«La timidezza è la mia eredità più preziosa. Sul palco diventa forza, ma non smette mai di ricordarmi che il pubblico va conquistato, sera dopo sera.»
La sua voce non ha bisogno di presentazioni: intensa, elegante, inconfondibile. Silvia Mezzanotte (Bologna, 22 aprile 1967) è una delle interpreti più amate della musica italiana, capace di unire tecnica e passione in una cifra stilistica che resiste al tempo. Dopo una carriera da solista negli anni ’90, nel 1999 diventa la voce ufficiale dei Matia Bazar, gruppo iconico della musica pop italiana. Con loro attraversa una stagione memorabile: partecipazioni al Festival di Sanremo, dischi di successo, tournée internazionali. Il momento più alto arriva nel 2002, quando con Messaggio d’amore conquista la vittoria al Festival, riportando la band in cima alla scena musicale nazionale.
L’esperienza con i Matia Bazar, interrotta nel 2004 e ripresa nel 2010 fino al 2016, l’ha resa protagonista di una delle formazioni più longeve e amate del panorama italiano. Ma Silvia Mezzanotte è molto di più: cantante, autrice, insegnante. Con la sua The Vocal Academy, fondata insieme a Riccardo Russo, forma giovani talenti portando avanti un’idea di musica che unisce professionalità e crescita personale.
Oggi, dopo aver superato dolori e rinascite, Silvia continua a esplorare la sua voce con nuovi progetti che tengono insieme memoria e innovazione. L’ultimo è la reinterpretazione di Ti pretendo, storico successo di Raf, che rinasce in una veste sofisticata all’interno del progetto Giancarlo Bigazzi in Lounge, ideato dal figlio Giovanni con gli arrangiamenti di Papik. Una scelta non casuale: Ti pretendo era la colonna sonora dei suoi vent’anni, e ora torna a vibrare con la maturità di un’artista che non ha mai smesso di cercare nuove sfumature espressive.Un percorso, il suo, fatto di luci e ombre, di palcoscenici imponenti e riflessioni intime. Perché Silvia Mezzanotte, con la sua voce, non racconta solo musica: racconta la storia di una donna che ha saputo reinventarsi, mantenendo intatta la sua verità artistica.
Ed è proprio da qui che parte la nostra conversazione nel Salotto di Domanipress tra confessioni intime, ricordi dei suoi anni nei Matia Bazar e riflessioni sul presente, Silvia ci accompagna dentro la sua musica, ma soprattutto dentro il suo mondo.
Silvia, partiamo dal presente. Perché per il tuo ritorno in musica hai scelto di reinterpretare proprio Ti pretendo?
«È stata quasi una chiamata dell’universo. Giovanni Bigazzi mi ha coinvolto in questo progetto dedicato alle opere di suo padre Giancarlo, affidando gli arrangiamenti a Papik. Franco Fasano, che per me è come un fratello, mi ha scritto: “Ti andrebbe di partecipare?”. Otto giorni dopo ero già in studio.»
E perché proprio questo brano?
«Perché Ti pretendo appartiene ai miei vent’anni. Oggi lo canto con occhi diversi: non più quelli di una ragazza che sogna, ma di una donna che porta con sé un’altra consapevolezza. Ho voluto restituirgli eleganza e maturità, senza perdere la sua energia originale. È come se stessi dialogando con la Silvia di allora, ma con la voce e la sensibilità che ho adesso.»
È come se la canzone fosse cresciuta con te. Ti succede anche con i brani dei Matia Bazar?
«Sì, perché le canzoni hanno un’anima propria e non vanno mai tradite. Quando ho reinterpretato Vacanze romane in acustico con Carlo Marrale, abbiamo scelto un arrangiamento molto diverso dall’originale, ma ci siamo imposti di rispettarne il cuore.»
E cosa significa per te rispettare una canzone?
«Significa ricordare che non è mai solo musica. È memoria, emozione, identità. Per chi la ascolta è un pezzo di vita, e noi artisti dobbiamo entrare in punta di piedi in quella memoria, senza stravolgerla.»
Qual è l’eredità più grande che ti hanno lasciato i Matia Bazar?
«Ho imparato che bisogna portare se stessi senza cancellare la storia di chi c’era prima. Sono entrata dopo voci indimenticabili, che avevano lasciato un segno indelebile. Il mio compito era trovare un equilibrio tra rispetto e personalità.»
È stato difficile trovare questa misura?
«Sì, molto. Ma credo che sia diventato quasi un talento a parte: saper aggiungere una propria sfumatura senza mai snaturare l’identità del brano. È una lezione che porto con me ancora oggi.»
Torniamo a quegli anni. Nel 2002 con i Matia Bazar hai vinto Sanremo: una vittoria che ha segnato un’epoca. Che ricordo hai di quel momento?
«Indimenticabile. Sanremo è il sogno di ogni artista italiano. Con Messaggio d’amore abbiamo coronato un percorso straordinario. Non era solo una vittoria musicale: era la prova che il gruppo aveva saputo rinascere e riconquistare il pubblico. Oggi in tempi di social forse non avrei vissuto bene i giudizi della critica e della gente che sentenzia senza sapere.»
Cosa hai provato quando hai capito che eravate voi i vincitori?
«Un misto di incredulità e gioia. Quell’Ariston ti mette alla prova, ma quando vinci ti senti parte di una storia più grande di te.»
Poi però, anni dopo, è arrivata la separazione. Cosa ha fatto cambiare strada?
«La scomparsa di Giancarlo Golzi nel 2015 ha cambiato tutto. Era il mio pilastro, il mio amico fraterno. Con lui avevo progetti e sogni. La sua improvvisa assenza ha spezzato non solo la mia vita artistica, ma anche quella personale. Mi sono accorta che nel gruppo le nostre idee non collimavano più.»
Era già un momento complicato?
«Sì, i rapporti all’interno della band non erano semplici, ma lui era il collante. Senza di lui non c’era più equilibrio. Ho attraversato un periodo difficile, ma da lì è nato il bisogno di riprendere un cammino mio, più intimo e autentico.»
Oggi sei anche insegnante, con la tua The Vocal Academy. Cosa trasmetti ai giovani che sognano di diventare artisti?
«Che non basta avere una bella voce. Il vero talento è l’equilibrio. Ho visto ragazzi bravissimi perdersi perché incapaci di gestire i momenti di successo e quelli di silenzio.»
In cosa consiste questo equilibrio?
«Significa accettare gli alti e bassi senza crollare. Nella nostra accademia insegniamo tecnica e scrittura, ma soprattutto lavoriamo sull’aspetto umano. Vogliamo che diventino persone consapevoli, non solo cantanti in cerca del loro quarto d’ora di celebrità.»
Eppure tu stessa ti definisci timida. È sorprendente, visto il tuo carisma sul palco.
«La timidezza è la mia eredità più preziosa. Sul palco mi trasformo, ma appena scendo sento il bisogno di cercare il contatto umano: abbracciare il pubblico, abbattere le barriere.»
Quindi è un limite o una forza?
«È una forza, perché mi ricorda che il pubblico non va mai dato per scontato. Forse proprio grazie alla mia timidezza ogni concerto è come una prima volta: con la stessa paura, lo stesso brivido, lo stesso desiderio di dare tutto.»
La musica oggi è attraversata dalla tecnologia: autotune, intelligenza artificiale. Tu come ti poni?
«Mi sento un’aliena. Vengo da un mondo in cui le canzoni si scrivono con pianoforte, chitarra e pentagramma. Non demonizzo la tecnologia, ma trovo pericoloso dipenderne. Oggi spesso le voci sembrano tutte uguali, manca identità. Non è un modo che fa per me e anche nei testi noto un impoverimento generale. Quando canto chiedo di non iserire la compressione perchè preferisco gestire io il suono, mi basta un piccolo effetto di eco ma non oltre… Anche questa è una scelta di autenticità»
Cosa insegni ai tuoi allievi su questo?
«Insegno a non affidarsi alle macchine che correggono, perché la voce va studiata, amata, rispettata. L’imperfezione, a volte, è ciò che ti rende unico. Ed è questo che resta nel cuore di chi ascolta.»
Se potessi scegliere un’artista della nuova generazione con cui duettare, chi sarebbe?
«Ce ne sono tante. Amo Annalisa e Angelina Mango: hanno talento e forza vocale. Ma se penso a un sogno personale, dico Serena Brancale: ha una raffinatezza incredibile e un background jazz che la rendono unica. Sarebbe un incontro prezioso.»
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Silvia Mezzanotte quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Vedo un Domani pieno di luce. Non mi guardo mai indietro, guardo sempre avanti. Penso a nuove sfide, nuovi progetti, nuove sperimentazioni. Sono ottimista: credo che l’universo ci porti esattamente dove dobbiamo andare. Per me significa crescere ogni giorno, come artista e come donna.»
Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite











