«In questo momento bisognerebbe accettare che è possibile vivere dei momenti di vuoto per affrontare il silenzio e per capire meglio se stessi». Quando racconta la sua routine giornaliera ai tempi del Covid-19, lo scrittore e fisico pluripremiato tradotto in oltre venti lingue, Paolo Giordano dosa le parole timidamente, quasi a voler sottolineare il silenzio, protagonista del nostro momento storico che ha deposto il rumore della socialità con l’eco delle mura domestiche intervallato da bollettini di guerra televisivi e una vita vissuta in streaming tra dirette social e attività a distanza. L’autore vincitore dei più prestigiosi riconoscimenti letterari come Il Premio Strega, il Premio Campiello fino alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per la trasposizione del suo romanzo d’esordio “La solitudine dei numeri primi“, la condizione di isolamento la conosce bene tanto da scriverci un titolo di un romanzo diventato il simbolo di una generazione. L’ ex allievo della Scuola Holden di Alessando Barricco e Lea Iandiorio che negli anni ha inanellato una serie di successi con romanzi come “Il corpo umano“, “Il nero e l’argento” e “Divorare il cielo” è tornano nelle librerie online e fisiche con un nuovo libro intitolato “Il contagio“, un breve saggio che si sviluppa come una lucida istantanea ed uno strumento utile per ragionare e per tenere a bada l’angoscia, dello stesso autore e dei lettori, riflettendo sulle nuove abitudini a cui si è costretti e sui piaceri che si sono dovuti abbandonare, cercando di comprendere le paure e il dolore davanti all’intruso che ha fatto saltare modelli di comportamento e di relazioni. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Paolo Giordano e di parlare con lui di scienza, letteratura, equazioni matematiche e di Big Data tra opportunità e sfide etiche.

Questo periodo di isolamento è particolarmente complesso da gestire per tutti…a livello personale come stai gestendo le tue giornate?

«Onestamente in questo periodo mi sono rifugiato nel lavoro, leggo libri, mi informo sugli aggiornamenti dei dati legati all’emergenza sanitaria, cerco di dare un senso alle ore passate in casa. Alcuni giorni però mi sento anche meno produttivo; a pensarci bene non apprezzo molto la “mania della produttività” a tutti i costi, quindi in alcuni momenti sono anche inefficiente ed accetto di esserlo, senza farne un dramma. Questa che stiamo vivendo è una dimensione totalmente nuova che ci pone difronte a noi stessi isolandoci dal rumore che spesso non consente di ascoltarci dentro. Inoltre questa è una prova di adattabilità, noi uomini riusciamo ad adattarci alle difficoltà che ci sono poste in maniera relativamente veloce. Se qualcuno ci avesse chiesto qualche mese fa di passare le nostre giornate in casa e di proseguire le nostre attività lavorative tra le mura domestiche, o di sospenderle, non avremmo mai potuto immaginare che ne saremmo stati capaci».

In questo periodo tra corsi online, dirette Facebook ed eventi su Instagram non credi che siamo tutti fin troppo concentrati sul bisogno impellente di dover “fare qualcosa”? Sembra che lo stare fermi ci faccia paura….

«Se ci pensi, quella di riempire le giornate di impegni per non soffermarci a riflettere è qualcosa che facciamo inconsapevolmente da sempre; adesso è più evidente perchè per poter occupare il tempo dobbiamo mettere in campo strategie nuove però l’iper produttività e l’essere i datori di lavori di noi stessi, spesso implacabili, è un tratto caratteristico della nostra epoca. In questo momento bisognerebbe accettare che è possibile anche avere dei momenti di vuoto, senza lasciarsi sopraffare dalla smania di doversi impegnare necessariamente in qualcosa».

Il tuo ultimo libro “Nel contagio” è uno strumento che aiuta a guardare dentro quel vuoto per capire qualcosa in più rispetto noi stessi e gli altri; è un instant book di grande attualità. Solitamente ci hai abituato a tempi di scrittura molto ampi, il tuo ultimo romanzo “Divorare il cielo” è stato realizzato nell’arco di quattro anni mentre quest’ultimo libro segue il trend opposto. Come hai vissuto l’esperienza di scrivere un libro in maniera così veloce?

«Sicuramente è stato diverso rispetto alla scrittura di un romanzo. Non amo l’etichetta di “Instant book” perché rimanda a qualcosa di degradato, in realtà mi piace pensare a “Nel contagio” come un breve saggio di sessanta pagine in cui ci sono diversi temi sui quali lavoravo e studiavo precedentemente alla pandemia. Le idee sono state maturate nel corso degli anni e non sono nate di getto. Ciò che è stata prodotta in maniera emergenziale è l’azione di rimettere insieme una serie di riflessioni che poi si sono rese utili per affrontare il tema della pandemia che ha unificato significati e linee di pensiero utili. A livello meramente commerciale avrei potuto attendere che tutto fosse passato, ma ho pensato che sarebbe stato più utile offrire da subito ai lettori un piccolo stimolo a pensare, come se fosse un manuale per stare dentro il contagio senza subirlo. Ho deposto tutte le cautele che normalmente ho prima di stampare un libro ed ho pensato di pubblicarlo subito, senza pensarci troppo. Circolano troppe fake news ed è importante svolgere un’attività di debunking continua, nel mio piccolo spero di dare il mio contributo».

Nel libro si parla di un aspetto fondativo di questo periodo, “la solitudine”, una parola che per altro è particolarmente legata al tuo nome…

«Effettivamente potrebbe essere diventata quasi involontariamente un marchio (ride). A parte questo è evidente che quella che stiamo subendo è una solitudine nuova, diversa dal solito…».

Questo tipo di solitudine secondo te a cosa ci può portar, andiamo verso un isolamento rispetto alla nostra natura di “animali politici” così come teorizzavano gli antichi greci oppure ci può portare a riscoprire degli ideali che avevamo perso? “Nessun uomo è un isola” citi nel libro

«Il modo in cui questo momento cambierà il nostro vivere con gli altri non è prevedibile e dipende anche da quanto durerà questa costrizione e come si evolverà nel tempo. Sicuramente si trsformerà il tessuto profondo di molte nostre relazioni, al momento non vorrei azzardare delle ipotesi moraliste, non riesco a teorizzare se saremo peggiori o migliori di prima. Ciò che emerge è che, anche se fisicamente distanti, siamo capaci di sviluppare dei pensieri collettivi e che riusciamo a tenere in considerazione la possibilità di appartenere a una comunità più ampia rispetto al piccolo mondo con il quale ci siamo confrontanti tutti i giorni prima della pandemia e questa mi sembra una scoperta positiva che spero ci sia utile in futuro. Siamo tutti coalizzati per la lotta contro un virus che ci ha messo alla pari in quanto uomini, al Covid-19 non interessa la nostra età, il nostro sesso, la nazionalità e le nostre preferenze politiche e sessuali, inoltre ci ha fatto riscoprire lo spirito atavico di adattamento. La maturità di un individuo e di una società si quantifica in base alla sua capacità di trasformare in opportunità il peso del dolore e della responsabilità. Io Convivo con due figli adolescenti (quelli della sua compagna Raffaella Lops NDR) che hanno accolto il cambiamento in maniera meno traumatica rispetto alla mia, ma temo per il loro futuro e per la possibilità di viaggiare, scoprire il mondo ed instaurare contatti con gli altri per socializzare».

Come va con la scuola online?

«I ragazzi sono pronti all’utilizzo della tecnologia per la didattica a distanza, le istituzioni anche a causa dei tagli avvenuti negli anni e di una visione poco lungimirante lo sono di meno…Avrebbero potuto comunicare da subito che non sarebbe stato possibile concludere l’anno accademico in classe, invece si è temporeggiato ed anche l’organizzazione delle lezioni ne ha risentito».

Dalla pandemia si può imparare qualcosa, cosa ci lascerà tutto questo?

«Sicuramente ogni nuova condizione può essere utile e può fa parte del nostro bagaglio di esperienze ma io credo che come per ogni malattia superata la paura, ogni consapevolezza volatile scomparirà magicamente in un istante e dimenticheremmo tutto, la storia si ripete è già accaduto in passato…Adesso occorre evitare conti alla rovescia che potrebbero essere disattesi e sopratutto essere consapevoli che il ritorno alla normalità non sarà immediato. Guardando la parte positiva, questa pandemia è scoppiata in un periodo in cui possiamo contare sull’avanzamento della medicina moderna e della tecnologia».

I proventi del libro saranno devoluti per il finanziamento di borse di studio della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste su due temi importanti come il Data Journalism e il Big Data Analysis. Oltre alla passione per le parole non hai mai nascosto quella per i numeri, sei un fisico oltre che uno scrittore. Oggi quando si parla di raccolta di dati ci si pone l’interrogativo dell’utilizzo etico e di una possibile lesione del diritto alla privacy… A proposito di questo c’è un limite oltre il quale ci si deve fermare anche in questo periodo?

«Quella della raccolta del dato è un dibattito complesso che merita estrema attenzione. Prima dell’epidemia ho scritto un articolo sul “Capitalismo della sorveglianza”, un saggio di Shoshana Zuboff, un’accademica e scrittrice statunitense, docente presso l’Università di Harvard, che mette in luce lo scenario alla base del nuovo ordine economico che sfrutta l’esperienza umana sotto forma di dati come materia prima per pratiche commerciali segrete a favore di un movimento di potere che impone il proprio dominio sulla società sfidando la democrazia e mettendo a rischio la nostra stessa libertà. Credo che alla luce del nostro utilizzo tecnologico di cui non possiamo più fare a meno, non possiamo sottrarci alla raccolta e l’utilizzo dei big data che se utilizzati in maniera etica possono salvarci la vita ed essere anche una risorsa per studiare il contagio facendo ripartire la macchina sociale. Le regole d’ingaggio però dovrebbero essere chiare perché è facile che anche al termine della pandemia le società potrebbero continuare a profilarci per fini di lucro, inoltre è necessario che siano sempre aggregati e riconducibili il meno possibile ad una persona fisica. Oltre a questo bisognerebbe capire per quanto tempo sono archiviati i dati, chi li archivia e chi ne ha ufficialmente accesso; ci vuole chiarezza e regole da stabilire a tutela di tutti».

Oggi che tipo di rapporto hai con i numeri?

«La matematica quando ero molto giovane era il mio modo per mettere le briglie all’ansia, questa è una caratteristica con la quale si nasce. Ora conservo questa caratteristica; spesso di mattina mi piace improvvisare calcoli e risolvere equazioni ed espressioni, è il mio modo di rimettere ordine l’universo…Anche il Covid può essere espresso in forma matematica perché distingue la popolazione, tutti noi, in modo grossolano in gruppi d’insiemistica: ci sono i Suscettibili, cioè le persone che potrebbero essere contagiate; gli Infetti, cioè coloro che sono già stati contagiati; e i guariti, i Recovered, cioè quelli che sono stati contagiati. Tutti noi possiamo riconoscerci all’istante in una di queste categorie e siamo diventati un dato numerico e statistico che si può prevedere e risolvere».

Il libro si conclude citando il Salmo 90 contenuto nell’Antico Testamento che recita: “Insegnaci dunque a contare i nostri giorni, per ottenere un cuore savio”

«Si, ed è quello che stiamo facendo, perché in questi giorni teniamo conto di due contabilità: quello dei contagiati e dei decessi e quello delle ore e delle giornate che stiamo vivendo in casa. Sono due dati numerici che parlano delle nostre vite e che sono strettamente correlati tra di loro».

Sei uno degli autori più apprezzati della letteratura italiana contemporanea, dopo il romanzo “La solitudine dei numeri primi” ha preso il via la tua brillante carriera tra best seller di successo e trasposizioni cinematografiche. Com’ è cambiato il tuo modo di approcciarti alla letteratura in questi anni?

«In questi dodici anni ho esplorato più che ho potuto l’enorme universo della scrittura, i punti focali sono sempre stati i romanzi, ma ho scritto anche articoli, reportage, sceneggiature; l’utilizzo delle parole ha una straordinaria capacità di adattamento per ogni contesto e a me interessa spaziare in confini diversi tra di loro. Anche “Nel contagio” è stato per me un mondo nuovo da esplorare, mi sono messo in discussione fuori dalla mia confort zone. Si può scrivere per essere d’aiuto in un’emergenza e questo non l’ho mai tenuto in considerazione fino ad oggi. Il mio atteggiamento verso la scrittura è sempre più laico, cerco spesso un modo inaspettato di scrivere, non mi faccio ingabbiare dalle etichette e dai generi».

Prima di dedicarti alla letteratura hai intrapreso un percorso di studi scientifici con un dottorato in fisica, quando hai capito che la tua strada sarebbe stata quella della scrittura?

«Non è sempre vero che un percorso professionale debba avere necessariamente una predestinazione ed un’idea definitiva da perseguire. Fino all’età di vent’anni ero confuso ed ho seguito strade diverse, ho cercato per anni di diventare un bravo musicista e poi mi sono convinto di voler lavorare nella scienza e di voler essere un ricercatore…La scrittura è arrivata dopo. Credo che sia importante nella vita aprire dei varchi d’interesse anche diversi, sopratutto da giovani, è importante coltivare i propri talenti».

Per molti, sopratutto dopo la riapertura delle librerie, questo è diventato un momento di “otium letterario”. Oltre “Il contagio” c’è un libro che consiglieresti e che stai rileggendo in questi giorni?

«Io sto rileggendo con interesse “Preghiera per Chernobyl” del premio Nobel Svetlana Alexievich, è un libro che non aiuta a risollevare lo spirito ma aiuta a capirne le dinamiche, non parla del disastro nucleare in quanto tale, ma del suo mondo registrando le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto. Leggendolo quella ricostruzione di sentimenti in periodi di crisi è facile trovare diverse analogie con il nostro status attuale».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Paolo Giordano, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«In questo momento storico bisogna fare uno sforzo attivo d’immaginazione del Domani e dobbiamo ipotizzare i suoi funzionamenti da zero, senza sapere cosa ci aspetta. Io, ho uno sguardo corto, penso a un futuro prossimo e al modo migliore per vivere una vita sociale accettabile che non metta a rischio la nostra salute e spero che questa sfida venga vinta dalla società e dalla scienza».

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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