Se c’è un una parola che può descrivere la vita della scrittrice Dacia Marini sicuramente la prima che potrebbe venire in mente è quella del coraggio, non solo per le vicende vissute di prima persona sulla propria pelle, come la drammatica esperienza nel campo di concentramento di Tokio nel ’43, ma anche per quelle scritte su carta che raccontano le gesta, vissute dai suoi personaggi femminili: donne forti, coraggiose, padrone del loro destino capaci di intraprendere sempre la strada più difficoltosa, quella della libertà e del cambiamento. Oggi la scrittrice italiana più letta al mondo, compagna del celebre Alberto Moravia ed amica prediletta di Pierpaolo Pasolini, ritorna il libreria per raccontare se stessa con il romanzo “Corpo Felice: storie di donne, di rivoluzioni e di un figlio che se ne va” edito da Rizzoli che ha come protagonista il ricordo di Perdu, un bambino mai nato e che resta un figlio per sempre anche se ha smesso di vivere quando era ancora nell’utero, a cui Dacia si rivolge ricordando il momento del distacco vissuto come una mutilazione dolorosa ed irrimediabile. Le pagine del libro rievocano il trauma per poi allargare l’orizzonte verso la condizione femminile: “Con dolore partorirai figli” c’è scritto nella Genesi, ma nel racconto non c’è dolore ma vita vissuta nel segno della ribellione all’ ingiustizia per conquistare indipendenza e forza morale. Noi di Domanipress abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro salotto virtuale Dacia Maraini per parlare con lei del nuovo romanzo, della condizione femminile attuale e di lingua italiana tra ricordi e riflessioni senza paura.

Nel suo nuovo romanzo “Corpo felice. Storie di donne, rivoluzioni e un figlio che se ne va” racconta della sua dolorosa esperienza legata all’aborto spontaneo…com’è nata l’esigenza di rievocare un ricordo così doloroso? Oggi le manca ancora l’essere madre?

«Ho riversato sui personaggi il mio desiderio di maternità. Ma certo quell’aborto doloroso, dopo tanti mesi di letto, e tanta intimità con il bambino portato in grembo, è rimasto come una ferita profonda che non si è mai rimarginata del tutto. Ne ho parlato anche in altri libri, ma non in maniera così dettagliata, questa volta ho affrontato il tema parlandone apertamente».

Il periodo precedente all’aborto il suo matrimonio con il pittore Lucio Pozzi naufragò, la scrittura sembra esserle venuta in aiuto, scrivere è davvero una terapia?

«Sicuramente la scrittura può avere questo ruolo; per me scrivere costituisce anche una forma di analisi e di terapia. Ma ciò che conta è che bisogna farlo unicamente con vera passione e sopratutto con sincerità».

Uno dei fortunati lettori del suo primo manoscritto fu Alberto Moravia, ricorda quale fu il primo suggerimento che le diede?

«In realtà lui non mi diede nessun suggerimento in merito alla scrittura del libro. Alberto Moravia, per fortuna, non voleva fare il maestro. Ma il mio romanzo d’esordio “La vacanza”, pubblicato nel 1962 gli piacque così tanto da scriverne la prefazione. Il romanzo racconta la storia della villeggiatura di una ragazzina che parte per il mare nell’estate del 1943, in un Italia fascista e sospesa tra due guerre».

Tornando ad oggi, parlare di un figlio mai nato è un topos letterario, prima di lei Oriana Fallaci in “Lettere a un bambino mai nato” scriveva: “Essere mamma non è un mestiere; non è nemmeno un dovere: è solo un diritto tra tanti diritti.” è d’accordo con questa affermazione?

«Si, direi che sono pienamente d’accordo. A questo bisogna aggiungere però che purtroppo la storia patriarcale ha svuotato il meraviglioso senso simbolico del parto, facendolo diventare un castigo: “partorirai con dolore” è scritto nella bibbia, ed è stato tramandato questo messaggio alle donne, come se dare alla luce un figlio fosse una colpa».

Il libro racconta di un aborto spontaneo, ma ci si interroga anche sulla condizione femminile antecedente alla legge 196 sull’interruzione volontaria della gravidanza che recentemente è stata messa in discussione tanto da essere stata revocata a Verona dalle mozioni pro-vita; cosa ne pensa di questo ritorno al passato? Recentemente ha scritto anche al Papa in merito ad una frase relativa questo tema…

«Su questo aspetto basta esaminare solo un solo dato: appena formulata la legge, l’aborto è sceso dell’80 per cento. Quindi una legge era strettamente necessaria. Fatta la legge contro l’aborto clandestino, comunque, bisogna lavorare sulla maternità responsabile. L’aborto non è una soluzione ma un estremo rimedio dentro una cultura misogina che non ha mai lasciato alle donne il diritto di decidere del loro corpo. Se ci fosse una vera libertà femminile che riguarda la procreazione, l’aborto non esisterebbe. Per secoli si è proibito alle donne di usare i metodi anticoncezionali e le si sono condannate quando per disperazione decidevano di abortire. Questa altro non è se non una contraddizione perversa non crede? Ho scritto a Papa Francesco che ammiro e stimo, che nessuna donna ha piacere di abortire. Ma sfortunatamente non ho avuto risposta».

Le donne presenti nei suoi romanzi da Marianna Ucria fino al recente “Tra donne” sono sempre caratterizzate da un grande coraggio che le porta a sovvertire le regole precostituite ed ad imporsi nei confronti della vita…lei si reputa una donna coraggiosa?

«Cerco di esserlo. Comunque è una delle qualità che preferisco nelle donne, assieme alla sincerità, alla voglia di apprendere e allo spirito di rivolta contro le ingiustizie».

Come vede le nuove generazioni di donne, sono più o meno coraggiose rispetto al passato? Ci si esercita al coraggio o è una caratteristica innata?

«Il coraggio fa parte della natura umana, come anche la paura e la viltà. C’è però chi ha coraggio e si adegua alle leggi del più forte e c’è chi ama tanto la libertà da usare quel coraggio fino in fondo. È tutta una questione di carattere, ma anche di cultura. Chi cresce nel contesto di una società totalitaria, fa fatica a individuare i propri diritti e si adegua, soprattutto quando gli viene detto che deve ubbidire perché lo vuole un Dio severo e repressivo».

“La lunga vita di Marianna Ucrìa” è uno dei romanzi italiani della letteratura italiana contemporanea tra i più letti e tradotti in tutto il mondo… Anche Marianna era una coraggiosa, che rapporto ha oggi con questo grande classico?

«In realtà non rileggo mai i miei libri, salvo quando qualche traduttore mi chiede chiarimenti. Ma mi fa piacere che camminino per le strade del mondo e si facciano conoscere».

Il linguaggio è sempre in constante mutamento…da scrittrice come reputa lo stato di salute della lingua italiana oggi?

«Viaggiando molto ho potuto constatare che in fondo siamo solo noi italiani a non amare la nostra lingua e a bistrattarla. Nel mondo tutti la amano e molti la studiano. Oggi è la quarta lingua studiata nel mondo. Dovremmo esserne orgogliosi e trattarla con rispetto. Invece la maltrattiamo usando gerghi e luoghi comuni, la umiliamo infarcendola di parole straniere: una forma di servilismo linguistico».

Un suo collega e sopratutto amico Pier Paolo Pasolini affermò “L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo” da quei tempi ad oggi qualcosa è cambiato?

«Da ieri a oggi la cultura di massa ha sempre portato a questi eccessi. Per uno scrittore importante è non adeguarsi, ma mantenere alto il livello della coscienza civile e letteraria».

Ultimamente ha manifestato preoccupazione per la libertà di stampa e per la tutela dei diritti civili…qualcuno ipotizza che la destra e la sinistra non esistono più…

«Beh, quando i politici cominciano a insolentire contro la stampa, siamo vicini al pensiero unico. Non credo affatto che la destra e la sinistra non esistano più. Sono diverse da come le abbiamo viste nel passato, ma esistono eccome. Tanto per fare un esempio: l’idea che bisogna alzare muri, chiudere le frontiere e fare dell’autarchia, si è di destra. Se non vogliamo chiamarli di destra, chiamiamoli reazionari, conservatori, contrari alla democrazia, come volete, ma le differenze ci sono e le vedono tutti».

Come ultima domanda parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo come vede il “Domani” Dacia Maraini quali sono le sue speranze e le sue paure?

«Direi che ci troviamo in un momento di grandi cambiamenti. La gente ha paura, non è contenta del presente, ma nello stesso tempo non sa come progettare il futuro. Ci si accontenta di inveire contro chi ha una competenza, quasi fosse una forma di privilegio. Ma una società senza competenza, muore. Chiunque, da chi spazza le strade a chi dirige una partita di calcio, da chi cuce un bottone a chi fa una operazione chirurgica deve avere una competenza specifica. Tanto piu in una società complessa, articolata, difficile come quella attuale. Siamo in un momento di sfiducia nella ragione e nel futuro. Tutta l’attenzione si punta sul presente e sui personali malumori. Ma la democrazia ha bisogno di senso della comunità e fiducia nel domani».

Simone Intermite