NON CHIAMATELO HORROR – “THE GREEN INFERNO” di ELI ROTH

Annunciato a più riprese, il film di Eli Roth apre un dibattito non tanto estetico, ma sulla natura del suo genere, il quale presenta una lunga rosa di titoli più o meno importanti per capirne i contenuti. Solo successivamente si può parlare della sua riuscita o meno.

Un gruppo di giovani attivisti armati di Iphone si imbatte in una missione nella foresta Amazzonica per frenare lo sfruttamento di una tribù locale. Quando tutto sembra essere andato per il verso giusto, e i componenti del movimento pregustano la notorietà virtuale, ecco che il loro aereo per tornare a casa precipita, e gli unici sopravvissuti vengono fatti prigionieri di una tribù indigena cannibale. A turno vengono torturati e mangiati (vivi o crudi) nei modi più atroci possibili.

L’abitudine, non sempre italiana a dire il vero, di vendere un prodotto per quello che non è, è sempre fiorente . Quella di presentare “The Green Inferno” di Eli Roth come un horror e basta è maliziosa e assolutamente errata. Esso appartiene al filone dei “cannibal movies”, e già il titolo, per gli amanti del genere, dovrebbe far riecheggiare nella mente la seconda parte del film “Cannibal Holocaust”, diretto nel 1980 da Ruggero Deodato (lo stesso Ruggero al quale il film è dedicato, alla fine). Il cannibal movie ha una tradizione propriamente italiana, nasce con lo stesso Deodato di “Ultimo mondo cannibale” e non è mai puro sadismo dell’autore: dietro c’è un messaggio anti capitalista, anti occidentale, palese e a tratti forzato. Il cannibalismo, spesso rappresentato ai limiti della sopportabilità, è in realtà, quasi sempre, un cannibalismo metaforico (“Mi sto chiedendo chi siano i veri cannibali” recita uno dei personaggi del citato “Cannibal Holocaust” alla fine del film ), e chi reputa lo stesso “Green Inferno” un semplice film violento, cade in un fatale errore, capace di rovinare la sua opinione a proposito del film.

Premesso ciò, il film è sì, ovviamente, recitato male. Ma dall’autore di un film come “Hostel” di sicuro ci si aspetta anche meno. Peccato inoltre per molti difetti visibili a occhio nudo: innanzitutto un prologo di 45 minuti, dedicato alla preparazione della spedizione, prolisso e imbarazzante, da horror qualsiasi nel quale non succede niente. Inoltre certi espedienti sbrigativi, effettuati velocemente e male, quasi si volesse dare un contentino allo spettatore, non aiutano il presunto realismo che Eli Roth vuole apportare alla storia: un esempio è la scomparsa di una ragazza del gruppo, mangiata dai ragazzi della spedizione inconsapevoli, fino a che essi non notano i tatuaggi della suddetta nella ciotola dalla quale hanno appena mangiato. Che cosa si salva dunque di questo film? Il fatto che in primis non deluda le aspettative dei fan del regista, e il merito di aver reso onore ad un genere, apprezzabile o meno, che per quanto sia morto e sepolto nella memoria dei cineasti contemporanei, è vivo nella memoria di molti appassionati, relegati a un periodo storico preciso, che è quello degli anni 70, nel quale, specialmente in Italia, il cinema di genere nella sua totalità era molto più che prolifico.

Riccardo Federico