Luca Serianni, linguista e professore emerito di Storia della Lingua Italiana presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza, è considerato una figura di riferimento nell’ambito della filologia italiana per le sue lectio magistralis ed i suoi testi che sono da più di una generazione base di studio per tutti i professionisti del linguaggio e della comunicazione. Il Professor Serianni nella sua attività ha condotto numerose ricerche in merito a diversi momenti della storia della linguistica italiana dal medioevo ad oggi ed è uno dei curatori, assieme a Maurizio Trifone, del celebre vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli. Oggi il docente accademico della Crusca ha posto la sua indagine sul ruolo della poesia con un libro edito da Laterza intitolato “Il verso giusto. 100 poesie italiane” un’antologia che ripercorre otto secoli di storia letteraria: da Giacomo da Lentini a Petrarca, da Gaspara Stampa a Tasso, da Leopardi a Caproni, affacciandosi su qualche nome meno noto, dedicando attenzione alla lirica femminile. Noi di Domanipress abbiamo avuto la preziosa occasione di ospitare nel nostro salotto virtuale il professor Luca Serianni per parlare con lui in questa Video Intervista Esclusiva del patrimonio letterario italiano e della funzione sociale della poesia in tempi di lockdown tra suggestioni e spunti di riflessione.

Il suo ultimo libro “Il verso giusto: cento poesie italiane” edito da Laterza, offre una lettura generale e approfondita di tutte le poesie che hanno costruito la storia della nostra letteratura attraverso un’antologia di cento testi: come è avvenuta questa sua scelta e quale tipo di criterio ha utilizzato?

«Mi sono fondato su due criteri: il primo, tendenzialmente il più obiettivo, è stato quello di rappresentare solo il grandi poeti di indiscussa qualità artistica. Notoriamente in un’antologia della poesia italiana non possono mancare Dante, Petrarca, Ariosto, Leopardi o Montale, ma anche altri vari momenti significativi, ho voluto rappresentare cioè la poesia italiana nella sua varietà e complessità».

La prima poesia non è una tra le più note…

«Uno dei primi testi è legittimamente ignoto ai più “ Il detto del gatto lupesco”, una poesia curiosa fin dal titolo, scritta nel duecento, di matrice giullaresca proprio per rappresentare un filone che è rimasto inevitabilmente lontano dal canone delle opere che si studiano a scuola. L’altro criterio, che è diventato determinante per i poeti contemporanei,  è semplicemente il mio gusto, le mie personali propensioni o anche, perché no, le mie  ignoranze».

Come mai ha scelto proprio l’espressione “il verso giusto” per il titolo?

«Preciso per dovere che “Il verso giusto” mi è stato proposto dall’editore e io l’ho accettato subito molto volentieri. E’ un titolo che gioca su una specie di ambiguità che spesso hanno i titoli dei libri: il verso giusto è inteso nel senso che sono poesie belle e rappresentative, ma anche il verso giusto corrispondente all’espressione del nostro linguaggio comune “prendere per il verso giusto qualcosa”, cioè leggerle secondo un certo criterio che non vuole in nessun modo appesantire la lettura della poesia, ad esempio attraverso un apparato eccessivo di note, ma avvicinarla al lettore colto che abbia curiosità di poesia italiana magari ricordando gli studi fatti a suo tempo a scuola e poi  abbandonati per altre attività».

C’è una scelta di poesie molto variegata, tra cui anche ovviamente Dante Alighieri che  cita anche nella prefazione. Del sommo poeta ha scelto anche un estratto del terzo volume del paradiso, come mai questa scelta? Solitamente si predilige la lettura dell’inferno notoriamente  più amato dai lettori…

«Per Dante Alighieri ho rappresentato tutte e tre le cantiche: inferno, purgatorio e paradiso e direi che dei tre episodi delle tre cantiche forse quello più noto è proprio quello del paradiso perché legato ad una delle  figure femminili che Dante incontra nella Commedia, cioè Piccarda Donati, una donna che si presenta a Dante come primo personaggio tra i beati. C’è un verso in cui Piccarda non viene riconosciuta da Dante per la straordinaria luce che prova e Dante che non riesce a ritrovarne le fattezze ed evoca la consuetudine che il Dante giovane aveva con il fratello Forese Donati, una certa aria di famiglia quindi».

A proposito di donne nel testo trovano spazio anche le poetesse femminili, spesso nelle antologie scolastiche la voce delle donne è relegata ad un ruolo marginale. Nel libro la scelta è programmatica: ci sono nomi importanti come quello di Elsa Morante, però poi ci sono anche nomi meno frequentati come quello di Isabella Morra, un personaggio importante non solamente a livello poetico ma anche per il messaggio che porta e per la sua biografia, e Gaspara Stampa. Come è avvenuta la scelta?

«Ci sono tre momenti che vedono la forte presenza femminile nella poesia: il primo è quello delle poetesse petrarchesche. Lei citava prima Gaspara Stampa e Isabella Morra, quest’ultima è interessante perché viveva in un castello della Lucania appartenente alla sua nobile famiglia ma con un padre lontano a cui lei guarda con grande nostalgia. Viene uccisa molto giovane dai fratelli perché avevano subodorato una sua relazione a loro non gradita. È una figura piuttosto interessante che ci dice come anche nella periferia culturale, quale era all’epoca la Basilicata, potesse arrivare la voce della poesia dalla grande capitale del Regno, Napoli. Per quanto riguarda l’altro momento di presenza femminile è il momento dell’Arcadia e qui io ho inserito una sola poetessa: Maratti Zappi, però l’ho inserita con due sonetti che mi sono parsi significativi, in particolare il sonetto in cui Faustina Maratti Zappi piange la morte del figlioletto e ricorda con un tono particolarmente affettuoso il “lettucciolo” in cui il bambino giaceva malato di una malattia mortale. Il terzo periodo direi è il secondo novecento in cui, indipendentemente dalle mie scelte, la presenza femminile nella letteratura, non solo in poesia ma anche in prosa, è talmente dominante che non si può fare meno di rappresentarla. Naturalmente ci potevano essere altre voci che avrei potuto accogliere, ma non ho voluto superare la cifra di ventisei poeti complessivamente novecenteschi e dei primi due decenni dei duemila per non alterare troppo l’equilibrio dell’insieme perché volevo rappresentare un quadro della poesia nel corso del suo volgimento».

C’è stato qualche autore che voleva inserire ma che poi all’ultimo è stato scartato? Soprattutto per il novecento, ci sono degli autori importanti che non sono stati inseriti…

«La risposta naturalmente è sì ma l’allargo la sua osservazione osservando che questo non vale solo per il novecento, vale un po’ per tutti i secoli. Cito solo un esempio: il seicento è abbastanza rappresentato, anche perché ho un vecchio interesse per la poesia barocca, però non ho potuto inserire uno dei sonetti che Tommaso Campanella, dunque un filosofo, dedica a temi tipicamente filosofici. Ce n’è uno, per esempio, piuttosto interessante in cui rappresenta la mente umana come un mangiatore vorace che non si sazia mai, che più mangia più ha fame: un’ immagine particolarmente originale che dà il senso del continuo desiderio di conoscenza che caratterizza il saggio. Per il novecento manca Campana ma anche Sbarbaro, però non volevo superare la quota che mi ero prefissato perché la poesia italiana ha secondo me naturalmente un significato che, come tutte le poesie del resto della grande tradizione letteraria, abbraccia un corso molto lungo. Se vogliamo indicare il momento centrale della poesia italiana non possiamo che ritornare ancora una volta a Dante e a Petrarca, cioè ritornare al Trecento, e quindi inevitabilmente bisogna far sì che gli altri secoli siano compressi; del resto anche per il Trecento non ho inserito Cino da Pistoia. Ho cercato di essere equanime nei limiti del possibile nelle mie esclusioni».

Charles Baudelaire diceva “Un uomo in perfetta salute può fare a meno di mangiare per due giorni ma non può fare a meno della poesia”. In questo momento di grande crisi, è giunto il momento di rivalutare il ruolo della poesia? 

«Credo proprio di sì e nell’introduzione lo ribadisco riprendendo le parole di Papa Francesco. In una delle sue caratteristiche aggiunte rispetto alla catechesi domenicale dice proprio che un’anima senza poesia zoppica. La prova di una certa vitalità della poesia è data dal numero di persone che scrivono versi. Magari non saranno versi belli, spesso non lo sono, sono i versi dei cosiddetti “poeti della domenica”. Come fenomeno antropologico però mi sembra importante che ci siano persone che invece di dedicarsi ad altre attività sfruttano il loro tempo nello scrivere versi, indipendentemente dalla ricerca della fama o anche dall’idea di pubblicare i loro testi. Oggi c’è peraltro la possibilità, che un tempo non c’era, di diffonderli via rete».

A proposito di linguaggio, qual è lo stato di salute della lingua italiana?  L’utilizzo dei social network e la frammentazione della comunicazione ha cambiato in qualche modo la qualità del nostro lessico?

«Forse la lingua si è impoverita ma non certo per colpa dei social network che rappresentano una possibilità di espressione aggiuntiva. Sicuramente è cambiata perché le giovani generazioni perdono il contatto con la tradizione dei classici. Si potrebbe dire “Pazienza, non avranno la piena comprensione di un testo classico o anche del Manzoni dei Promessi Sposi, per questo ci sono le note”, ma in realtà l’italiano scritto di livello alto esiste ancora ed è quello con cui sono scritti gli editoriali dei quotidiani o le riviste di larga destinazione, cioè rivolte a un pubblico colto in generale, a medici e ingegneri non solo specialisti. E allora che si perda questo contatto, questa capacità di arricchire il proprio lessico con parole che vadano oltre la trita quotidianità, può creare indubbiamente in prospettiva perlomeno un problema non di poco conto. In compenso la lingua parlata, per ritornare alla domanda che lei mi aveva posto, gode di buona salute. Noi italiani siamo in grado di parlare la nostra lingua. Lei mi dirà “che notizia è?”, ma se andiamo a ritroso a 100 anni fa non avremmo potuto enunciare una tale affermazione perché una parte dei nostri concittadini era in grado di parlare solo il proprio dialetto. Oggi questo non avviene perché la quasi totalità degli italiani parla l’italiano, anche se non del tutto formalmente corretto».

Prima ha parlato di linguaggio aulico per pubblicazioni o per determinati ambiti,  anche in politica si è assistito a un cambio di passo si è passati da un tono istituzionale ad uno più accessibile…

«In effetti c’è stato un cambiamento di paradigma come ha scritto, ormai qualche anno fa, il linguista Giuseppe Antonelli. C’è stato un effetto rispecchiamento, cioè il politico vuole rivolgersi agli elettori e ai cittadini sottolineando che è come loro, un primus inter pares e non in  una posizione di superiorità. Questo comporta indubbiamente un abbassamento del linguaggio rispetto a quello usato dalla cosiddetta Prima Repubblica che arriva fino al turpiloquio. Non è strano ascoltare un politico in televisione per lo meno, ma persino nelle aule parlamentari, che ricorre a un linguaggio basso e qualche volta anche alle parolacce. Questo perché, a differenza di un tempo, quando si parla nel Parlamento nella Camera o nel Senato si è oggetto di riprese televisive e il parlamentare è conscio che si svolge, ai suoi colleghi, ma anche al pubblico che lo ascolta fuori dal Parlamento e che è quindi un potenziale elettore da accendere con particolari e normali modalità retoriche».

Il suo nome è molto legato a quel testo che per gli studenti di Lettere  rappresenta una Bibbia: la “leggendaria” grammatica di Serianni, a questo si aggiunge la redazione di uno dei dizionari più importanti del nostro paese: il “Devoto Oli” che lei cura dal 2004. Com’è curare un dizionario, quali sono le attività che svolge e come rientrano i termini nuovi all’interno di uno strumento così complesso?

«Per il dizionario, come lei ricordava, nel duemila quattro c’è stata una nuova edizione completamente diversa curata da me e dal mio collega Maurizio Trifone. Successivamente sono state realizzate varie stampe, quasi una ogni anno, con una quota di rinnovamento avvenuto facendo cadere alcune parole che appartenevano al modernariato, che non si usavano più ma che non avevano però la dignità di parola antica, come “augello” e “guari” che naturalmente ci sono, e c’è stata una ovvia apertura a neologismi che sono però  inseriti nella sezione elettronica del dizionario. Diversamente un dizionario cartaceo  assume dimensioni non gestibili. La quota di lessico che è nella parte elettronica è accessibile con un codice a tutti quelli che possiedono la copia cartacea e tra queste parole nuove è entrata prevedibilmente “lockdown” che forse lei stesso ha usato prima in una domanda perché è una parola di cui, ahimè, è difficile fare a meno. Sono entrate però anche parole un po’ più curiose, per esempio che mi viene in mente è algocrazia che non vuol dire, come potremmo pensare, dominio del dolore, ma invece dominio degli algoritmi, e si riferisce al fatto che molte decisioni politiche, persino molti comportamenti di gruppi organizzati, non dipendono più in ultima istanza dalla decisione di chi è in grado di decidere ma dall’applicazione di un algoritmo. Come molte parole in “crazia” a partire da “burocrazia” che è la più antica di questa serie, qui “crazia” ha un valore negativo che non aveva nella parola originaria che è stata la capofila di questa serie e cioè democrazia».

Lei prima parlava di algoritmo, di tecnologia, adesso si parla anche spesso di digital humanities per evidenziare quella branca di studio che collega lo studio umanistico alle nuove tecnologie. In questo periodo è fondamentale lo studio della letteratura, del linguaggio, della parola perché i motori di ricerca e tutto il macro-universo di internet si basa sulle parole, ma fondamentale è anche leggere i classici per non perdere la nostra natura squisitamente umana. C’è un testo che secondo il suo giudizio dovrebbe essere letto imprescindibilmente da tutti?

«È difficile pensare ad un testo che accomuni veramente tutta l’umanità perché le culture sono estremamente diverse, citare la Bibbia come eppur si potrebbe, come testo letterario indipendentemente dalle questioni di fede ovviamente, non si riferisce ad una parte notevole del mondo, annulla tutto l’oriente per esempio, quindi direi che è impossibile indicare un testo che abbia questo valore unificante. Si possono naturalmente indicare testi che all’interno di una specifica tradizione presentano questo valore. Restringendo il cerchio, ci si può riconoscere in una serie di testi, se pensiamo all’Europa intesa in termini culturali non in termini di Unione Europea, Dante e Shakespeare sono autori che è difficile non attraversare in una certa misura, anche se puoi aver letto tutto il teatro di Shakespeare è più facile, ma comunque difficile per la totalità. Se restringiamo ancora di più assumono un valore all’interno della nostra, più specifica, comunità anche altre figure: Alessandro Manzoni, abbiamo avuto occasione di citarlo prima; è per l’Italia uno scrittore di grande importanza, l’inventore del romanzo moderno pur non avendo ricevuto  all’estero una fortuna paragonabile a quella non dico di Dante ma di Petrarca o di Boccaccio».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” il Prof Luca Serianni , quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Spero che nel Domani non ci siano guerre mondiali. La pandemia la dobbiamo subire, possiamo naturalmente reagire perché è un avvenimento naturale legato a microrganismi che noi non controlliamo. Le guerre sono invece qualcosa che noi esseri umani possiamo evitare quindi questa speranza è corrispettiva alla paura che in realtà non abbiamo imparato a sufficienza. È una speranza però che secondo me si può considerare verificata all’interno dell’Europa. Non è obiettivamente immaginabile che ci siano guerre tra Spagna e Gran Bretagna o tra Italia e Austria per citare episodi che nel corso della storia si sono realizzati. Questo non avviene più perché bene o male come europei abbiamo un senso di unità che impedisce ai ventenni tedeschi di guardare ai ventenni francesi come nemici. Tutt’al più ci possono essere contrapposizioni ovvie quando è in gioco la partita di calcio della nazionale, però un conto è questo che è normale, un conto è invece mobilitare centinaia di migliaia di persone contro un nemico europeo, questa mi sembra una speranza che perlomeno si è realizzata. La paura invece è che tutte queste pie previsioni si rivelino sbagliate e che la rovina dell’umanità nasca proprio dagli stessi esseri umani. Le rovine che ci sono ora sono legate a fatti che noi non controlliamo, ho citato la pandemia, ma c’è un problema persino più grave, che è quello del clima, che dipende anche in modo significativo dalla colpa degli esseri umani. Si può sperare che le organizzazioni internazionali intervengano prima della catastrofe. Se ci sono però guerre, pensiamo alla possibilità di una guerra disastrosa su base nucleare, questo comporterebbe la fine dell’umanità. Anche se probabilmente questa ipotesi non mi riguarderà più perché per fortuna non è una prospettiva imminente, è una paura e tutti, se abbiamo un minimo di consapevolezza, ci preoccupiamo. Ci incuriosiamo di quello che avverrà quando noi non ci saremo più. Come esseri umani abbiamo questa naturale proiezione nel futuro e anche le paure le speranze fanno parte della natura meravigliosamente umana».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.