«La forza vera non è quella che metti in mischia, ma quella che trovi quando la vita ti costringe a fermarti.»

Martin Castrogiovanni oggi parla con la consapevolezza di chi ha attraversato più di una trasformazione.Nato in Argentina e diventato uno dei simboli del rugby italiano, è stato per anni il volto della potenza e della determinazione azzurra: oltre cento presenze con la Nazionale, una carriera costruita nei club più prestigiosi d’Europa e un’identità sportiva fondata su sacrificio, disciplina e appartenenza.

Ma la sua storia non si esaurisce sul campo. A segnare un punto di svolta profondo è stato l’incontro ravvicinato con la malattia: un tumore benigno alla colonna vertebrale che lo ha costretto a riconsiderare tutto, dal rapporto con il corpo al significato stesso della parola futuro. Un passaggio doloroso, affrontato lontano dai riflettori, che ha trasformato la sua idea di forza e lo ha portato a guardare oltre il rugby giocato.Dopo il ritiro, Castrogiovanni ha scelto di non scomparire, ma di cambiare linguaggio. È approdato in televisione come conduttore di “Tu sì que vales”, accanto a Maria De Filippi, portando sul piccolo schermo la sua ironia, la sua umanità e un modo diretto di stare davanti alle persone. Un passaggio naturale, mai forzato, che gli ha permesso di raccontarsi a un pubblico più ampio senza rinnegare le proprie radici.Parallelamente è nato uno dei progetti più importanti della sua vita: la Castro Academy, una scuola di rugby pensata come spazio educativo prima ancora che sportivo. Qui ai giovani non si insegna solo a passare un pallone o a stare in campo, ma a crescere come individui, interiorizzando rispetto, spirito di squadra, responsabilità, inclusione e gestione delle difficoltà. Valori che Martin ha imparato sul campo e nella vita, e che oggi sente il dovere di trasmettere. L’ abbiamo incontrato nel Salotto di Domanipress per una conversazione intensa e sincera, in cui sport, malattia, televisione e formazione dei giovani si intrecciano in un unico racconto. Un dialogo che va oltre il personaggio e restituisce il ritratto di un uomo che ha fatto della trasformazione la sua vera vittoria.

Partiamo dalle origini, Il primo sport che hai praticato davvero è stato il basket poi è arrivato il rugby. Cosa è scattato dentro di te?

«Il basket mi piaceva, lo giocavo volentieri. Era uno sport che mi divertiva, mi faceva stare bene. Però sentivo che mancava qualcosa. Non so spiegare bene cosa sia successo, ma con il rugby è stato diverso: era come se mi chiamasse. Mi incuriosiva tutto, mi affascinava l’idea del contatto, del gruppo, dello stare insieme. A un certo punto ho capito che quello non era solo uno sport, ma un ambiente in cui mi riconoscevo davvero».

Quanto ha inciso la tua fisicità in questo passaggio e nel percorso che ne è seguito?

«Ha inciso tanto. Il rugby è uno sport di contatto e oggi lo è ancora di più: i giocatori sono sempre più grossi, sempre più veloci. La fisicità è stata fondamentale in quello che ho fatto e anche nel lavoro che poi ho svolto dentro il rugby. E credo che sia anche per questo che ho ricoperto il ruolo che ho ricoperto: il pilone. Ma la fisicità, da sola, non basta».

Secondo te il rugby è più uno sport fisico o mentale?

«Lo sport è fisico, mentale ed emozionale. Sono tre sfere fondamentali e devi essere equilibrato in tutte e tre. Puoi essere fortissimo fisicamente e anche mentalmente, ma se non sai controllare le emozioni in campo fai un disastro. Un atleta professionista questo equilibrio lo deve avere. Basta guardare oggi uno come Sinner: non è solo talento fisico, è testa, è capacità di restare sempre dentro la partita, di non perdersi. Questo vale nello sport e vale nella vita».

Ed è una lezione che ti ha accompagnato anche fuori dal campo?

«Assolutamente sì. Perché lo sport non serve solo a vincere. Non deve insegnare solo a formare campioni di performance. Deve insegnare a formare campioni di vita. È questa la sua bellezza. Fare sport ti aiuta a equilibrare corpo, mente ed emozioni. Sono le stesse cose che ti servono ogni giorno, quando finisce la partita e inizia la vita vera».

Dopo aver appeso le scarpe al chiodo hai scelto nuove strade, ma una resta profondamente legata allo sport: la Castro Academy. Perché per te era importante restituire?

«Perché quello che mi ha formato non è stato solo il rugby giocato, ma il club, lo spogliatoio, l’ambiente. Mi ha regalato amici, famiglia, valori. Mi ha dato tantissimo.
E credo che chi ha avuto la fortuna di vivere certe esperienze abbia il dovere di restituire qualcosa. Io lo faccio con l’Academy, altri lo fanno in modi diversi. Ma restituire è fondamentale, perché crea senso di appartenenza. Non è solo sport: è comunità».

Nel 2015 hai affrontato un momento molto delicato legato alla salute. Noi siamo abituati a vederti come un guerriero. In quel momento è emersa una fragilità diversa?

«Sì, perché spesso si pensa che chi fa uno sport di combattimento non possa essere fragile. Ma non è vero. Io sono una persona che si emoziona, che ha paure, che ha incertezze. Come tutti.Non credo nei superuomini, in quelli che devono dimostrare sempre di essere forti e sempre felici. A volte posso dare l’impressione di essere sempre positivo, sempre empatico. Ma non è così. Siamo esseri umani: abbiamo tutti punti forti e punti deboli».

Cosa fa davvero la differenza, allora?

«Il modo in cui lavori sui tuoi punti deboli. Questo è quello che mi ha insegnato lo sport. Non esci mai sapendo tutto. Anche i campioni hanno sempre qualcosa da migliorare. La differenza sta nel provarci ogni giorno, nel voler diventare una persona migliore, non solo un atleta migliore».

Negli ultimi anni il pubblico ti ha conosciuto anche in una veste diversa, quella televisiva. Hai lavorato accanto a Maria De Filippi, in uno dei contesti più seguiti e complessi della TV italiana. Cosa hai imparato da lei?

«Tantissimo. Maria è una grandissima professionista. Quello che mi ha colpito di più è la sua capacità di trasmettere calma, sicurezza, equilibrio.Quando entri in uno studio televisivo, soprattutto in diretta, la pressione è altissima. Lei ha questa capacità incredibile di farti sentire a tuo agio, di dirti con uno sguardo o con una parola: “Stai tranquillo, respira”. E questo, per chi arriva da un altro mondo come lo sport, è fondamentale».

Ti sei mai sentito fuori posto in quel contesto?

«All’inizio sì, è normale. Ma proprio grazie a persone come Maria capisci che non devi essere qualcun altro. Devi essere te stesso. Quello che si vede in TV è quello che sono anche nella vita. Io cerco sempre di essere coerente, rispettoso, vero. E questo, alla fine, arriva».

Hai lasciato l’Argentina giovanissimo. Cosa ti manca di più delle tue origini?

«I miei genitori. Li vedi poco, una o due volte l’anno, e a volte non basta. È il prezzo da pagare quando vivi lontano. Poi ci sono le tradizioni, come l’asado, il barbecue argentino. È cultura, è identità. È un modo per sentirmi ancora legato alle mie radici».

Guardando indietro, pensi che la vita sia stata generosa con te?

«Ci vuole impegno, sacrificio, dedizione. Ma ci vuole anche un po’ di fortuna. Essere nel posto giusto al momento giusto. Io ho sacrificato tanto, soprattutto la famiglia. Non è stato tutto merito mio: la vita, ogni tanto, ti deve dare una mano».

Oggi senti che ti manca qualcosa?

«No. Vorrei realizzare tante cose, certo. Ma se dicessi che mi manca qualcosa direi una bugia. Ho una famiglia bellissima, amici veri. Sto bene».

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Martin Castrogiovanni quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Spero di vivere un Domani in salute. Oggi è la cosa più importante. Salute e voglia di continuare a condividere i valori dello sport per il domani e per sempre».

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.