Recensione – Cenerentola

Eh beh!….Un classico, è sempre un classico, e, come tale, a mio avviso, deve rimanere. Archiviati i vari prequel (Il grande e potente Oz, Maleficient), le rivisitazioni oscure e dark (Alice in Wonderland, Biancaneve e il cacciatore) e quelle da commedia (il Biancaneve del 2012 diretto da Tarsem Singh), la Disney, con Cenerentola, viaggia a ritroso nel tempo, riproponendoci una narrazione ed un’illustrazione tradizionale delle fiabe che, almeno una volta ci hanno letto da bambini, prima di addormentarci sotto le coperte. La casa di Topolino, riadopera un modello narrativo che, da sempre, è stato tra i suoi marchi di fabbrica più riconoscibili e unici; ossia, un modo di raccontare storie come se ascoltassimo una nonna o una madre che le stanno recitando al proprio nipote o al proprio figlioletto. Naturalmente, quando dico classico, non mi riferisco alle opere originarie dei fratelli Grimm, anch’esse dai toni macabri (basti pensare che, la novella di Cenerentola redatta nel 1822 dai due scrittori tedeschi, è infarcita di mutilazioni e di bulbi oculari asportati da sadici volatili), ma, a come sono arrivate a noi nelle nostre case, fra film d’animazione e libri per bambini, entrando a far parte della mitologia popolare. Alla regia ritroviamo Kenneth Branagh, che, dopo il pasticcio fatto con Thor, si cimenta nuovamente con il cinema realizzato per i grandi incassi, facendo però, in questo caso, un buon lavoro, non cercando di uscire dai binari della classicità della favola, ma, ben si, mettendola maggiormente in risalto avvolgendola di un’aura vagamente shakespeariana, ricorrendo moderatamente alla computer grafica, ed, usufruendone, solo se strettamente necessaria in funzione della trama. Il film, non è solo un copia e incolla della versione animata del 1950, in quanto, a differenza di quest’ultima, vi aggiunge un retrostoria più corposo che, in parte riconoscente della storia creata da Jacob Ludwig Karl Grimm e di Whilelm Karl Grimm, approfondisce e da una spiegazione a certi aspetti che, nel cartone animato prendevamo per buoni senza porci poi troppe domande. Le magiche e incantate ambientazioni edificate da Dante Ferretti (forza Italia, ci siamo anche noi), accompagnate dalle trasognanti musiche di Patrick Doyle (deliziosa la rivisitazione della canzone I sogni son desideri), sono abitate da personaggi che sembrano realmente fuoriusciti da una raccolta di fiabe, i quali, riescono di colpo a catapultarci in atmosfere da sogno ad occhi aperti. Lily James, già vista ne La furia dei titani, è a suo agio nelle vesti di una vulnerabile e gentile Cenerentola. Ampio spazio, viene dato anche al Principe Azzurro, non più un semplice manichino esposto in vetrina, ma un giovane in possesso di tutti gli stati d’animo appartenenti alla sfera umana, interpretato da Richard Madden, il Robb Stark del Trono di Spade. Le sorellastre sono molto divertenti, e, fanno pensare a quelle ragazze perennemente invidiose dell’amica di successo che, mentre dialogano amabilmente con essa, vi si riesce a scorgere fra le righe l’odio nei suoi confronti, e, nei loro abbracci, la pronta coltellata dietro la schiena. Magari, avrei scelto delle attrici meno avvenenti per la parte, per accentuare la loro goffaggine. Ma forse, persino questa decisone fa capo più alla fiaba del 1822 che al lungometraggio di casa Disney del 1950. Bene persino Helena Bonham Carter, che, pur comparendo per pochi minuti, impersona egregiamente una Fata Smemorina risultante essere più una sorella maggiore dispensatrice di saggi consigli piuttosto che una paffuta vecchia signora. In quanto a Gas Gas ed a tutta la combriccola di roditori compagni di avventure di Cenerentola

nella pellicola disneyiana, abbandonano i panni di animali antropomorfi, l’uso della parola e le loro continue scaramucce con il gatto Lucifero, sottraendo, facendo questo, quella comicità che aveva reso iconico il suo predecessore di carta. Inoltre, anche se la Blanchett in ogni suo ruolo riesce a strappare tutte le volte almeno la sufficienza, avrei preferito che fosse più algida e diabolica come matrigna, al pari della sua controparte animata, probabilmente, impeditole in buona parte dal suo aspetto giovanile e da un viso non abbastanza ossuto e attempato. Tuttavia, ora più che mai, in un mondo dove non ci è concesso fantasticare nemmeno per un secondo, abbiamo bisogno di queste storie, che, ci fanno ancora sperare nella realizzazione dei nostri sogni.

Perché, in fin dei conti, sognare non costa niente

Gabriele Manca