«Il successo mi ha dato una voce, poi ho dovuto imparare ad ascoltare la mia. A volte per ritrovarsi bisogna avere il coraggio di uscire dal personaggio che gli altri hanno costruito per te».

Per raccontare Valeria Rossi oggi bisogna quasi dimenticare, almeno per qualche minuto, quelle tre parole che tutti conoscono. Perché “sole, cuore, amore” le hanno cambiato la vita, ma non sono riuscite a contenerla.

Nata a Tripoli nel 1969 e cresciuta nel Lazio, con l’Africa rimasta come una radice familiare e culturale, Valeria arriva alla musica dopo gli studi e una lunga gavetta. Frequenta il Centro Europeo di Toscolano di Mogol, studia, scrive, cerca una propria identità artistica. Poi, nell’estate del 2001, accade qualcosa che nessuno avrebbe potuto programmare: “Tre parole” diventa un fenomeno popolare. Un ritornello apparentemente semplicissimo entra nel linguaggio collettivo e trasforma una cantautrice fino a quel momento sconosciuta in uno dei volti simbolo di un’intera stagione. Il successo arriva quando Valeria ha già trent’anni e una vita alle spalle. Forse anche per questo, una volta spenti i riflettori più abbaglianti, sceglie di non trascorrere il resto della carriera tentando di replicare all’infinito quell’estate. Studia antropologia, scrive, diventa madre, continua a lavorare come autrice e attraversa anche un’esperienza nella pubblica amministrazione. Poi arriva una nuova trasformazione: la formazione nella bioenergetica e nel counseling, fino a un’attività professionale che oggi mette insieme corpo, emozioni, voce e musica. Quella voce che un tempo serviva a raggiungere le classifiche diventa così anche uno strumento attraverso il quale aiutare gli altri a conoscersi. Oggi la cantautrice di “Osservi l’aria” lavora nell’ambito del benessere psicofisico, è counselor certificata e insegnante di esercizi di bioenergetica e porta avanti percorsi nei quali la dimensione artistica incontra quella terapeutica. Un’evoluzione che, guardata venticinque anni dopo, sembra quasi contenuta inconsapevolmente nella sua storia fin dall’inizio: la cantante che chiedeva tre parole oggi lavora proprio sulle parole, sulla voce e su ciò che spesso non riusciamo a esprimere. Nel frattempo ha scelto Monza come città in cui vivere, costruendovi una dimensione familiare e professionale lontana dalla Roma degli inizi e dalla frenesia dello show business. Una città che per lei è diventata casa e nella quale ha intrecciato anche il proprio interesse per la natura, frequentando la Scuola di Agraria e formandosi come progettista di spazi verdi e giardini per il benessere. Eppure la musica non è mai scomparsa.A venticinque anni da “Tre parole”, Valeria Rossi torna con “Rivedendo te”, il nuovo singolo realizzato insieme a “SSD Project e Vima, nato da un’intuizione di Salvo Saverio D’Angelo. House, elettronica e canzone italiana si incontrano in un progetto che non prova a ricostruire artificialmente il 2001, ma cerca una nuova strada. Ed è forse proprio il titolo, “Rivedendo te”, a suggerire involontariamente la chiave di questa nuova fase: guardarsi dopo venticinque anni e riconoscere contemporaneamente la ragazza di allora e la donna di oggi.

L’abbiamo incontrata nel Salotto di Domanipress per parlare del nuovo singolo e di ciò che accade quando una canzone diventa più famosa di chi l’ha scritta: il successo improvviso, la solitudine che può nascondersi dietro la popolarità, la scelta di cambiare vita, la maternità, il percorso come terapeuta, il rapporto con la voce, Monza e quella “Tre parole” che ancora oggi continua a vivere indipendentemente da lei.

Partiamo dal tuo grande successo, “Tre parole”, una hit che è entrata quasi di prepotenza nella vita quotidiana degli italiani, ma lo ha fatto con leggerezza e semplicità. Oggi quali sono le tre parole di Valeria Rossi? Sono ancora “sole, cuore e amore”?

«Mi piace questo concetto della “prepotenza gentile”, questo ossimoro. Sole, cuore e amore sono parole altamente simboliche e acquistano senso all’interno di un contesto. Negli anni ho cercato di spiegare tutto quello che c’è dietro, fino quasi a costruire un manifesto di “Tre parole”. Sono parole che bypassano la parte razionale e arrivano direttamente nella sfera del ricordo: per ognuno rappresentano una storia individuale, ma dietro esiste anche una storia vera.»

Cosa è successo in tutto questo tempo trascorso?

«In questi anni mi sono voluta specializzare nella relazione d’aiuto, perché era una vocazione che sentivo da sempre. Quindi oggi le mie tre parole possono cambiare a seconda del momento: potrebbero essere “cura, guarigione, ascolto”, oppure “consapevolezza, coscienza, grazia”.»

Dopo un certo periodo hai iniziato a studiare il rapporto tra corpo, psiche e voce. In realtà già in “Tre parole” cantavi delle “istruzioni per muovere le mani”, quasi suggerendo che attraverso il corpo fosse possibile cercare un barlume di felicità. È stato profetico?

«Assolutamente sì. Sono molto contenta che tu l’abbia colto, perché in quella canzone c’era già molto di quello che si sarebbe poi dipanato nel corso degli anni. Era tutto sintetizzato, com’è nella natura delle canzoni: un linguaggio un po’ onirico ma semplice, non necessariamente intellettuale, che procede per immagini.»

Dove si trova quindi la famosa stanza vuota?

«In ogni riga c’è quasi una stanza vuota, la ricerca di uno spazio che è più interno che esterno. Sono immagini che mi sono sempre arrivate spontaneamente. Spesso pensiamo all’artista come a un personaggio misterioso, mentre, come diceva Lucio Dalla, è semplicemente una persona che in quel momento possiede delle antenne: capta delle informazioni e le sintetizza, magari senza esserne nemmeno pienamente consapevole. Nel corso degli anni ho cercato di portare tutto questo alla consapevolezza, perché credo sia anche una missione della propria anima. Se hai scritto una determinata cosa, probabilmente un senso deve esserci.»

Il successo nello show business può rendere difficile trovare il senso della propria vita e persino di quello che si sta facendo, soprattutto quando arriva velocemente. Come ricordi quei primi anni di enorme popolarità?

«Il senso per me era comunque continuare la ricerca. Quando hai qualcosa dentro che ti muove e continui a porti delle domande, a un certo punto devi iniziare ad ascoltarti. Conviene farlo, perché quando non ti ascolti rischi di iniziare a non sentirti più, quasi anestetizzando una parte di te. La cosa bella è che non sai dove questa ricerca ti porterà. È un po’ come seguire il Bianconiglio nella sua tana.»

Oltre a “Tre parole” esiste una produzione molto più ampia. In “Ti dirò”, per esempio, canti: “Ho avuto pena un po’ di me” perché non sei riuscita a esprimere il vero stato del tuo cuore. Quanto c’è di autobiografico nelle tue canzoni?

«Per me è una condizione quasi imprescindibile. Infatti faccio molta fatica a cantare canzoni di altri e, viceversa, non è sempre facile che altri artisti interpretino quelle scritte da me, proprio perché dentro c’è moltissimo di personale. Tra le rime, le battute e le righe ci sono sempre delle verità. Almeno nel mio caso.»

Il dolore come entra in brani che apparentemente possono sembrare leggeri, ma che nascondono una complessità molto più profonda?

«Quando canto “ho avuto pena un po’ di me perché non ho saputo dare nemmeno l’idea del vero stato del mio cuore”, parlo di qualcosa che riguarda moltissime persone. Una delle sofferenze più diffuse, senza che spesso si riesca neppure a capire dove sia realmente il problema, nasce proprio dalla dissociazione tra mente, cuore, pancia e corpo.

Tutto sembra coincidere perfettamente...

«La ricerca di una coerenza tra queste dimensioni credo sia quasi un diritto e anche un dovere dell’essere umano. È anche una questione di vibrazioni: a volte entri in un ambiente e percepisci qualcosa che non riesci nemmeno a spiegare. Sono vibrazioni che risultano alterate proprio perché non esiste coerenza tra le nostre diverse dimensioni. Oggi ne parlo tranquillamente perché, fortunatamente, si è un po’ sdoganata la possibilità di parlare di salute e armonia in senso ampio. Tutte le nostre sfere dovrebbero riuscire a stare in armonia.»

È un approccio quasi olistico.

«Sì. Anche se la parola “olistico” a volte sembra rimandare immediatamente a qualcosa di un po’ fricchettone. Fortunatamente oggi anche le scienze stanno iniziando a dare riscontro a fenomeni che un tempo erano molto più difficili da dimostrare. Quando qualcosa diventa un dato, puoi finalmente partire da lì.»

Le parole sono il tuo mestiere, ma anche il modo attraverso cui ti presenti al mondo e apri degli spazi di intimità. Lo hai fatto nella musica e poi attraverso un libro, nel quale hai raccontato anche la violenza subita. Mettere tutto nero su bianco quanto è stato terapeutico?

«Il fatto di averlo trascritto in un libro non rappresentava l’inizio del processo, ma quasi la sua conclusione. Ho scelto il libro perché è già di per sé un contenitore. Ho selezionato alcuni aneddoti non perché mi interessasse raccontare semplicemente l’episodio, ma perché diventassero elementi di un percorso di crescita, identitario e di ricerca di sé. L’eterna ricerca dell’uomo, in fondo, è proprio quella di se stesso. Quando attraversi traumi molto grandi, soprattutto durante una fase della vita nella quale la tua identità non è ancora strutturata, puoi impiegare moltissimo tempo a ricostruirti e ritrovarti. Il tuo sistema può entrare in uno stato d’allarme e rimanerci in maniera cronica. A quel punto diventi quasi un coacervo di tensioni.»

Quando hai finalmente ritrovato te stessa e sei riuscita, in qualche modo, a riabbracciarti, quale donna hai trovato?

«La cosa bella è che, quando riesci a compiere tutto il giro e a ritrovarti — e mi fa piacere che tu abbia utilizzato l’immagine del riabbracciarsi, perché mi ha commosso — quel radicarti nella terra e dentro te stessa ti apre tantissimo alla relazione e, soprattutto, al servizio. Negli ultimi anni ho voluto strutturare questa vocazione attraverso un percorso all’IPSO, l’Istituto di Psicologia Somatorelazionale di Milano, con psicoterapeuti e docenti straordinari. È stato molto faticoso ma anche bellissimo. È stato fatto, è successo, sono arrivata qui. Adesso posso aiutare chi si trova ancora un po’ indietro. È come quando un corridore incontra qualcuno che sta zoppicando a pochi passi dal traguardo: se può, se lo carica un po’ sulle spalle.»

Non è un mistero che tu sia anche una grande studiosa. Quanto è stato importante lo studio nel tuo successo e, soprattutto, nella tua vita? Oggi sembra quasi che bastino pochi minuti su TikTok per raggiungere la notorietà. Abbiamo perso il valore dell’approfondimento?

«L’approfondimento oggi non è molto utilizzato perché non c’è tempo. È tutto velocissimo: c’è pressione, minaccia, pericolo. Nel mio caso non potevo fare altrimenti. La conoscenza delle cose che mi interessavano è sempre stata anche una forma di conforto e mi ha aperto tantissime strade. Se sei una persona abituata a farsi domande, o magari costretta dalla propria natura a farsele, inevitabilmente continui a cercare. Lo studio mi ha permesso anche di non identificarmi in un unico ruolo. Ho studiato antropologia, che è la patria del relativismo: questo aiuta moltissimo a non pensare di essere una cosa sola.»

Dopo i primi due anni di enorme successo è arrivato un periodo di maggiore sottrazione mediatica, pur continuando la tua produzione artistica. Come vive un artista il momento successivo a un’ondata di popolarità così forte?

«Anche quello può diventare un grande espediente evolutivo. Puoi viverlo attraverso il senso di esclusione, il desiderio della rimonta o della rivincita. Poi, però, ti rendi conto che tu non sei quella cosa lì. È interessante avere a che fare con questi demoni interiori, perché spesso non nascono in quel momento: arrivano dalla tua storia precedente. Il mondo dello spettacolo è estremamente sfuggente, è quasi la fiera della precarietà. Fa parte in qualche modo anche della natura della musica, ma nel mercato musicale esistono tantissimi stereotipi. A cominciare dall’idea dell’artista associato necessariamente al “genio e sregolatezza”. In realtà la musica è anche regola, struttura, note, disciplina.»

Quindi la libertà non coincide necessariamente con l’assenza di regole?

«Assolutamente no. La libertà non significa non avere regole, ma capire quali siano i confini, riconoscere gli spazi tra quei confini e riuscire ad abitare entrambi. Mozart diceva che la musica è anche la pausa tra due note. È tutto quello che esiste in mezzo. Per questo sarebbe limitante rinchiudersi dentro un’identità fissa, stereotipata e definitiva. Spesso quella rappresentazione è più una costruzione che la realtà dell’artista.»

Forse fu proprio questo a colpire di te venticinque anni fa. Arrivasti con l’immagine di una ragazza semplice, acqua e sapone, un sorriso diventato iconico e senza particolari escamotage.

«Sì. Infatti anche la casa discografica mi diceva: “Ma tiratela un po’!”.»

Adesso sei tornata con “Rivedendo te”, un brano dance-pop che invita a lasciarsi andare sul dancefloor, mantenendo però una riflessione sulle relazioni umane. Come nasce questo progetto?

«Intanto non nasce da me, ma da SSD, cioè Salvo Saverio D’Angelo, producer e DJ che è stato un po’ il motore dell’operazione. Faccio anche una confessione: a me la dance è sempre piaciuta. Ho sempre amato soprattutto quella trasversale, il funky degli anni Settanta e tutta una certa musica sulla quale si riesce veramente a ballare. Avevo inoltre voglia di festeggiare questo anniversario dei venticinque anni di “Tre parole”. E cosa c’è di meglio di un pezzo estivo da ballare? Poi non devo neanche assumermi tutta la responsabilità, perché è mio per un terzo: ci sono SSD e Vima, cantautore e stand-up comedian, un giovane talento molto poliedrico con il quale collaboro già da un po’. Abbiamo scritto anche altre cose che devono ancora vedere la luce e sono molto contenta. Tra l’altro anche lui è psicologo, quindi abbiamo trovato un ulteriore punto d’incontro.»

 

Un’altra esperienza televisiva importante è stata quella accanto a Orietta Berti. Cosa ricordi di quel confronto e cosa ti ha lasciato?

«Orietta lascia dietro di sé una scia fortissima di energia, bellissima e pienamente romagnola. Sono stata molto contenta di essere affiancata a lei, nonostante i nostri repertori fossero davvero molto distanti. Molte delle sue canzoni non le conoscevo e quindi sono stata felice anche di scoprire cose nuove. Poi esisteva tutta la componente televisiva: era una sorta di ibrido tra talent e reality. Ci sono stati momenti difficili, perché in questo ambiente spesso le persone si prendono molto sul serio e gli autori televisivi giocano anche su questo. Cercavo di tirarmi un po’ indietro rispetto a certe dinamiche legate all’audience, ma non era facile. È stata un’esperienza sfidante, e in fondo avevo scelto di farla anche per questo: mettersi alla prova può essere utile.»

La tua vita si è articolata in molti luoghi: sei nata a Tripoli, hai vissuto Roma, la Toscana e oggi Monza, città nella quale partecipi anche a diverse iniziative. Quali sono i tuoi luoghi del cuore e come è nato questo rapporto speciale con Monza?

«È una domanda bellissima e ha una risposta facilissima: io amo Monza. E come luogo del cuore ne scelgo uno che in realtà ne contiene tantissimi: il Parco. Per me è quasi l’ottava meraviglia del mondo. È enorme e al suo interno c’è persino l’Autodromo, ma volendo non lo vedi e non lo senti perché il Parco è talmente grande. Ci sono mulini, cascate, fiumi, rogge, scoiattoli. Entrare lì per me significa entrare in un universo parallelo.»

Quali sono le suggestioni che ti regala?

«Non lo percepisco come un semplice parco metropolitano, nonostante inizi praticamente dal centro di Monza. È una dimensione a parte e per me è profondamente rigenerativa. Lo frequento moltissimo. Al suo interno, inoltre, c’è la Scuola Agraria del Parco di Monza, alla quale sono molto affezionata. Ho frequentato corsi per la conduzione dell’orto, sull’agricoltura rigenerativa e altri percorsi di formazione. All’inizio avevo cominciato persino come volontaria, raccogliendo prodotti che poi venivano venduti per finanziare alcune attività. Da questo percorso è nato anche “Voice Plant”. Come progettista del verde mi è venuta questa idea che oggi mi sta dando molte soddisfazioni. La porto avanti insieme a Mattia Teruzzi, giovane scienziato ambientale e divulgatore. Utilizziamo i suoni degli alberi per creare opere artistiche collettive insieme a gruppi di persone.»

Sembra essere tutto collegato…

Alla fine torna tutto: natura, vibrazioni e musica. Cerco di insegnare alle persone a sentire questa dimensione quasi impercettibile, ma fondamentale, che viene prima delle parole, delle relazioni e delle costruzioni. Se le dessimo un po’ più di ascolto, attenzione e legittimazione, credo che la qualità della nostra vita cambierebbe parecchio.»

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Valeria Rossi, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Guardando come scorre la vita temo che nel Domani le persone non riescano a far fronte a questa ondata nera, a questo abbattimento delle vibrazioni che stiamo attraversando. La mia speranza, invece, è che riescano ad attraversarla senza perdere la leggerezza.»

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite