Cantautore, polistrumentista e produttore, Riccardo Sinigallia è uno degli autori più ricercarti, da sempre dedito alla composizione musicale e all’approfondimento del rapporto con le parole, è considerato il primogenito della “scena” musicale indipendente. L’ ex componente dei Tiromancino autore di brani come “Due destini” e “La descrizione di un attimo” e di altri cantautori della scena romana come Max Gazzè e Niccolò Fabi, per cui ha scritto “Cara Valentina” e “Lasciarsi un giorno a Roma”, è tornato con un nuovo lavoro a quattro anni di distanza dall’ultimo progetto discografico da solista intitolato “Ciao Cuore” edito dall’etichetta Sugar Music, da cui è stato estratto il primo singolo omonimo esploso in radio con un videoclip che vede la partecipazione straordinaria di Valerio Mastrandrea, di Laura Arzilli compagna storica del cantautore, e della figlia protagonista anche della copertina. L’album è un tripudio di trame pop elettroniche che riescono a poggiare sull’emotività mettendo al centro della canzone il testo, capace di evocare suggestioni in bilico tra realtà e immaginazione con una scrittura personale ed intima. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Riccardo Sinigallia per parlare con lui di musica, del nuovo album e di orizzonti culturali da esplorare.

Il tuo ultimo album “Ciao Cuore” arriva a quattro anni di distanza dall’ultimo progetto; un periodo molto lungo per la discografia di oggi…Cosa è successo in questi anni?

«In realtà ho semplicemente vissuto, è un po’ una mia prerogativa non rincorrere il tempo che passa, sai mi piace pensare la mia vita non come una pausa tra la pubblicazione di un disco ed un altro, perché mi sembrerebbe una prospettiva molto infelice. Il mio lavoro mi regala la possibilità di poter aprire la finestra su molti interessi diversi, è importante trarre questo nutrimento ed osservare gli accadimenti della vita per scrivere qualcosa di veramente nuovo e profondo. Credo fermamente che per trarre una nuova linfa artistica e raccontare al pubblico storie in musica è necessario vivere, solo così si può essere davvero sinceri».

Tutto l’album gioca con sonorità elettroniche ed acustiche che convivono insieme costituendo uno stile che ti caratterizza e che ha posto le basi del cantautorato contemporaneo di oggi…

«Si, da quando ho cominciato a scrivere musica con la tastiera, avevo solo undici anni, ho sempre cercato di far comunicare l’elettronica con l’anima più unplugged. Nello scrivere un brano procedo in maniera duale, perché faccio scontrare sul campo due soggetti sonori diversi: quello acustico e quello elettronico dividendoli. Nella seconda fase di lavoro, quella più emozionale, mi appassiona utilizzare l’hard disc recording per editare in maniera anche istintiva un brano sperimentando suoni nuovi. La tecnologia evolve ed è stimolante lavorare con questi tipi di supporti, a questo si aggiunge ovviamente l’esperienza maturata nel tempo e la necessità di comunicare nuovi messaggi».

Ciao Cuore” è un album che esprime una forte natura autobiografica. Ogni brano ha una storia da raccontare e c’è anche spazio per le “Donne di destra” un titolo che fa sobbalzare sulla sedia…Qual è la genesi di questo brano?

«Sicuramente è un titolo che colpisce (ride). Per quanto riguarda la composizione posso dirti che ci sono alcuni brani che è necessario far sedimentare ed altri che nascono in maniera quasi involontaria nel giro di pochi minuti. “Le donne di destra” fa parte di questa seconda categoria; avevo una base musicale strumentale realizzata con una drum machine a cui ho affiancato degli accordi di chitarra…è stato tutto molto naturale e sincero. Per il testo posso dirti che non l’ho subito scritto ma l’ho cantato spontaneamente al microfono nel tentativo di seguire la musica…è stata un’ esperienza trascinante e nuova per me. Ovviamente c’è molta ironia, il brano è una confessione, subisco il fascino delle donne lontane dal mio universo anche anche quelle che poco dopo non mi piacciono più…è stato divertente parlarne in musica giocando con i luoghi comuni. Tutto ruota intorno ad una provocazione in realtà, le donne di cui stiamo parlando sono quelle eticamente lontane da me, quelle che indossano la pelliccia, che badano solo all’aspetto esteriore e che sono a favore della chiusura dei porti per intenderci…Mi sento molto rappresentato da questa canzone così come da tutto l’album».

Dopo le “Donne di destra” trova spazio “Dudù“, una figura diametralmente opposta, in questo brano canti la storia della tua baby sitter capoverdiana…una storia di integrazione ante litteram. Cosa ne pensi delle ultime azioni intraprese in tema di immigrazione?

«Da italiano sono rassegnato, purtroppo credo che il nostro paese per alcuni versi sia un paese criticamente predestinato…invece come cittadino del mondo sono spaventato perché stiamo assistendo alla crisi della società occidentale, che cerca di difendere i propri privilegi infondendo un sentimento diffuso di paura e di intolleranza. Il problema non riguarda solamente l’Italia, c’è bisogno di una rivoluzione culturale che ribalti alcune convinzioni sbagliate che sono storicamente radicate e capire che meritiamo tutti gli stessi diritti».

Uno dei brani più intensi dell’album si intitola “Che male c’è” e racconta la storia di Federico Aldrovandi, protagonista di una vicenda simile a quella del caso Cucchi recentemente riaffiorata alle cronache…

«Personalmente non conoscevo la vicenda giudiziaria di Federico, a ricordarmela è stato il mio amico Valerio Mastrandrea, protagonista anche del video di “Ciao cuore”, che mi ha fatto leggere dei documenti e degli articoli su una penna usb, circa dieci anni fa, che raccontavano questa triste storia e mi disse “Falla diventare una canzone”. Il brano l’ho scritto qualche tempo dopo in Grecia ma non ho mai avuto il coraggio di cantarla…allora ho pensato di regalarla a Marina Rei che l’ha fatta arrangiare dal maestro Ennio Morricone. In realtà quella veste non le rendeva pienamente giustizia, così ho pensato di cantarla e di riappropriarmene in una ricorrenza dedicata a Federico a Ferrara,  davanti a sua madre Patrizia che mi ha detto che era una delle cose più intense ed emozionanti mai scritte su suo figlio. Questa sua rivelazione l’ho presa come un segno così ho deciso di inciderla e di inserirla nel nuovo album. Questo è uno dei casi che più ha sollevato il dibattito pubblico sull’uso della forza da parte dello Stato, insieme a quello di Stefano Cucchi, del quale si è tornati a parlare in questi giorni per l’uscita del film “Sulla mia pelle” e raccontare questa vicenda in musica per me non è stata una scelta facile».

In questi ultimi anni ti abbiamo conosciuto oltre che come cantautore anche come autore. Recentemente hai avuto l’onore di collaborare con artisti come Max Gazzè, Coez, Motta e non per ultimi due grandi della musica come Mina ed Adriano Celentano per cui hai scritto il brano “Amami, Amami” insieme all’artista israeliano Idan Raichel. Cosa puoi dirci di questa collaborazione?

«Nella mia carriera per le collaborazioni sono stato molto fortunato, in realtà con Adriano Celentano e Mina non ho avuto un contatto diretto, il mio intermediario è stato Caterina Caselli che mi ha segnalato per la collaborazione con quelli che reputo due colossi della musica italiana. Il brano “Amami, Amami” ha avuto una genesi molto complessa ed è stato elaborato cinque volte prima di essere approvato…è stata un’ esperienza molto importante per me a livello artistico ed anche molto impegnativa».

Caterina Caselli è per i tuoi ultimi progetti una guida molto importante. Lavorare con un’artista prima ancora che con una produttrice è un privilegio per la realizzazione di un album…Quale consiglio ti ha spronato maggiormente a livello artistico?

«Si è vero con Caterina Caselli ho un bellissimo rapporto professionale ed umano perché lei è naturalmente dotata di una consapevolezza diversa rispetto agli altri produttori discografici…conosco bene quel mondo con tutte le sue sfumature positive e negative perché mia madre alla fine degli anni settanta era una discografica. Con Caterina la collaborazione è differente rispetto ad altri produttori perché ti riesce ad infondere da subito una grandissima energia ed è molto rispettosa del lavoro artistico: dalla creazione alla distribuzione. Per me lei e suo figlio Filippo sono un punto di riferimento assoluto e quest’ album risente di un clima particolarmente positivo. Credo che sia un momento della mia carriera particolarmente luminoso grazie anche a questa collaborazione».

Le luci sono ancora più luminose se qualche volta si scontrano con qualche ombra…la tua ultima partecipazione al Festival di Sanremo è stata interrotta perché da regolamento il brano “Prima di andare via” era stato già eseguito ad un tuo concerto…un “peccato di gioventù” che non è stato perdonato. Cosa ricordi di quel momento? Ritorneresti in gara magari con un nuovo inedito legato al tuo nuovo album?

«Ricordo bene quella serata, alla fine la presi come se fosse una rivelazione karmica, sono anche un po’ orgoglioso di essere sempre stato ostacolato anche per mie responsabilità e per scelte non propriamente popolari, con tutti i miei pregi e difetti sono sempre me stesso e resto un artigiano indipendente della canzone italiana. Non ho rimpianti verso il Festival di Sanremo che guardo sempre con molta ammirazione perché è l’unico luogo in italia dove puoi presentare un brano inedito ed avere il privilegio di suonarlo con un’orchestra…non ci sono altre occasioni simili. Ogni anno tutto ruota intorno alla direzione artistica che gli si vuole dare e che cambia di volta in volta. Se si preferisce restare fedeli all’estetica della televisione la mia musica, così come quella di tanti altri autori, è difficile che trovi spazio. Nel caso di Fabio Fazio, nell’edizione a cui partecipai, vi era un’ attenzione particolare alla musica e al contenuto con una direzione artistica ben definita che si assumeva dei rischi importanti in nome della qualità. Questo aspetto si rifletteva anche nella scelta degli ospiti che hanno portato sul palco nomi come Cat Stevens e Damien Rice. Tra tante critiche che riceve per svariati motivi nessuno ha mai riconosciuto a Fabio Fazio il fatto di aver elevato il Festival con delle scelte avanguardiste e culturalmente diverse da quelle a cui siamo abituati».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Riccardo Sinigallia, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Vedo il mio Domani complesso, come quello di tutti noi. Spero che chi ha avuto la fortuna di potersi elevare rispetto all’appiattimento culturale dei nostri anni abbia il coraggio di resistere e di diffondere nuove conquiste intellettuali e spirituali».

Simone Intermite

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