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Il caso Luca Varani torna a sconvolgere: “La città dei vivi” arriva a Venezia e cambia il modo di raccontare il delitto

Dieci anni dopo, Luca Varani torna al centro del racconto. Non come il ragazzo di cui conosciamo soprattutto la morte, non come il nome rimasto incastrato in una delle pagine più terribili della cronaca nera italiana, ma come un ventitreenne che aveva amici, una famiglia, una fidanzata, contraddizioni e una vita ancora da decidere. È questa la scelta che rende “La città dei vivi” di Edoardo Gabbriellini qualcosa di diverso dall’ennesima ricostruzione di un delitto famoso.

Il film, presentato oggi 4 settembre alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, è liberamente tratto dall’omonimo libro di Nicola Lagioia e dura 104 minuti. Nel cast figurano Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua, Roberta Mattei e Valerio Mastandrea.

La storia dalla quale nasce è quella che nel marzo del 2016 sconvolse Roma e l’Italia. Luca Varani venne ucciso a 23 anni da Manuel Foffo e Marco Prato, in un caso destinato a occupare per mesi giornali, televisioni e conversazioni. Una vicenda sulla quale negli anni si è accumulata una quantità enorme di parole, analisi e tentativi di trovare una spiegazione all’orrore. Anche il libro di Lagioia, pubblicato da Einaudi, aveva affrontato quel territorio cercando di comprendere non soltanto un delitto, ma la città e l’ambiente umano che gli stavano intorno.

Gabbriellini sceglie però di spostare l’obiettivo.

Il punto non è osservare ancora una volta gli assassini. È guardare Luca prima che la cronaca lo trasformasse definitivamente in una vittima. Il film lo segue nella quotidianità, tra periferia e centro di Roma, nel rapporto con gli amici, nella relazione sentimentale e nella ricerca ancora confusa del proprio posto nel mondo. La stessa presentazione della Biennale insiste su questa dimensione: Luca è un ragazzo di ventitré anni, adottato da una famiglia che lo ama, che conduce una vita attraversata dalle normali inquietudini della giovinezza prima che un incontro ne spezzi la traiettoria.

Ed è forse qui che “La città dei vivi” pone la domanda più interessante: che cosa succede quando una persona reale diventa un caso di cronaca?

Prima della vittima c’era Luca

Nel true crime contemporaneo siamo abituati a conoscere moltissimo degli assassini. Le loro fotografie, le intercettazioni, le personalità, le famiglie, le anomalie, le ore precedenti al delitto. Cerchiamo continuamente il dettaglio che possa spiegare l’inspiegabile.

Le vittime, invece, rischiano paradossalmente di diventare più sfocate.

Di loro rimane spesso un nome ripetuto migliaia di volte accanto alla parola “omicidio”. Gabbriellini prova a invertire questa prospettiva. Secondo quanto emerso alla presentazione veneziana, il regista ha voluto raccontare Varani lontano dall’orrore e concentrarsi sulla sua esistenza prima del delitto.

Una scelta che cambia radicalmente il punto di osservazione. Non significa cancellare ciò che è accaduto, ma rifiutare l’idea che l’ultimo giorno della vita di una persona possa divorare tutti quelli che lo hanno preceduto.

Ed è un problema che riguarda ormai molto più del cinema.

Podcast, documentari, serie televisive e piattaforme hanno trasformato la cronaca nera in uno dei generi narrativi più consumati del nostro tempo. Delitti avvenuti decenni fa vengono riaperti, analizzati, serializzati e discussi sui social. Ogni particolare diventa contenuto. Ogni mistero genera nuove teorie. E la distanza fra informazione e intrattenimento può diventare sottilissima.

“La città dei vivi” sembra scegliere la direzione opposta: togliere spettacolo all’orrore e restituire spazio alla persona. Le prime letture critiche da Venezia hanno sottolineato proprio il pudore con cui il film evita di trasformare la violenza nel proprio centro visivo.

Dieci anni dopo, la domanda è ancora aperta

La forza del caso Varani è stata anche nella sua apparente impossibilità di essere inserito dentro una spiegazione rassicurante. Perché è successo? Quanto può esserci di casuale nel male? Quanto abbiamo bisogno di trovare una logica anche quando quella logica forse non esiste?

Sono domande che hanno accompagnato la vicenda fin dall’inizio e che hanno contribuito alla sua enorme esposizione mediatica.

Ma a distanza di dieci anni il cinema può permettersi di porre una domanda diversa: chi era la persona che abbiamo smesso di vedere mentre cercavamo disperatamente di capire il suo delitto?

È probabilmente questo lo scarto più significativo dell’opera di Gabbriellini.

Luca non viene recuperato come simbolo né trasformato in una figura perfetta. Viene riportato dentro la complessità che appartiene a qualsiasi essere umano: sentimenti, inquietudini, errori, desideri, rapporti familiari. Una vita normale proprio perché non completamente decifrabile.

Il regista ha parlato del film come di un “racconto di formazione interrotto”. Una definizione che forse dice più di molte ricostruzioni: a ventitré anni una persona non è ancora la propria storia definitiva. Sta ancora diventando qualcuno.

Ed è precisamente questo futuro cancellato a diventare il vuoto più evidente del film.

Un altro modo di raccontare la cronaca nera

“La città dei vivi” arriva inoltre in un momento in cui il true crime vive una popolarità enorme. Forse proprio per questo la sua scelta appare significativa.

Per anni abbiamo chiesto alle storie criminali soprattutto una cosa: spiegarci il male. Abbiamo cercato moventi, psicologie, dettagli, confessioni. Abbiamo imparato i nomi degli assassini e ricostruito i loro gesti minuto per minuto.

Il film di Gabbriellini sembra ricordarci qualcosa di molto più semplice: prima del “caso Luca Varani” esisteva Luca Varani.

Un ragazzo attraversava Roma, vedeva gli amici, amava, litigava, immaginava il proprio futuro. Poi una notte tutto si è fermato.

Dieci anni dopo, Venezia non riapre soltanto una storia che l’Italia conosce bene. Prova a restituire alla cronaca ciò che la cronaca, inevitabilmente, aveva finito per portarle via: una vita prima della morte.