Recensione: “Cold War” al cinema l’elegante storia d’amore in bianco e nero che Pawlikowski dedica ai suoi genitori

Magico, raffinato e poetico: così si potrebbe definire “Cold War”, il film in bianco nero del regista polacco Pawel Pawlikowsi che uscirà nelle sale italiane giovedì 20 dicembre.
Tra le rovine di un luogo sacro distrutto dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale s’intravede un volto scolpito sul muro. La grazia di quell’opera d’arte sopravvissuta in mezzo alle macerie, sembra custodire un delicato segreto che solo due amanti possono conoscere. In questo sfondo malinconico della Polonia post-bellica, s’intreccia la storia d’amore tra il regista di musical teatrali Wiktor (Tomasz Kot) e la giovane cantante folk Zula (Joanna Kulig).

Zula è una donna sensuale, fragile e -forte quanto basta- per mostrare ad un padre violento la differenza tra lei e sua madre accoltellandolo con le proprie mani. Wiktor è un musicista di gran talento dall’aria cupa, distaccata, ombrosa ma follemente romantico nei confronti di Zula. La loro relazione entra in crisi quando si esibiscono a Berlino Est e si presenta la situazione perfetta per disertare e scappare insieme a Parigi. Wiktor, non accettando più le ingerenze politiche all’interno dei suoi spettacoli, decide di oltrepassare la cortina di ferro. Zula sceglie di non seguirlo e di proseguire la sua carriera all’interno del musical. I due si rincontreranno anni dopo in Francia, Jugoslavia e di nuovo in Polonia, nel segno di una storia d’amore passionale ma mai melodrammatica.

L’incompatibilità caratteriale, il desiderio reciproco e l’incapacità di stare insieme, non sono temi affrontati tramite i dialoghi ma vengono espressi attraverso la musica, che in “Cold War” rappresenta un vero e proprio strumento di narrazione insieme all’elegante fotografia di Lukasz Zal. Il formato quadrato del film fa sentire lo spettatore come se fosse all’interno di una tela di Kazimir Malevič, in cui l’unica immagine che sopravvive al processo di distruzione è quella della distruzione stessa.

In questo gioco di specchi tra realtà e finzione, Wiktor e Zula altri non sono che i genitori stessi del regista, che condividono i medesimi nomi dei protagonisti della pellicola. Pawlikowski dedica “Cold War” a suo padre e a sua madre, descrivendoli come due persone forti, meravigliose ma anche come “una coppia infinitamente disastrosa.” I veri Wiktor e Zula rimasero insieme, tra alti e bassi, per quarant’anni e morirono nel 1989, poco prima di poter assistere alla caduta del Muro di Berlino. Il cineasta polacco racconta: “Nonostante io sia rimasto sempre molto vicino ai miei genitori, sono figlio unico, più pensavo a loro dopo la loro scomparsa e meno mi sembrava di capirli. Si sono innamorati, lasciati,ritrovati all’estero, sposati con altre persone e poi di nuovo ricongiunti. Ho vissuto a lungo e ho visto tante cose ma la storia dei miei genitori mette in ombra tutte le altre. Sono stati i personaggi più interessanti che abbia mai incontrato”.
Presentato all’ultima edizione del Festival di Cannes, “Cold War” ha ottenuto la Palma d’Oro per la miglior regia, agli European Film Awards di Siviglia ha trionfato con ben cinque statuette: miglior film europeo, miglior attrice (Joanna Kulig), miglior montatore (Jaroslaw Kaminski), miglior sceneggiatore e miglior regista (Pawel Pawlikowski) e attualmente è in lizza per l’Oscar del 2019, come miglior film in lingua straniera.

Pawel Pawlikowski si dimostra un grandissimo maestro della narrazione minimalista: non ha bisogno di scene grandiose per suscitare emozioni, preferisce suggerirle tramite silenzi e sguardi che rendono la pellicola in bianco e nero una vera e propria poesia cinematografica.

Valentina Corasaniti