Recensione: “The founder”: chi è stato l’artefice della catena di ristoranti McDonald’s? La risposta al cinema

È l’ora di pranzo, avete una gran fame, ma solo tra un’ora dovete già ritornare a lavoro. Oppure siete appena usciti dall’ultimo spettacolo serale proiettato nel cinema della vostra città e dovete ancora cenare. Che fare? Di andare in pizzeria o in un ristorante non se ne parla, dato che nel primo caso non disponete del tempo necessario per attendere l’ordinazione e di conseguenza di consumare il vostro pranzo; mentre nel secondo caso è facile che pizzerie e ristoranti potreste trovarli chiusi. Quindi, forse, di getto vi potrebbe venire in mente di andare a mangiare da McDonald’s, in quanto dispone di un servizio rapido ed immediato, e sta aperto sino a tarda notte. Ma chi è stato l’artefice della catena di ristoranti McDonald’s così come la conosciamo oggi? Bene, “The Founder” può rispondere a questa domanda.

È l’epoca dove spopolano i drive-in, le gonne a palloncino ed i giubbotti di pelle portati con il bavero all’insù come Fonzie di “Happy Days”. Sono gli anni di Elvis Presley, dei 78 giri, dei frigoriferi bombati e dei personaggi di “American Graffiti”, e di “Grease”. Sono gli anni ’50. E in mezzo a tutto ciò anche il noto franchise di fast food McDonald’s compie i suoi primi passi nella ristorazione per la grande distribuzione. “The Founder” non sentenzia sulla “Mcqualità” né tanto meno sul “Mcsapore” (per taluni discutibili) dei McMenu di McDonald’s, semmai è quasi una lezione di marketing sull’elaborazione di un’idea, di una concezione, di un pensiero. Ovvero di un immaginario comune, piuttosto che di un metodo operativo. È vero che i fratelli Dick e Mac McDonald sono stati coloro che hanno formulato per la prima volta l’efficiente sistematicità del fast food, però è stato Ray Kroc (l’indiscusso protagonista di questa vicenda), un venditore di frullatori dell’Illinois, a farsi principale divulgatore della parola McDonald’s e autore del suo successo, associandola al concetto di famiglia, di americanicità e riempiendola di un’aura quasi sacrale.

In “The Founder” le parole d’ordine sono due: ottimizzazione, ma soprattutto perseveranza. Ottimizzazione in merito allo snellimento ed all’automatizzazione procedurale che la nascita del fast food ha introdotto. Tuttavia, è stata innanzitutto l’audace perseveranza di Ray Kroc a far emergere McDonald’s nel settore della ristorazione, spargendo a macchia d’olio il suo Mcpensiero, una metafora finanche del sogno americano e dell’ardimentosa tenacia che serve per perseguirlo fino in fondo. In tanti possono avere un’acuta intuizione, nonostante questo per metterla in pratica ci vogliono coraggio, costanza ed in molte circostanze perfino una certa sfacciataggine; e caso vuole che Ray Kroc li avesse tutti, malgrado fosse in fin dei conti un uomo dai gusti semplici.

La pellicola, diretta egregiamente da John Lee Hancock (“Saving Mr. Banks”), vanta una regia misurata in alcuni frangenti ed in altri più concitata (attraverso l’ausilio di un lungo quanto dinamico flashback, di un montaggio che rompe gli schemi dell’ordinaria successione temporale dei fatti e della semifrattura della quarta parete), coadiuvata da una sceneggiatura, scritta da Robert D. Siegel, attenta e ordinata, che non manca però anche di scorrevolezza e di fascino.

Naturalmente il mattatore di “The Founder” non è che un magistrale Michael Keaton, che con il suo ghigno sardonico dai canini sporgenti, le sue mefistofeliche sopracciglia puntute e lo sguardo da pescecane, interpreta un famelico quanto accattivante Ray Kroc ed il suo desiderio di emergere, se necessario appropriandosi persino dell’”anima” di chi ha avuto un incredibile guizzo di genialità.

Giudizio? Ottimo (non si riferisce alla qualità delle Mcscelte che offre McDonald’s) e abbondante.

Gabriele Manca 

 

RASSEGNA PANORAMICA
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