Gli algoritmi ci conoscono davvero?

Ogni giorno consegniamo pezzi di noi a sistemi che non vediamo. Un clic, una ricerca, un video guardato fino alla fine, una canzone saltata dopo dieci secondi, un prodotto lasciato nel carrello. Tutto sembra minimo, quasi irrilevante. In realtà è il materiale con cui gli algoritmi costruiscono una versione digitale delle nostre abitudini. La domanda è semplice solo in apparenza: gli algoritmi ci conoscono davvero o conoscono soltanto la parte più prevedibile di noi?

Il punto di partenza è la quantità di tempo che trascorriamo online. Secondo DataReportal, l’utente internet medio passa oggi 33 ore e 13 minuti a settimana consumando media digitali. Sommando il tempo di tutti gli utenti del mondo, si arriva a quasi 1,5 miliardi di anni di esistenza umana trascorsi ogni anno dentro ambienti digitali. È dentro questa massa enorme di gesti, preferenze e microcomportamenti che gli algoritmi imparano a riconoscerci. 0

Non leggono la mente, leggono le abitudini

Un algoritmo non sa chi siamo nel senso umano del termine. Non conosce davvero le nostre paure, le nostre contraddizioni, la nostra biografia emotiva. Ma può osservare con precisione come ci comportiamo. Sa a che ora apriamo un’app, quanto restiamo su un contenuto, quali temi ci trattengono, quali immagini ci fanno rallentare, quali parole cerchiamo quando siamo stanchi, curiosi, arrabbiati o annoiati.

La sua forza non è la comprensione, ma la previsione. Non deve sapere perché desideriamo qualcosa: gli basta capire quando è più probabile che clicchiamo, compriamo, guardiamo, condividiamo. In questo senso gli algoritmi non ci conoscono come ci conosce un amico, ma possono conoscerci come ci conosce un mercato.

La frase del Garante: “ci mettono a nudo”

Il tema non riguarda solo tecnologia e marketing, ma anche libertà personale. Il presidente del Garante per la protezione dei dati personali, Pasquale Stanzione, ha scritto una frase molto netta: «Gli algoritmi ci conoscono, ci mettono a nudo. Ma esiste una qualche forma di reciprocità?». Il problema è proprio questo: noi lasciamo dati continuamente, ma spesso non sappiamo davvero come quei dati vengano usati, combinati, venduti, interpretati o trasformati in decisioni. 1

La relazione è sbilanciata. Le piattaforme sanno molto di noi, mentre noi sappiamo pochissimo di loro. Vediamo il risultato finale — un video suggerito, una pubblicità, una notizia, un prodotto — ma non vediamo il percorso che ha portato a quella scelta. È la logica della scatola nera algoritmica: il sistema agisce, seleziona, ordina, spinge, ma non sempre spiega.

La personalizzazione è comoda, ma non innocente

La personalizzazione ci semplifica la vita. Netflix propone un film, Spotify una playlist, Amazon un prodotto, TikTok un video, Google una risposta. Tutto sembra pensato per noi. E spesso lo è davvero, almeno in parte. Ma questa comodità ha un prezzo: più un sistema impara cosa ci piace, più tende a mostrarci ciò che conferma i nostri gusti, le nostre paure, le nostre abitudini.

È così che nasce la bolla informativa. Non vediamo necessariamente il mondo: vediamo una versione del mondo costruita intorno a noi. Il rischio non è solo comprare qualcosa di inutile, ma restare dentro un ambiente digitale che ci rassicura, ci trattiene e riduce progressivamente l’imprevisto.

I numeri della sfiducia

La crescita dell’intelligenza artificiale ha reso questa domanda ancora più urgente. Secondo un sondaggio citato dal New York Post e commissionato da WordPress VIP, l’86 per cento degli adulti americani intervistati dichiara di non fidarsi delle informazioni generate dall’AI quando non sono accompagnate da una chiara attribuzione. Il 75 per cento preferisce inoltre interazioni umane sui siti aziendali. 2

Anche in Europa la cautela è forte. Un’indagine europea del 2026 segnala che tra le principali barriere all’uso dell’AI ci sono privacy e protezione dei dati per il 39 per cento degli intervistati, accuratezza delle informazioni per il 36 per cento e questioni etiche o uso improprio per il 32 per cento. 3

Quando l’algoritmo sbaglia

Il mito più pericoloso è pensare che gli algoritmi siano neutrali. Non lo sono. Gli algoritmi imparano dai dati, e i dati nascono da società piene di disuguaglianze, stereotipi e distorsioni. Se il materiale di partenza contiene pregiudizi, anche il risultato può riprodurli.

Un sistema può consigliare contenuti estremi perché generano più attenzione. Può penalizzare certe categorie di persone perché in passato sono state rappresentate male nei dati. Può confondere correlazione e verità. Può sembrare oggettivo proprio perché parla il linguaggio dei numeri, ma dietro quei numeri ci sono sempre scelte umane: chi raccoglie i dati, quali dati vengono esclusi, quale obiettivo viene ottimizzato.

Ci conoscono o ci addestrano?

La domanda più inquietante non è solo se gli algoritmi ci conoscano. È se, a forza di suggerirci cosa vedere, comprare, ascoltare e pensare, finiscano anche per modificare i nostri desideri. Ogni suggerimento è una piccola spinta. Ogni notifica è un invito. Ogni contenuto mostrato prima degli altri è una scelta editoriale mascherata da automatismo.

In questo senso l’algoritmo non si limita a fotografare chi siamo: contribuisce a costruire ciò che diventeremo. Se ci mostra sempre contenuti simili, restringe il campo. Se premia la rabbia, aumenta la rabbia. Se misura il valore di un contenuto solo con il tempo di permanenza, trasforma la nostra attenzione in una merce.

La nuova forma del potere

Il potere degli algoritmi non è spettacolare. Non comanda apertamente, non impone, non vieta. Ordina. Suggerisce. Rende visibile una cosa e invisibile un’altra. In un ambiente digitale, questa è una forma enorme di potere. Chi controlla il flusso dei contenuti controlla anche una parte dell’immaginario collettivo.

Non è un caso che l’Unione europea sia intervenuta con l’AI Act, introducendo divieti e limiti per alcune pratiche considerate abusive, come forme di manipolazione, social scoring e usi particolarmente invasivi dell’identificazione biometrica. Reuters ha ricordato che alcune regole europee vietano, tra le altre cose, pratiche di AI capaci di manipolare gli utenti verso decisioni finanziarie o di sorvegliare le emozioni dei lavoratori. 4

La libertà di essere imprevedibili

Forse il vero lusso del futuro sarà diventare meno prevedibili. Scegliere un libro non consigliato da una piattaforma. Guardare un film fuori dal proprio profilo. Cercare informazioni da fonti diverse. Non cliccare sempre sul contenuto più facile. Spezzare la catena delle abitudini digitali.

Gli algoritmi ci conoscono davvero? Conoscono benissimo i nostri comportamenti, molto meno la nostra complessità. Sanno prevedere una parte di noi, ma non possono esaurirci. Il rischio nasce quando iniziamo a credere che quella parte sia tutto. Perché una persona non è soltanto la somma dei suoi clic. È anche ciò che cambia idea, ciò che sorprende, ciò che non si lascia calcolare.

La sfida, allora, non è vivere senza algoritmi. Sarebbe impossibile. La sfida è pretendere trasparenza, difendere la privacy, riconoscere il valore dei nostri dati e ricordare che la libertà non consiste solo nello scegliere tra opzioni suggerite, ma anche nel poter uscire dal suggerimento.

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