. Lo Stato è il professore che arriva, il bagno che funziona, il soffitto che non perde acqua, il compagno disabile che riceve assistenza, il riscaldamento acceso quando fa freddo. È una definizione molto meno solenne della Repubblica, ma probabilmente più concreta. Se quelle cose non funzionano, puoi spiegare quanto vuoi il rapporto deficit-Pil. Difficilmente produrrà entusiasmo.

Intanto anche la politica si è impossessata della protesta. Da una parte chi vede soprattutto violenza, infiltrati e ordine pubblico. Dall’altra chi insiste su repressione, disagio sociale e diritto alla protesta. È la malattia delle nostre democrazie: ogni problema deve trasformarsi immediatamente in una tifoseria. Se condanni le violenze degli studenti qualcuno pensa che stai con la polizia. Se chiedi di verificare l’uso della forza qualcuno pensa che stai giustificando le devastazioni. La possibilità più semplice — condannare le violenze e contemporaneamente domandarsi perché così tanti ragazzi siano scesi in strada — sembra ormai un esercizio intellettuale sofisticatissimo. In realtà dovrebbe essere la normalità.

Le scuole riapriranno. I vetri verranno cambiati. I cassonetti bruciati saranno sostituiti. Le transenne torneranno dritte e prima o poi anche i ragazzi rientreranno in classe. La questione interessante arriverà dopo, quando le immagini delle proteste avranno smesso di circolare. Perché se una generazione comincia a convincersi che per essere ascoltata debba prima bloccare qualcosa, significa che un pezzo della conversazione tra cittadini e istituzioni si è già incrinato. Non necessariamente per colpa di una sola parte. Ma si è incrinato.

E forse è questa la vera notizia che arriva oggi dalla Francia. Non le fiamme davanti ai licei. Non gli scontri. Non il numero degli arresti che cresce nei titoli dei giornali. È la sensazione che per alcuni ragazzi sia diventato più facile immaginare una barricata che una risposta. Il fuoco prima o poi si spegne. La sfiducia, invece, ha tempi molto più lunghi. Cresce in silenzio, mentre tutti discutono d’altro. E quando finalmente diventa visibile, di solito sta già bruciando qualcosa.