«Il dialetto non è solo una lingua, è un’emozione, utilizzandolo riesco a raccontare storie vere, sentite e vissute», Con queste parole Serena Brancale, 34 anni, polistrumentista e compositrice pugliese, descrive la sua profonda connessione con la sua lingua. È proprio questa autenticità che ha reso il brano “Ù Baccalà” un fenomeno virale con quasi un milione di visualizzazioni su YouTube e un impatto ancora maggiore su Spotify e TikTok. Il pezzo, ispirato al bailefunk brasiliano, è rimasto per sei settimane consecutive nella top 10 della chart Viral 50 in Italia, e il suo suono è stato utilizzato in oltre 8.000 video su TikTok. Recentemente, Brancale è stata ospite di Propaganda Live e ha condiviso il palco di Bari con il concerto di Annalisa per un’interpretazione dal vivo del brano che ha mandato in visibilio i fans. La compositrice pugliese è ormai un nome in ascesa nel panorama musicale italiano, ma il suo percorso artistico è iniziato molto prima. Nel 2015 ha partecipato al Festival di Sanremo nella categoria Nuove Proposte con il brano “Galleggiare” continuando a costruire una carriera solida con una discografia che dimostra la sua versatilità. L’album “Je So Accussì”, pubblicato nel 2022, è un tributo a Pino Daniele e include collaborazioni con artisti come Ghemon, Davide Shorty, Roshelle, Margherita Vicario e Fabrizio Bosso e Richard Bona. Questo progetto ha ricevuto l’approvazione di Quincy Jones, un’icona del jazz e della produzione musicale con un video dove l’artista si complimentava per l’utilizzo innovativo del suono dialettale. Ma è il successo di “Ù Baccalà” che ha segnato un punto di svolta nella carriera di Serena, aiutato anche dalla collaborazione con il producer Dropkick, meritevole di aver aumentato la portata della sua musica a livello globale. Con oltre cinque milioni di streaming su varie piattaforme, Serena ha consolidato la sua presenza nel panorama musicale ma non sono mancate anche alcune critiche, prime fra tutti le recenti polemiche con Miss Fritty, rapper pugliese di origini anglofone che ha accusato Serena di non essere realmente cresciuta a Bari; accuse rispedite al mittente senza polveroni. Intanto due settimane fa, Serena ha annunciato un tour sold out e pubblicato suoi profili social un nuovo brano, “La Zia” che esplorara nuove sonorità, fondendo il groove moderno con le radici jazz.

In questa video intervista nel Salotto di Domanipress, Serena Brancale ci parla dell’importanza del dialetto nelle sue canzoni e del processo creativo dietro i suoi recenti successi.

Questo è un momento magico per la tua carriera, il tuo sorriso lo esprime al meglio…
«Mi sento molto a fuoco in questo momento della mia vita. Anche l’occasione di potermi raccontare al pubblico per me è sempre entusiasmante e ho voglia di esprimere questa mia gratitudine. Trascurando un po’ di allergia, che in questo momento non mi lascia tregua posso dirti che sono davvero felice».
Tutto è partito dal Baccalà che spopolando su TikTok ha dato un’accellerata alla tua carriera facendoti diventare popolare anche al grande pubblico…
«Devo dire che  “Baccalà” è stato uno degli esperimenti più riusciti; mi occupo di musica da molti anni ma un’esplosione di questa portata è stata una sorpresa per me. Oggi sono la ragazza del sud che tutti conoscono, mi piace quando la gente mi riconosce per strada, ne sono onorata».
Facciamo un passo indietro; qualche mese fa Serena Brancale, già protagonista sul palco di Sanremo con il brano Galleggiare ha rotto gli argini proponendo Baccalà un brano totalmente in dialetto barese. Com’è nato il progetto?
«Ti dico la verità, di canzoni in dialetto barese ne avevo scritte già tante. A 22 anni ho scritto Sta Uagnedd, che parlava di una ragazza che suonava la batteria e cantava. Nel testo dicevo: “Cosa fà qesta ragazza con la batteria? Se la suona, se la canta e tiene pure il tempo. Poi è stata la volta dell’irriverente, Chin d’ m*rd  dedicato al mio vicino di casa, e infine è arrivata Baccalà dopo l’incontro con Dropkick».
Incontare l’artista polistrumentista Dropckick è stato un segno del destino…La tua sliding doors
«Sì, perché avevo appena concluso il concerto all’Auditorium di Roma ed ero alla ricerca di un batterista. Come se qualcuno mi leggesse nel pensiero, a un certo punto mi è apparso Dropkick sul mio Instagram, l’ho contattato, ci siamo conosciuti e gli ho fatto sentire Baccalà. Ci siamo organizzati per fare il video, un po’ per scherzo, in macchina  ed è stata buona la prima. Il successo è venuto per caso».
Dopo lo tsunami mediatico scatenato da Baccalà, è arrivato il nuovo singolo singolo La zia. Ma poi chi è questa zia?
 
«Non esiste, è un personaggio inventato. Molte delle frasi avrebbe potuto pronunciarle mia zia, quella vera, ma in realtà la zia della canzone è un personaggio ideale, di quelli che si incontravano qualche tempo fa a Bari vecchia, che giravano per strada con le banconote nel reggiseno, sicure che nessuno avrebbe avuto il coraggio di frugare. Sono steriotipi della cultura popolare del sud che mi appartengono».
A proposito di sud, con il video di TikTok hai spopolato, portando alla ribalta Bari vecchia, quasi come Jennifer Lopez fece anni fa con il suo Bronx. Questo però ha attirato su di te anche qualche critica. I puristi ti hanno accusato di non appartenere a Bari vecchia. Come hai vissuto questo aspetto del successo?
 
«Inizialmente male, perché le critiche venivano da chi fino al giorno prima mi faceva i complimenti. Poi, però, ho deciso di non rispondere alle offese con altre offese. Sono libera di fare quello che voglio, mi dispiace se questo può infastidire qualcuno, ma io vado dritta per la mia strada».
Secondo te è stato il successo del brano ad aver destato qualche antipatia?
«Sì, penso che sia stato questo il problema; chi il giorno prima voleva coinvolgermi in alcuni progetti, quando si è reso conto che il successo stava diventando sempre più grande, ha cambiato idea».

Sul web ad alimentare la polemica sono state la rapper Miss Fritty e la collega Mama Marjas con un dissing tra le sue parole si legge:  “Ragazza non sei di Bari ma di Ceglie  togliti duecento litri di botox dalla faccia e metterne altri duecento altrove…” Sono parole forti…

«Non ho risposto a questo dissing e ho lasciato che le polemiche si smontassero da sole. Quella dell’offesa non è una cultura che mi appartiene. La musica deve unire non tracciare confini linguistici o stilistici e dividere. Oggi ho scritto “Baccalà” esplorando il rap, domani potrei tornare al jass o ancora sperimentare una bossa nova, perchè per questa mia eclettiità dovrei chiedere il permesso a qualcuno?»
E in merito al purismo linguistico?
«Baccalà è stata recepita in maniera differente in puglia rispetto al resto del mondo. Alcuni fuori dai confini ha scambiato il dialetto barese per napoletano. I bambini sono divertiti dal suono linguistico tanto da non accorgersi che dentro ci sono anche delle parolacce. In musica è importante far sposare le sonorità con il testo. Non mi interessa essere aderente alle particolarità linguistiche. Si parte dal particolare ma l’obiettivo è abbracciare l’universale»
Hai sempre palesato il tuo amore e il tuo orgoglio per la tua terra. Nel brano “Sta Wagnedd” dici che il cuore è a Bari, mentre la mente è americana. Qual è il tuo luogo del cuore?
«Sicuramente Ceglie del Campo, dove è nata mia madre, alla quale devo tantissimo,soprattutto l’amore per la musica. Lei è un insegnate di conservatorio, mi ha saputo trasmettere tanto…».
E invece parlando dell’America, l’hai visitata? Ti piacerebbe viverci?
«La mente è americana si riferisce a New York, perché è una grande città e ti permette di realizzare tanti sogni. Sai è lo stereotipo del posto dove è possibile essere se stessi e farcela nella vita. Però, a conti fatti, non ci vivrei, preferisco un posto più tranquillo».
Parlando del dualismo, tra caos ed equilibrio l’ abbiamo ascoltato anche nella tua musica: Baccalà è molto diverso da Galleggiare presentato a Sanremo, come nasce in te questo contrasto?
«Sono semplicemente poco fondamentalista. Forse perché da piccola sono cresciuta in un giro di musicisti puristi del jazz e mi vergognavo ad ascoltare i balli di gruppo e le canzoni pop; con il tempo, invece, ho capito che se uno è certo della propria competenza, se la possiede senza timore perchè ha studiato, può spaziare, perché abbracciare generi musicali diversi può essere solo un arricchimento».
Questo tuo modo di intendere la musica è apparso interessante anche a Quincy Jones. Come hai reagito?
«Volevo andare a trovarlo. È stato bellissimo ricevere il suo video e i suoi complimenti. Ho fissato il post di instagram tra le mie storie preferite è una medaglia al valore a cui tengo molto».
Quali sono gli altri sogni da realizzare?
«Mi piacerebbe ricantare Galleggiare in dialetto barese; con Dropkick ci siamo divertiti tantissimo e ripetere l’esperienza sarebbe formidabile. Una cosa che mi manca è il belcanto; a me piace la Vanoni, Mina, la musica italiana… Gino Paoli, Tenco. E i contenuti arriveranno, quando il pubblico mi chiederà di scrivere cose diverse da quelle che scrivo oggi. Non mi pongo limiti e tendo a non annoiarmi mai».
E invece a livello personale che cosa non conosciamo ancora di Serena Brancale?
«Sono felice, sono molto impegnata nel lavoro, la mia vita personale è privata. Penso che sia questo il segreto per vivere bene anche il rapporto con il palco».
Sui social hai condiviso oltre le tue canzoni anche luoghi affascinanti dai trulli alle spiagge del salento che diventano sfondo dei tuoi tiktok animando l’interesse per la Puglia, soprattutto tra i più giovani.
«Da sempre mi porto dietro questa voglia di condividere le bellezze della Puglia, pur non parlando necessariamente barese. E forse è anche questo che infastidisce un po’ i baresi puri. Ma a me interessa essere fiera della mie radici e portare un po’ del mood pugliese in giro per il mondo. Penso a quanto è stato fatto con il Festival della Taranta che ha fatto nascere anche un coinvolgimento collettivo».
Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Serena Brancale quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Nel Domani mi vedo più sicura… mi vedo anche mamma, mi piacerebbe diventarlo , ma è giusto dare il giusto tempo alle cose e non bruciare le tappe. Le mie paure sono sempre meno; Ho imparato che l’imprevedibilità è il sale della vita per questo voglio giocare con quello che accade».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.