«La bellezza non salva il mondo, ma può salvare l’uomo dal cinismo con cui lo attraversa».

C’è una generazione di intellettuali che non ha mai accettato l’idea di un pensiero addomesticato, e Stefano Zecchi ne è una delle incarnazioni più riconoscibili. Filosofo, scrittore, docente, Zecchi appartiene a quella tradizione tutta italiana in cui la cultura non resta sullo sfondo, ma entra nella vita pubblica, la attraversa, la disturba. Il suo percorso non è mai stato lineare né rassicurante: è fatto di studio rigoroso, di esposizione mediatica, di scelte che dividono e di una costante fedeltà all’idea che il pensiero, se è vero, debba assumersi il rischio della complessità.

Nato a Venezia il 18 febbraio 1945, si forma al Liceo Classico Marco Polo e poi all’Università degli Studi di Milano, dove si laurea in Filosofia con il massimo dei voti e la lode, discutendo una tesi sulla fenomenologia di Edmund Husserl sotto la guida di Enzo Paci. I suoi primi studi si muovono lungo il solco della fenomenologia e della filosofia della speranza, per poi approfondire il pensiero di Ernst Bloch, di cui è stato anche traduttore. Parallelamente, l’incontro con Goethe e con il Romanticismo segna una svolta decisiva, portandolo a concentrare la propria ricerca sul tema della bellezza, intesa non come ornamento, ma come misura etica e civile del vivere contemporaneo. Dopo un primo periodo di insegnamento nelle scuole, intraprende una lunga e solida carriera universitaria. Nel 1979 diventa professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Padova e, dal 1984 al 2013, professore ordinario di Estetica all’Università degli Studi di Milano. È riconosciuto come uno dei maggiori studiosi italiani di Estetica, anche grazie a importanti lavori di ricerca e curatela dedicati alla storia dell’estetica. Ha insegnato in numerose università straniere, tra cui l’Università Tagore di Calcutta, esperienza che ha spesso descritto come una delle più formative del suo percorso umano e intellettuale. Accanto all’attività accademica, Zecchi ha ricoperto ruoli di primo piano nelle istituzioni culturali italiane. È stato presidente dell’Accademia di Belle Arti di Brera, consigliere di amministrazione del Piccolo Teatro di Milano, del MAXXI di Roma, della Fondazione La Verdi e del Teatro Parenti. Ha rappresentato il Ministero della Pubblica Istruzione presso l’UNESCO per la tutela dei beni immateriali ed è stato assessore alla cultura del Comune di Milano tra il 2005 e il 2006. Dal 2016 è direttore dell’Istituto Internazionale di Scienza della Bellezza di Milano. Figura nota anche al grande pubblico, dagli anni Novanta partecipa al dibattito culturale televisivo e giornalistico, affermandosi come opinionista e divulgatore. È editorialista de Il Giornale e interviene con frequenza nei programmi di approfondimento, mantenendo uno stile diretto e spesso controcorrente. Di origine ebraica da parte materna, si è successivamente convertito al cristianesimo cattolico, elemento che ha inciso in modo significativo su alcune riflessioni del suo percorso più recente. Nel corso degli anni ha incrociato anche l’esperienza politica vivendo il confronto pubblico come estensione dell’impegno culturale. Il suo ultimo libro, Resurrezione, pubblicato da Mondadori, torna a interrogare una parola antica e radicale, rileggendola come possibilità di rinascita morale e individuale in un tempo segnato dalla disillusione. Non una promessa consolatoria, ma una sfida che chiama in causa coscienza, speranza e libertà interiore. L’abbiamo incontrato nel Salotto di Domanipress per parlare di biografia, formazione, bellezza, responsabilità e rinascita, in una conversazione che attraversa idee, vita pubblica e il coraggio di continuare a pensare quando sarebbe più semplice adeguarsi.

Professore, è un onore averla con noi.

«Grazie a voi, davvero. È sempre un piacere poter dialogare in uno spazio che non ha fretta e che permette alle parole di sedimentare.»

Vorrei iniziare dal suo ultimo romanzo, Resurrezione. È un titolo forte, impegnativo, che sembra già contenere una visione. Com’è nata l’esigenza di scrivere di questo tema?

«Mi interessava trovare le parole giuste per aprire un discorso molto attuale, profondamente contemporaneo, sulla ricerca che ognuno di noi compie nella propria vita. Una ricerca che non è legata ai risultati, ma al percorso, soprattutto nei momenti in cui attraversiamo una crisi: crisi di creatività, di emotività, di motivazioni, di slancio vitale. In quei momenti sentiamo che qualcosa si è spento e nasce il bisogno di rientrare in se stessi, di fermarsi, di ascoltarsi, per provare a ritrovare quell’energia che sembra venir meno.»

Il titolo Resurrezione colpisce subito. Perché questa parola e non, per esempio, “rinascita”?

«“Rinascita” è una parola più rassicurante, ma anche più superficiale. Ha quasi un senso biologico, naturale. In realtà noi non rinasciamo davvero, se non psicologicamente e mentalmente. “Resurrezione” invece contiene l’idea del sorgere, del rialzarsi, del ritrovare una luce dopo un’ombra profonda. È una parola impegnativa, certo, ma proprio per questo più onesta rispetto a ciò che volevo raccontare: non un nuovo inizio facile, ma una conquista faticosa e consapevole.»

Nel romanzo seguiamo tre protagonisti. Può raccontarci chi sono e perché ha scelto proprio questa struttura?

«Sono tre personaggi molto diversi tra loro, ma profondamente legati. C’è Idellia, una fotografa di guerra, suo marito che è un medico chirurgo e la sorella di Idellia, che accompagna entrambi in questo viaggio. La loro dinamica mi permetteva di lavorare su sguardi differenti: quello di chi osserva il dolore attraverso l’obiettivo, quello di chi lo affronta con le mani, e quello di chi osserva e accompagna.»

Qual è la spinta che porta Idellia a partire?

«Idellia sente il bisogno di entrare in Pakistan per continuare il suo lavoro di fotografa di guerra. Avverte che la sua espressività si è indebolita, che il suo sguardo ha perso forza. Cerca scenari drammatici perché spera che quel confronto estremo possa restituirle autenticità. È una crisi professionale, ma in realtà è una crisi esistenziale: il lavoro diventa il luogo in cui si manifesta un vuoto più profondo.»

Il viaggio li porta a Srinagar, nel Kashmir. Che ruolo ha questo luogo nella narrazione?

«Srinagar nasce inizialmente come una tappa funzionale, utile a facilitare l’ottenimento del visto. Ma poi diventa il centro simbolico del romanzo. È un luogo sospeso, affascinante, complesso, carico di storia e di mistero. È lì che il viaggio esterno comincia a trasformarsi definitivamente in un viaggio interiore.»

A Srinagar compare il tema della presunta tomba di Gesù. Perché ha deciso di inserirlo nel romanzo?

«Non mi interessava creare un mistero sensazionalistico. Esiste una bibliografia molto seria su questo tema. A Srinagar c’è davvero il tempio di Rozabal, dove secondo alcune interpretazioni, basate sui Vangeli apocrifi, si troverebbe la tomba di Gesù. Secondo queste fonti, Gesù non sarebbe morto sulla croce ma avrebbe continuato il suo cammino. Questo elemento mi interessava per il suo valore simbolico: l’idea che la resurrezione non sia un evento unico e miracoloso, ma una possibilità umana di continuare, di trasformarsi, di trovare senso dopo la caduta.»

Nel romanzo, come nella vita, i luoghi sembrano avere un grande potere trasformativo. I luoghi possono davvero cambiare le persone?

«Sì, enormemente. Io penso che ci siano due esperienze che cambiano radicalmente una persona, se vissute fino in fondo: l’amore e il viaggio. Entrambe ci portano fuori dal nostro io, ci costringono a confrontarci con l’altro e con l’ignoto. Possono essere esperienze meravigliose o devastanti, ma in ogni caso sono trasformative. L’amore può darti tutto e toglierti tutto. Il viaggio può spiazzarti, disorientarti, rimetterti in discussione.»

Oggi però si viaggia in modo diverso rispetto al passato.

«Purtroppo sì. Spesso si viaggia per un turismo di rapina: si prende, si consuma, si fotografa. In realtà il vero viaggio è quello in cui ci si lascia prendere dai luoghi. Bisognerebbe liberarsi dalle sovrastrutture culturali che ci dicono come comportarci e smettere di portare la nostra identità, soprattutto occidentale, come un bagaglio rigido e ingombrante.»

Lei ha insegnato anche a Calcutta. Che segno ha lasciato quell’esperienza?

«È stata un’esperienza straordinaria. Non nasce da un interesse esoterico, ma da un lavoro di ricerca sull’estetica. Avevo una rivista e dedicai un numero ai rapporti tra estetica occidentale e orientale. Conobbi un professore dell’Università Tagore che mi invitò a insegnare e a spiegare cos’è l’arte contemporanea. Il confronto con un altro universo culturale è stato formativo, ha messo in crisi molte certezze e mi ha restituito uno sguardo più ampio.»

Parliamo di scrittura. Per lei scrivere è raccontare o anche difendersi?

«Non ho mai pensato alla scrittura come a una difesa. Io scrivo perché mi piace raccontare. Ho iniziato a scrivere romanzi piuttosto tardi, dopo una lunga attività saggistica legata al mio lavoro universitario. La narrativa mi ha permesso di affrontare temi che mi coinvolgevano emotivamente e che non potevo trattare in modo scientifico.»

Amata per caso è diventato un bestseller. Se lo aspettava?

«No, non me lo aspettavo affatto. Sono stato sorpreso. Ovviamente sono felice, anche se l’editore guarda giustamente ai numeri. Ma per me il centro restava il desiderio di raccontare una storia che sentivo necessaria. L’adozione, in particolare, è un tema che considero tra i più generosi e radicali che un essere umano possa affrontare.»

Lei ha studiato a lungo il concetto di bellezza. Oggi, nell’epoca del digitale e dell’intelligenza artificiale, esiste ancora un’estetica condivisa?

«La parola estetica è complessa. Io l’ho sempre intesa come il modo in cui apprendiamo un’esperienza culturale attraverso una forma d’arte. Oggi viviamo una straordinaria anarchia di stili e di idee di bello, senza un denominatore comune. Forse emergerà in futuro, ma oggi non c’è.»

Ha sperimentato anche l’intelligenza artificiale in questo ambito.

«Sì, e devo dire che il risultato è stato piuttosto deludente. Ne esce un’immagine globalizzata, standardizzata, priva di intensità. L’intelligenza artificiale è straordinaria sul piano informativo, ma quando entra nel territorio dell’interpretazione, della profondità emotiva e simbolica, mostra tutti i suoi limiti.»

Si dice spesso che “la bellezza salverà il mondo”. È davvero così?

«Dipende da quale bellezza. Anche Dostoevskij pone questa domanda: quale bellezza salverà il mondo? Esiste una bellezza autentica, che ha una forza trasformativa, ma esiste anche una bellezza ingannevole. La bellezza va riconosciuta, educata, compresa, altrimenti rischia di diventare vuota.»

Nel suo percorso filosofico, quali pensatori sente più vicini?

«Ne ho messi insieme tre. Husserl, per la fenomenologia e l’idea di imparare a vedere le cose. Ernst Bloch, per il legame tra speranza e utopia. E il primo Nietzsche, soprattutto La nascita della tragedia. In questi pensatori ho trovato strumenti fondamentali per costruire il mio sguardo sul mondo.»

Lei è presidente onorario della Società Dante Alighieri. Qual è oggi lo stato di salute della lingua italiana?

«Direi buono, ma è un lavoro continuo. La Società Dante Alighieri svolge un ruolo straordinario nella promozione della lingua italiana nel mondo. È un lavoro che non porta guadagni economici, ma nasce dall’amore per la lingua. E senza amore una lingua non può sopravvivere.»

Chiudiamo con la domanda di rito di Domanipress. Come vede il domani? Quali sono le sue speranze e le sue paure?

«Credo che nella vita contino pochissime cose, quelle che stanno nelle dita di una mano. Il nostro Domani è difendere e sostenere queste poche cose essenziali: gli affetti, le relazioni, ciò che ci definisce come esseri umani. La speranza è riuscire a non perderle. La paura è dimenticarle.»

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

 

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.