«Per me l’arte è un modo per restituire agli adulti quello sguardo limpido e non filtrato che tutti abbiamo avuto da bambini.»
Con questa frase, che racchiude l’essenza della sua poetica, Valerio Berruti ci introduce al cuore del suo mondo creativo. Nato ad Alba nel 1972, Berruti è oggi uno degli artisti italiani più riconosciuti a livello internazionale. La sua carriera, iniziata con studi in Storia dell’Arte a Torino, ha preso una strada radicalmente personale e coraggiosa: a soli diciotto anni ha acquistato una chiesa sconsacrata a Verduno, trasformandola in un atelier.
Da quel luogo sospeso tra sacro e quotidiano sono nate opere che hanno viaggiato ben oltre le colline delle Langhe, approdando in musei e istituzioni prestigiose, dalla Biennale di Venezia al Museum of Contemporary Art di Tokyo, fino alle grandi capitali europee.
Il suo linguaggio visivo è diventato immediatamente riconoscibile: linee essenziali, figure eteree, installazioni e animazioni artigianali che mettono al centro il tema dell’infanzia come momento universale, fragile e potente insieme. Non semplici bambini, ma interpreti di una condizione esistenziale che appartiene a tutti.
Oggi questa ricerca approda in uno dei luoghi simbolo della cultura italiana: Palazzo Reale a Milano, che fino al 2 novembre 2025 ospita la grande mostra “More than kids”. Un percorso monumentale che intreccia sculture, proiezioni e meccanismi scenici, trasformando l’infanzia in una metafora del futuro.
Abbiamo avuto il privilegio di incontrare Valerio Berruti nel Salotto di Domanipress. Tra memorie intime e visioni universali, l’artista ci ha accompagnato in un dialogo profondo, confermando che l’infanzia non è soltanto un tema, ma un vero e proprio manifesto esistenziale.
Valerio, sei nato e cresciuto ad Alba, nelle Langhe. In un mondo dell’arte che sembra ruotare intorno a grandi metropoli come New York o Madrid, tu hai scelto di restare nella tua terra. Cosa significa per te questa scelta?
«Vivo e lavoro ad Alba, tra le colline del Barolo. Ho scelto questo posto perché il privilegio di un artista figurativo è che non deve viaggiare lui, ma sono le opere a farlo. Io posso restare qui e poi portarle nel mondo. È un lusso raro, che mi permette di mantenere le radici ben salde.»
A soli diciotto anni hai acquistato una chiesa sconsacrata a Verduno, trasformandola nel tuo atelier. Un gesto che appare quasi poetico. Che cosa rappresenta per te quello spazio?
«Era un sogno che avevo fin da bambino: vivere in una chiesa. Non per una questione religiosa, ma per l’architettura. Le chiese sono edifici costruiti per evocare emozione e spiritualità, vere e proprie macchine sceniche. Non hanno alcuna utilità pratica, ma trasmettono qualcosa di superiore: l’idea di Dio coincideva con il genio di chi le aveva progettate. Ho lavorato lì per vent’anni e quell’esperienza ha segnato profondamente la mia arte. Entrare ogni mattina in quello spazio, vedere la luce cambiare sulle navate, ascoltare il silenzio assoluto, mi ha insegnato che l’arte è prima di tutto un atto di raccoglimento. Non poteva che nascere da lì.»
In che modo questo legame così profondo con lo spazio influenza la tua ricerca artistica?
«Ogni luogo ha un’anima e io cerco sempre di rispettarla. Non penso mai a un’opera come a un oggetto isolato, ma come a un dialogo con lo spazio che la ospita. Per questo spesso realizzo lavori site specific: perché l’arte non deve invadere, deve armonizzarsi. Una mostra non è mai la semplice somma delle opere, è la relazione che si crea tra quelle opere e lo spazio che le accoglie.»
La tua ultima grande mostra, More than kids, è ospitata a Palazzo Reale di Milano. Un luogo di straordinaria bellezza, ma anche di grande complessità. Come hai affrontato questa sfida?
«È stato un privilegio enorme, ma anche una sfida. Le sale di Palazzo Reale non sono neutre: la più piccola misura duecento metri quadri. Ho dovuto adattare opere monumentali già esistenti e crearne di nuove site specific. Ho lavorato due anni a questo progetto e ho cercato di dare tutto quello che avevo, affinché le opere non diventassero semplice tappezzeria, ma protagoniste assolute. Lavorare con la scala è sempre un rischio: troppo piccola e sparisce, troppo grande e soffoca. In questo equilibrio fragile ho trovato la mia sfida più bella.»
Cosa troverà il pubblico che sceglierà di visitare questa mostra?
«Credo troverà un’esperienza immersiva più che una semplice esposizione. Ho cercato di far dialogare le opere con le sale storiche del palazzo, così che lo spettatore non si senta solo osservatore, ma parte di un paesaggio emotivo. È come camminare dentro un racconto.»
Il tema dell’infanzia attraversa da sempre la tua poetica. Perché proprio i bambini, e cosa rappresentano per te?
«Ho sempre cercato un soggetto che fosse uno specchio per lo spettatore. L’unica immagine davvero universale è l’infanzia. Tra i quattro e i sei anni siamo tutti simili, e ognuno può riconoscere se stesso, un figlio o un ricordo in quei volti. Non rappresento bambini in quanto tali, ma interpreti che recitano messaggi che voglio comunicare. L’infanzia è il minimo comune denominatore della nostra vita: il fatto stesso di essere adulti implica che siamo stati bambini. Ed è in quella zona di confine, in quell’età fragile e potente allo stesso tempo, che io trovo il linguaggio per parlare a tutti. È un linguaggio semplice, ma non banale, e forse per questo funziona.»
Se potessi tornare indietro e incontrare il bambino che sei stato, cosa gli diresti?
«Gli direi di continuare a seguire i suoi sogni, senza paura.»
Guardando al tuo percorso, pensi di aver mantenuto fede a quella promessa?
«Sì, credo di sì. Ho avuto momenti difficili, anche periodi in cui sembrava impossibile andare avanti, ma non ho mai tradito quella voce interiore. Ho sempre ascoltato il bambino che ero, e quel bambino mi ha tenuto in carreggiata. Alla fine credo che il vero successo sia proprio questo: non smettere di credere a ciò che ti emoziona, anche quando sembra poco “razionale” agli occhi degli altri.»
Un’opera come Three Parts of Me sembra raccontare proprio questa complessità interiore. Tre bambini, tre maschere, tre anime. In quale parte ti riconosci di più quando crei?
«Nessuna in particolare. Credo serva un equilibrio perfetto: un terzo popolare, un terzo intimo, un terzo profondo. Se prevale solo la parte pubblica, l’opera diventa troppo facile. Se è solo intima, rischia di non comunicare. E se è solo privata, può risultare incomprensibile. È un bilanciamento delicato, che cerco in ogni lavoro.»
Il pubblico ti associa immediatamente ai tuoi bambini. Ti sei mai sentito schiacciato dalle aspettative, prigioniero del cosiddetto “modello Berruti”?
«No, non mi sono mai sentito prigioniero. Ho realizzato anche opere senza bambini, come il grande paesaggio di Langa per la Fondazione Ferrero di Alba o l’animazione della Giostra di Nina. Se un giorno avrò voglia di disegnare cani, lo farò. Non temo di perdere un’identità, perché la mia libertà creativa viene prima di tutto.»
Le tue animazioni hanno una forza speciale: sono artigianali, fatte di centinaia di disegni a mano, senza digitale. Una scelta che oggi appare quasi rivoluzionaria. Da dove nasce questa volontà?
«In parte è una forma di resistenza, ma nasce soprattutto da una necessità tecnica. La prima animazione l’ho realizzata nel 2004, quando il digitale non era ancora così dominante. Faccio cinque disegni al secondo, tutti diversi, perché voglio che si veda la mano, l’errore, l’unicità. Ogni animazione richiede centinaia di tavole. È un metodo anacronistico, ma è proprio lì la sua forza. È come se restituissi allo spettatore la possibilità di percepire il tempo che ci ho messo. In un’epoca di immagini istantanee e algoritmi perfetti, la mia imperfezione diventa un valore. Ogni fotogramma ha una piccola variazione, un respiro. È la vita che si muove.»
Qual è, a tuo avviso, il rischio più grande di un’arte interamente digitale?
«Il digitale è uno strumento straordinario, ma rischia di rendere tutto troppo uniforme. È veloce, pratico, replicabile all’infinito. Il problema è che la ripetizione toglie unicità. L’arte, invece, vive di differenze, di errori, di dettagli che non puoi clonare. Per questo continuo a credere che ci sarà sempre bisogno di un’esperienza fisica, tangibile, fatta di materiali, di mani, di tempo speso. È quello che ti fa sentire davanti a un’opera che sei parte di qualcosa di unico, e non di un flusso senza fine.»
La Giostra di Nina è diventata un’icona, forse la tua opera più amata e certamente una delle più condivise. Perché hai scelto i passerotti al posto dei cavalli?
«Perché i cavalli si possono cavalcare davvero, i passerotti no. Mi piaceva l’idea di renderla più onirica e sognante. È più un carillon che una giostra: si muove piano, è monocromo, sembra una scultura in ceramica. Non volevo l’effetto Luna Park, ma un’esperienza sospesa.»
Tra le opere più toccanti c’è quella con la bambina e il salvagente gigante, che diventa simbolo di un’umanità in cerca di salvezza. Da cosa credi che dovremmo salvarci oggi?
«Quella è una metafora dei migranti. Mia figlia gioca con un salvagente in piscina, ma una bambina libica può usare lo stesso oggetto per non morire in mare. È un’opera che parla di privilegi, di ingiustizia, di disumanità. La sola differenza tra loro è il luogo di nascita: mille chilometri. Trovo inaccettabile che ci sia chi non tende la mano a salvarli. È un tema che mi ha toccato profondamente, perché quando diventi padre guardi il mondo con occhi diversi: tutto si misura con la fragilità e la protezione. E mi sembrava necessario mettere questa verità sotto gli occhi di tutti.»
Il tuo percorso racconta una determinazione incrollabile: non hai mai avuto un piano B. Da dove nasce questa forza?
«Non ho mai pensato di fare altro. Nemmeno quando stavo in tuta da sci per non gelare in studio. Sono stato molto fortunato, ho avuto una famiglia e amici che mi avrebbero comunque aiutato. Ma c’è chi ha gli stessi privilegi e li spreca, vivendo senza lottare per i propri sogni. Io ci ho creduto, fino in fondo.»
A chi osservando un’opera d’arte contemporanea esclama: “questo lo potrei fare anch’io”, come rispondi?
«Che lo facciano.»
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Valerio Berruti quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Sono un inguaribile ottimista quando penso al Domani. Nonostante guerre e cambiamenti climatici, credo che l’uomo abbia la capacità di migliorarsi. Ognuno, nel suo piccolo, può fare la differenza. Si vive meglio oggi che cinquant’anni fa, e sono certo che si vivrà meglio tra cinquant’anni che oggi. È il nostro dono più grande: progredire.»
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite











