«Ho imparato presto che le emozioni non si lasciano zittire: o le trasformi in qualcosa che parla al mondo, oppure ti consumano.»

In questa frase, Giulio Rapetti Mogol racchiude il senso profondo di un percorso artistico che ha attraversato – e in molti casi definito – la storia musicale del nostro Paese. Da oltre sessant’anni, Mogol non è soltanto un autore: è un architetto di emozioni, l’uomo che ha saputo dare forma e voce ai sentimenti di generazioni diverse, diventando parte del tessuto culturale italiano con una naturalezza che appartiene solo ai grandi maestri.

La sua carriera comincia alla Ricordi, ma prende davvero il volo quando incontra un giovane musicista destinato a riscrivere le regole: Lucio Battisti. Insieme creano un linguaggio nuovo, libero, carico di poesia e verità. Un linguaggio che ha cambiato per sempre il modo di raccontare l’amore, il dolore, la crescita, il desiderio. Brani come Emozioni, I giardini di marzo, La canzone del sole, Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi, non sono soltanto canzoni: sono frammenti di memoria collettiva.

Ma il mondo di Mogol è un universo sterminato. Ha scritto e collaborato – ognuno nel proprio stile, nella propria rivoluzione – con alcune delle voci più influenti della nostra storia musicale: Mina, Adriano Celentano, Riccardo Cocciante, Gianni Morandi, Mango, Marcella e Gianni Bella, la PFM, i Dik Dik, i New Trolls, Ornella Vanoni, l’Equipe 84 e molti altri.
Artisti diversissimi tra loro, uniti da una firma che riconosci subito: quella capacità di accendere un’immagine, di evocare un’emozione precisa, di rendere ogni parola indispensabile.

E poi c’è l’altro Mogol: quello che forma, guida, ispira. Con il CET, la scuola immersa nel verde dell’Umbria, ha scelto di condividere un sapere maturato in decenni di studio, intuizione e disciplina. Ha aiutato intere generazioni di giovani autori e musicisti a trovare un’identità, a dare fiducia alla loro voce, a respirare dentro la scrittura.

Oggi, il suo nuovo libro, “Senza paura. La mia vita” pubblicato da Salani, è molto più di una biografia: è un viaggio dentro la fragilità, dentro i passaggi segreti di un uomo che ha vissuto tra palchi, studi di registrazione, successi epocali e battaglie silenziose. Un racconto sincero, vivo, che attraversa la storia della musica ma anche quella delle emozioni, della vulnerabilità e della forza gentile che nasce dal guardarsi davvero.

L’abbiamo incontrato nel nuovo appuntamento del Salotto di Domanipress, per una conversazione che è diventata, un dialogo sull’anima delle parole e sulla straordinaria avventura di una vita dedicata a farle suonare per renderle colonna sonora delle nostre vite.

Partiamo dal suo nuovo libro, “Senza paura”. Per la prima volta racconta la sua vita non attraverso i brani, ma attraverso parole dirette. Com’è nata questa esigenza?

«È stata la casa editrice a propormelo, e ho sentito che era arrivato il momento. Ho vissuto una vita molto particolare, piena di avventure. Fin da ragazzo ero attratto da tutto ciò che somigliava a un’esperienza estrema. La paura non esisteva perché la voglia di vivere era più forte di qualsiasi timore. E devo dire che la vita mi ha protetto. Tante volte ho rischiato la morte, e ogni volta me la sono cavata per un soffio. Mi sento in debito con la vita, ed è per questo che cerco di ripagare quel debito aiutando gli altri. Credo profondamente che saremo giudicati per ciò che abbiamo fatto, non per ciò che abbiamo avuto. I soldi restano qui, non servono. Serve invece costruire una spiritualità, coltivare la fede… ed è un piacere, perché fa bene anche alla salute.»

Nel libro cita il rapporto tra salute e pensiero positivo. Perché per lei è così importante?

«Perché la mente governa tutto. Ho scritto un libro che si chiama La Rinascita, è arrivato primo su Amazon. Lì spiego come evitare le malattie: tutto parte da come viviamo, da ciò che pensiamo. La salute è affidata alla mente. È determinata dal nostro comportamento: dobbiamo essere onesti, aiutare gli altri, vivere una vita sociale, ridere, divertirci, pensare in positivo. Tutto questo si traduce direttamente in salute.»

Molte sue canzoni hanno avuto un impatto profondo sull’immaginario collettivo. Per lei è più importante scrivere un brano popolare che tutti possono cantare, o una canzone capace di cambiare la vita a una sola persona?

«Una canzone può cambiare qualcosa, eccome. Ho scritto anche una canzone sul femminicidio: se salvasse anche una sola vita, sarebbe un successo. La musica può avere una funzione sociale, può educare, può proteggere. Non c’è differenza tra popolarità o intimismo: ciò che conta è il senso.»

Nel libro parla molto della sua infanzia e della figura di suo padre. Avere un genitore così presente nel mondo musicale è stato un privilegio o un peso?

«Entrambi, ma soprattutto un vantaggio. Mio padre era direttore generale della Ricordi, e grazie a lui ho potuto lavorare lì facendo versioni dall’inglese all’italiano. A un certo punto però lavoravo troppo, e la mia mamma – che è sempre stata lungimirante – mi disse: “Dai le dimissioni. Devi essere libero di scrivere con chi vuoi”. Aveva ragione. Una volta libero, ho potuto scrivere con tutti. E ho scritto davvero con tutti.»

C’è una cifra stilistica che lega tutta la sua produzione?

«Credo che ci sia un senso nella vita di ognuno di noi. Io mi sono sentito spesso protetto. Non avevo paura, ero attratto dall’avventura.
Andavo in barca con forza 7, in Turchia, facevo il giro del mondo da solo… ero dominato dal desiderio di vivere. E in tutto quello che ho scritto, credo si senta questa tensione verso l’intensità, verso il senso.»

Una delle sue avventure più sorprendenti è il giro del mondo in solitaria. Perché ha scelto di partire? Cosa cercava?

«Cercavo le avventure. Volevo viverle tutte. Un giorno ho conosciuto una ragazza della Japanese Airlines. Le ho chiesto: “Che lavoro fai?”. Mi rispose: “Lavoro sugli aerei”.
Allora le dissi: “Domani portami un biglietto per fare il giro del mondo da solo”. E lei arrivò davvero con un biglietto spesso come due elenchi telefonici. Due giorni dopo ero partito.
In Australia ho quasi rischiato la vita nuotando in un’ansa piena di squali… ma anche lì me la sono cavata. Sono stato sempre attratto dal pericolo.»

Lei e Battisti siete un sodalizio unico. Cosa ha visto in lui che gli altri non avevano colto?

«Una genialità diversa, pura. Ricordo che un giorno mi disse: “La mia fortuna è stata credere a un pazzo: te”. Non voleva cantare, non voleva esporsi. Io l’ho convinto. Gli dissi: “Perché far cantare agli altri le tue canzoni, se alcuni cantano meno bene di te?”. Alla fine ha accettato, e la storia è cambiata.»

Quando il vostro sodalizio si è interrotto, ha sofferto più per l’aspetto umano o per quello professionale?

«Per quello umano.Sul piano professionale avevo chiesto solo condizioni eque. La sera mi disse sì, la mattina dopo mi disse no, forse consigliato male. E io non ho scritto più per lui, e lui non ha più avuto successi.Ma la ferita vera è stata affettiva.»

Tra tutti i successi c’è un brano a cui è particolarmente legato?

«C’è una canzone che cantano tutti: Non sarà un’avventura.
Quando intono “Non sarà…”, tutti rispondono insieme. È rimasta viva nel cuore della gente.»

Nei suoi testi l’amore è spesso fragile, complesso, imperfetto. Perché?

«Non lo vedo imperfetto. Ho scritto Dormi amore per mia moglie. È una poesia dolcissima che parla della possibilità della morte di uno dei due – abbiamo 33 anni di differenza.
L’amore non è imperfetto: è vero.»

Ha mai trattenuto una cosa troppo personale per non trasformarla in canzone?

«No. Ho scritto tutto ciò che la musica chiedeva.
Se un testo è intimo, deve essere intimo. Se c’è un crescendo, ci deve essere un crescendo nelle parole.
Parole e musica devono arrivare allo stesso senso, solo così possono toccare.»

Con oltre 523 milioni di dischi venduti, terzo al mondo dopo Beatles ed Elvis, ha mai sentito la pressione del successo?

«No.
Io scrivo perché credo nella musica. Ho lavorato con grandi autori: Gianni Bella, Battisti, Cocciante…
Il successo non mi ha mai spaventato: mi ha solo dato forza.»

Oggi molti giovani scrivono testi più crudi, più frammentati, a volte negativi. Perché è cambiato tutto?

«È iniziato dopo il Covid. I ragazzi parlano meno di sentimenti e più di vita materiale, successo, denaro.
Non so perché sia successo, ma non è definitivo. Al CET continuiamo a vedere grandi talenti. Chi passa dal CET lo ama per sempre.»

Il CET è immerso nella natura. Quanto conta il luogo nella creatività?

«Tantissimo. È un luogo bellissimo, davanti a una montagna, a 410 metri. Qui vivo con i cavalli.
Facciamo sport, Aquagym… dopo i 60 anni è fondamentale.
È un posto che guarisce.»

Le sue canzoni sono più mente o più cuore?

«Entrambi.
Rifletto molto sulla vita, sulla morte, sulla fede. La fede aiuta la salute, come aiutare gli altri. Tutto torna.»

C’è una parola che non ha detto a qualcuno e che rimpiange?

«No, nessun rimpianto.
Ho scelto di costruire la mia autostima: decidere i limiti dell’egoismo, quanto voglio aiutare gli altri, come vivere questa vita. L’autostima fa bene alla salute.»

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Giulio Mogol quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Io spero che ci sia un Domani. E credo che la chiave sia accettare il nostro destino. Accettiamolo perché ha un senso che non dipende da noi. E nel momento in cui lo accogliamo – senza piangerci addosso, senza arrabbiarci se un periodo va male – il destino stesso ci tende la mano. Io dico sempre: lo accetto. Lo accetto serenamente. E questo è il consiglio che do a tutti.»

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.