Recensione: Avengers – Age of Ultron

Moltissimi di noi lo stavano aspettano con trepidazione, compreso me medesimo. Ed ecco arrivare finalmente nelle sale italiane Avengers: Age of Ultron, l’ultimo adattamento cinematografico sul gruppo di supereroi più noto al mondo, in anticipo di ben nove giorni rispetto alla sua uscita statunitense.

Un fenomeno, quello degli eroi della Marvel, che non cessa a fermarsi, ma anzi acquisisce sempre più vigore ad ogni nuovo film. E da Avengers: Age of Ultron si può affermare senza ombra di dubbio che il Marvel cinematic universe abbia ricevuto nuova linfa vitale, suggellando il successo di Iron Man, Hulk, Captain America, Thor e di tutti gli altri componenti di questo team.                                                                                                                                Già gli ultimi due film nati da questo variegato universo, ossia Captain America: The Winter Soldier e Guardiani della Galassia, erano riusciti, chi per un verso (nel primo, le tematiche che affrontava venivano tratte con più serietà, rispetto ai lungometraggi precedenti) chi per un altro (nel secondo, al regista James Gunn gli era stato concesso di esprimere il suo spirito autoriale in un prodotto nettamente commerciale) ad alzare l’asticella, facendo un vero e proprio salto di qualità in tutti i sensi. Ma con quest’ultimo cinecomic la Marvel/Disney è riuscita a fare tombola.

Alla regia, dopo il precedente The Avengers, ritorna dietro alla macchina da presa Joss Wheadon, il quale è stato, dal primo Avengers in poi, il solo ed unico deus ex machina registico e narrativo di questo franchise plurimiliardario. Ed è proprio sull’aspetto registico, oserei dire, per niente operaio, che mi vorrei soffermare.

Innanzitutto, da subito, nella scena che apre le danze, assistiamo ad una battaglia pedinata da un lungo piano-sequenza, che come in un flusso continuo non tralascia nessuno, offrendoci una visione fluida e totale dell’azione; una tecnica di ripresa questa che sembra quasi il proseguo del piano-sequenza adottato nella battaglia di New York, come se Wheadon avesse voluto ripartire da dove aveva interrotto. Ma vi si può anche notare la maestria nell’utilizzo del braccio meccanico del dolly che, con un movimento dall’alto verso il basso, riprende uno dei frangenti più eccitanti inerenti alla scaramuccia fra Hulk ed un Iron Man potenziato in terra africana; inquadrature dal basso, dall’alto e campi lunghissimi, atti a trasmetterci la spettacolarità e la magniloquenza degli spazi catturati dall’occhio della cinepresa. Inoltre, il regista newyorkese, non contento, si prende la licenza di dare libero sfogo alla propria creatività fra panoramiche, cambi di scena repentini e jump cut ben costruiti e pensati per un’articolazione narrativa non convenzionale, ma comunque del tutto funzionale alla storia.                                                                                                                         Come non poter parlare poi dell’adozione della famosa, nonché famigerata, tecnica dello slow motion, capace in questa pellicola di rallentare i movimenti dei personaggi fino quasi a congelarli, alludendo, in questo modo, esplicitamente alle flash pages di un qualsiasi comicbook americano; il tutto sfruttato naturalmente con criterio e senza abusarne come è solito fare il nostro amico Zack Snyder di  300.

A differenza del primo capitolo si viaggia fra i continenti. Gli Stati Uniti si rivelano essere solo il punto di partenze da cui si ramificano vari itinerari: dall’Europa orientale a quella occidentale; dai paesi orientali al continente africano. .                                                                                                                        Come già ci suggerisce la fotografia, molto più cupa ed ingrigita del suo precursore The Avengers, la materia supereroistica è stata manipolata con più maturità, pur sempre facendo capo più al pubblico adolescente che a quello adulto. Dopotutto, la comicità e l’ironia marcate Joss Wheadon sono parte integrante di questo sequel ugualmente all’episodio a lui antecedente.

I temi di cui si discute sono molteplici ed esaminati con maggiore severità e responsabilità. In primis quello vincolato all’etica della sicurezza. Cioè se sia moralmente giusto ed appropriato affidare le nostre anime e le nostre vite ad un sistema di controllo freddo e calcolatore, privo di qualsivoglia sentimento ed austero nelle sue decisioni. Sottolineando che non devono essere le macchine i fautori del nostro futuro, ma gli uomini stessi, i quali hanno l’obbligo di rimboccarsi le maniche ad uno ad uno per erigere un mondo migliore, ricorrendo alla tecnologia come puro e semplice strumento atto a facilitare le nostre vite, senza però che arrivi a mettersi sul nostro stesso piano, se non addirittura superarci. Ed è in questo contesto che si sente più fortemente l’impronta delle teorie fantascientifiche delineate da Isaac Asimov. L’essere umano deve rifletterci bene su fin dove si vuole spingere, perché tutto ciò che ha creato potrebbe ritorcersi contro il suo creatore. È agghiacciante la metafora espressa da Ultron: «Non ho…. fili che mi legano». Un concetto a metà strada fra i pensieri robotico-sociologici dello scrittore russo e la favola di Pinocchio, il burattino di Collodi ribellatosi al suo inventore Geppetto, poiché consapevole della propria autonomia e della propria autosufficienza; qualità che non avrebbe potuto esprimere a pieno se fosse rimasto aggrovigliato nei fili. Da qui viene messa in luce inoltre la fallibilità del genere umano, anche se spesso tale fallimento nasce da dei buoni propositi di partenza, che dovrebbero aiutare la comunità. Sbagli che la storia però ci ha abituato a veder essere molte volte risolti dall’uomo stesso, rammentandoci del buon senso insito nella maggior parte del genere umano.

Eppure, il film non si ferma qui. Pur disponendo di solo due ore e venti circa, riesce ad avere il tempo di varcare le porte del subconscio di ogni personaggio, mettendo ciascuno di fronte alle sue paure più grandi ed ai ricordi più dolorosi legati alla loro vita passata, evidenziando le fragilità dell’uomo sotto il costume o sotto l’armatura. Ci si addentra pure nel dramma di una donna che, non essendo in grado di poter generare una nuova vita, patisce il suo sentirsi una donna solo per metà; oppure si può scorgere la tristezza, la rassegnazione e la depressione comunicateci dal gentile sguardo di Bruce Banner, frustrato dall’impossibilità di vivere una vita normale. In sintesi, ci vengono mostrati gli uomini ed il loro incessante conflitto con i loro demoni interiori prima che gli eroi e le loro evoluzioni da urlo. Demoni che ritornano in superficie e contro i quali sono costretti a confrontarsi una volta che, cessato il frastuono della battaglia, trovano riparo entro la quiete ed il silenzio. Elementi quest’ultimi che li spingono forzatamente ad ascoltare con attenzione i loro pensieri e le preoccupazioni che più li tormentano.

Per niente sdolcinata è la profonda e travagliata relazione amorosa ed empatica instauratasi fra due elementi del gruppo, sviluppata con una dolcezza ed una delicatezza che non ci si aspetterebbe da un lungometraggio di questo tipo, ricordandoci che le persone sono macchine bisognose d’affetto.   Oltretutto, Joss Wheadon rimarca più e più volte come la violenza generi solo altra violenza e come le guerre generino solo altre guerre e altra collettiva disperazione.

In fine, vorrei segnalare il divertente e celato sfottò che gli studi Marvel hanno rivolto ai loro finanziatori prendendo letteralmente per i fondelli il linguaggio edulcorato imposto dalla Disney, sparando parolacce poi prontamente soggette a rimprovero, come farebbe un qualsiasi genitore con l’intento di correggere la condotta comportamentale del proprio figlio.

Avengers: Age of Ultron è la dimostrazione di come si possa confezionare un’opera autoriale di intrattenimento ben dosata ed equilibrata, nella quale si cerca, e ci si riesce, di ritagliare il giusto spazio anche alle grandi domande che si è sempre posta l’umanità, al codice etico, alla moralità e alla fallibilità dell’uomo, alla solitudine ed all’esplorazione delle emozioni umane, senza tralasciare ovviamente l’azione frenetica ed ipercinetica. «Excelsior!».

Gabriele Manca