«La musica non deve soltanto intrattenere. Deve avere il coraggio di disturbare, di accendere coscienze, di ricordarci che siamo ancora esseri umani.» Basta questa frase — che sembra racchiudere perfettamente il suo modo di vivere l’arte — per comprendere chi sia davvero Sarah Jane Morris: non soltanto una cantante, ma una presenza scenica, una voce politica, una narratrice emotiva capace di trasformare ogni brano in un gesto quasi teatrale.
Nel panorama della musica internazionale, il nome di Sarah Jane Morris occupa da decenni uno spazio unico. Definita da molti critici come una delle più importanti interpreti jazz, soul e blues del panorama britannico contemporaneo, Morris ha costruito una carriera che ha sempre rifiutato le definizioni semplici. Troppo intensa per essere soltanto jazz, troppo sofisticata per essere solo pop, troppo libera per appartenere davvero a un solo genere musicale. Nata a Southampton, cresciuta artisticamente nella scena londinese degli anni Settanta e Ottanta, Sarah Jane Morris si è imposta inizialmente grazie alla sua presenza nei club jazz e nei circuiti alternativi britannici, fino ad arrivare alla grande notorietà internazionale con i The Communards, storico progetto synth-pop guidato da Jimmy Somerville. Proprio con i Communards partecipò alla celebre reinterpretazione di “Don’t Leave Me This Way”, diventata una delle hit simbolo di quegli anni e ancora oggi considerata una pietra miliare della musica pop britannica. Ma il percorso di Sarah Jane Morris è sempre andato oltre il successo commerciale. Fin dagli inizi, la sua carriera si è distinta per una ricerca musicale continua, contaminando jazz, rock, blues, soul, musica orchestrale e canzone d’autore con una libertà rara nel panorama contemporaneo. Una voce riconoscibilissima — profonda, calda, quasi cinematografica — che nel tempo è diventata il suo marchio di fabbrica. Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti internazionali, musicisti jazz, orchestre e grandi nomi della canzone europea. In Italia il suo legame è diventato particolarmente forte grazie al rapporto artistico con Riccardo Cocciante, con cui interpretò la celebre “Se stiamo insieme”, presentata al Festival di Sanremo. Una collaborazione che contribuì a renderla amatissima anche dal pubblico italiano. Negli anni Sarah Jane Morris ha inoltre condiviso il palco con artisti del calibro di Simply Red, ha lavorato con importanti jazzisti europei e ha costruito una carriera live impressionante, portando i suoi concerti in tutta Europa. Il suo repertorio è sempre stato caratterizzato da una forte componente narrativa e civile: temi come i diritti umani, il pacifismo, la libertà individuale e la condizione femminile sono diventati centrali nella sua scrittura e nelle sue interpretazioni. Non a caso, molti la considerano oggi una delle ultime vere interpreti “politiche” della scena musicale internazionale. Un’artista che non ha mai avuto paura di esporsi, di affrontare temi complessi o di utilizzare la musica come strumento di riflessione collettiva. Ed è proprio questa dimensione che ritorna con forza nel suo nuovo progetto discografico, “Sisterhood 2”, realizzato insieme al musicista e compositore Tony Rémy. Un album intenso e profondamente emotivo che prosegue il percorso iniziato con il primo volume di Sisterhood, dedicato alle grandi donne che hanno cambiato la storia della musica contemporanea. Dentro il disco convivono le anime e le storie di artiste leggendarie come Amy Winehouse, Sinéad O’Connor, Joan Baez, Billie Holiday, Nina Simone, ma anche molte altre figure femminili che hanno trasformato la propria voce in un atto di libertà. Non si tratta però di semplici omaggi musicali. Sarah Jane Morris costruisce veri e propri ritratti emotivi, raccontando le ferite, le battaglie e le fragilità di queste artiste. Ogni brano diventa quasi una sceneggiatura musicale, un racconto che attraversa politica, spiritualità, dolore e memoria collettiva. In Sisterhood 2 convivono infatti temi profondamente contemporanei: le guerre, la violenza, il ruolo delle donne nella società, il peso dell’esposizione mediatica e il bisogno di umanità in un’epoca sempre più frammentata. La forza dell’album sta proprio qui: riuscire a parlare del presente attraverso le vite di artiste che, pur appartenendo a epoche diverse, continuano ancora oggi a rappresentare simboli di resistenza culturale e identitaria.
L’abbiamo incontrata nel salotto digitale de “Il Salotto di Domanipress” per parlare di questo nuovo progetto, della sua lunga storia d’amore con l’Italia, del potere sociale della musica e di un futuro che — secondo Sarah Jane Morris — può ancora essere salvato soltanto attraverso la comunità, l’arte e il coraggio di restare profondamente umani.
Sarah, partiano dal tuo nuovo progetto “Sisterhood 2” è un tributo musicale oppure anche un manifesto sociale?
«Penso che io sia una narratrice della storia umana, quindi è impossibile ignorare ciò che succede nel mondo e non trovare un modo per portarlo dentro ai progetti che realizzo. Tutte le donne di cui ho scritto utilizzavano la loro piattaforma per fare qualcosa di buono, qualcosa con una coscienza sociale. E quello che ho fatto in due canzoni dell’album, in particolare proprio in Sisterhood 2, è stato riprendere il brano che avevo scritto per Tracy Chapman. Il ritornello è molto vicino a ciò che viviamo oggi.
‘I can hear Jesus weeping as all around us break their word
A ragged remnant of a love song flitters like a wounded bird
Is that the dove of peace I see? In the gutter, not the sky?
Pity us and pity those who cannot hear those children cry.’
Questo parla chiaramente delle guerre che stanno accadendo oggi. Vediamo immagini terribili, ascoltiamo notizie di bambini massacrati… ma in nome di cosa? Anche la canzone dedicata a Joan Baez nasce da questo. Se ci pensaimo è stata pacifista per tutta la vita e ancora oggi continua a difendere ciò in cui crede. Lei e suo marito finirono perfino in prigione per essersi opposti alla leva per il Vietnam. E probabilmente oggi si starà chiedendo cosa stia succedendo di nuovo nel mondo. Per questo abbiamo sentito il bisogno di raccontare ancora una volta il suo percorso e ricordare che la pace è l’unica strada possibile. Voglio dire: se fossero le donne a governare, vivremmo in un mondo molto diverso da quello attuale.»
In questo viaggio attraverso queste donne, hai scoperto qualcosa anche su te stessa? Un nuovo modo di raccontare o di usare la voce e il cuore?
«In questo progetto ho messo tutto ciò che ho imparato nella mia vita. Tony Rémy, con cui ho scritto il disco, è un chitarrista fenomenale, ma suona anche moltissimi strumenti. Siccome abbiamo raccontato la vita di tutte queste cantautrici, oltre a comporre la musica, abbiamo utilizzato ogni riferimento musicale che io e Tony abbiamo accumulato negli anni. Abbiamo scritto 21 canzoni dedicate a 21 cantautrici che hanno cambiato la musica popolare. Degli uomini sappiamo tutto: loro finiscono sempre nei libri di storia. Le donne molto meno. Queste artiste sono importanti non solo perché erano grandi cantautrici e interpreti, ma perché avevano capito il valore della loro piattaforma e l’hanno usata per un bene più grande. È questo il motivo per cui le ho scelte. Ma ci sarebbero ancora moltissime altre donne di cui scrivere. Io amo mettermi alla prova. Lavoro sempre con musicisti di livello mondiale e questo ti costringe a crescere, a scrivere musica diversa. Ho sempre scritto insieme ad altri artisti e Tony Rémy è il mio partner creativo perfetto.»
Tra le donne raccontate nell’album ci sono Amy Winehouse e Sinéad O’Connor. Perché sono ancora così rilevanti oggi?
«Nel primo volume di Sisterhood vedevo il progetto come un passaggio di testimone tra generazioni, partendo da Bessie Smith fino ad arrivare a Kate Bush, che ha solo un anno più di me. Nella mia testa era lei a passare simbolicamente la torcia a me. Con il secondo volume ho continuato a raccontare le donne che hanno plasmato la musica contemporanea. Sinéad O’Connor era una cantautrice incredibilmente coraggiosa. È diventata famosa in tutto il mondo grazie alla cover di ‘Nothing Compares to You’ di Prince, ma era anche una grandissima autrice. Stava diventando una vera cantante di protesta, ma l’industria musicale guadagnava enormemente dalla sua immagine pop e aveva paura di quella trasformazione. Il gesto della fotografia del Papa strappata in televisione non era soltanto una denuncia contro la corruzione della Chiesa: quella fotografia era appesa nella casa di sua madre. Era anche un modo per esorcizzare il suo rapporto con lei. Sinéad ha avuto un’infanzia molto difficile. Sua madre morì in un incidente d’auto prima che lei diventasse famosa. Nella sua autobiografia racconta di averla perdonata e di desiderare un giorno di ritrovarla in paradiso per prendersi cura di lei. Noi abbiamo scritto questa canzone come fosse un racconto di Ovidio, una metamorfosi. Abbiamo trasformato Sinéad e sua madre in due uccelli che si incontrano vicino a un lago immaginario. Non riescono a guarirsi, ma riescono almeno ad ascoltarsi.Per quel brano abbiamo lavorato con la meravigliosa violinista Alessandra Quarta. La musica è nata prima del testo e l’abbiamo costruita come una ballata celtica.»
E Amy Winehouse?
«Amy Winehouse è morta troppo giovane. Aveva solo 27 anni. Non mi ha influenzata direttamente, perché apparteneva a una generazione molto più giovane della mia. Ma mi ha ispirata profondamente.Amavo il fatto che raccontasse la sua verità attraverso le canzoni. Quello che mi ha delusa, sia nella stampa sia nel documentario dedicato a lei, è che tutti si siano concentrati soltanto sulla sua spirale autodistruttiva, un po’ come accadde con Lady Diana. Solo il lato negativo. In realtà, nel periodo prima della sua morte, Amy aveva conosciuto una nuova persona, un regista. Parlava di matrimonio, parlava di avere figli. Guardava al futuro, a una nuova fase della sua vita. Purtroppo il suo corpo era ormai devastato dagli anni di alcol e droghe. Era diventata fragilissima. E quella notte, semplicemente, il suo corpo non ha retto. Lei non voleva morire. Aveva ancora moltissimo da vivere, ed è triste che quasi nessuno abbia raccontato questa parte della sua storia. Ma come autrice era una delle migliori. Una grandissima songwriter.»
La musica oggi è ancora uno strumento di vero attivismo?
«Lo è sempre stata. E ogni tanto qualcuno riesce davvero a usarla nel modo giusto. Pensiamo a Bruce Springsteen, che ha sempre raccontato apertamente la sua verità. È stato uno dei primi a esporsi contro Trump. Io stessa ho scritto recentemente una canzone contro la guerra. Non faccio il nome di Trump, ma è evidente a chi mi riferisco. Credo sia fondamentale usare la nostra piattaforma per parlare del presente. Dobbiamo avere il coraggio di alzare la testa e dire: no, questo non siamo noi. Siamo esseri umani. Tutti abbiamo sangue rosso nelle vene, indipendentemente dal fatto che siamo etero, gay, bianchi o neri. Siamo fratelli e sorelle. Non dovremmo essere arrivati di nuovo qui. Possibile che non abbiamo imparato nulla dagli anni Trenta? Com’è possibile che quasi cent’anni dopo ci troviamo ancora davanti agli stessi fantasmi? Per questo credo che la musica abbia ancora oggi un ruolo fondamentale.»
Vorrei farti una domanda più leggera: che rapporto hai con l’Italia? Come vivi l’italianità quando sei qui per concerti o viaggi?
«L’Italia è stata meravigliosa con me. Vengo qui da quando avevo vent’anni. Oggi ne ho 67, quindi parliamo di una storia d’amore lunga 47 anni. La prima volta arrivai per cantare con una rock band italiana e aprimmo i concerti di Gianna Nannini nel 1979. Poi tornai con i Communards, tornai ancora e scrissi quella canzone che ho cantato in duetto con il meraviglioso Riccardo Cocciante. Successivamente aprii anche i concerti degli Simply Red e il pubblico italiano mi accolse non come una semplice opening act, ma quasi come parte principale dello show. Sono stata ospite di moltissimi programmi televisivi italiani. La stampa è sempre stata gentile con me, ma soprattutto il pubblico italiano mi accetta per quella che sono. Io cambio continuamente. Porto sempre musica diversa e in altri Paesi questo a volte crea problemi. In Italia invece adorano questa libertà. Non mi giudicano. Il mio pubblico italiano è intelligente e ama il fatto che io sia diversa, coraggiosa, che non mi importi troppo dell’apparenza. Molti uomini e donne mi hanno detto che li aiuto ad avere il coraggio di essere se stessi.»
Hai scritto una canzone famosissima in Italia, “Se stiamo insieme”, cantata da Riccardo Cocciante. Che cosa rappresenta oggi quel brano per te?
«Sì, è una canzone meravigliosa. Riccardo Cocciante è un autore straordinario, ma anche un cantante incredibile. Ha una voce di cioccolato. È passato molto tempo, ma fu un’esperienza fantastica duettare con lui. So che quest’anno compirà 80 anni e continua ancora a cantare magnificamente. Mi piacerebbe tantissimo poter tornare a cantare con Riccardo. Quindi spero che questo messaggio gli arrivi: Sarah Jane Morris sta aspettando la chiamata. Sanremo poi è qualcosa di speciale. Amo il fatto che celebri la canzone italiana. La musica italiana, più di quella di altri Paesi, vive di melodia. La melodia deve essere forte. Ed è una cosa bellissima. Quando Riccardo mi propose di cantare quel brano a Sanremo, gli dissi che non volevo fare una semplice traduzione del testo italiano. Volevo scrivere parole mie. E lui accettò. In quel periodo c’era la guerra in Iraq e mio marito era lontano. Non sapevo se l’avrei rivisto. Così, nel testo, immaginavo questa canzone come un messaggio d’amore che attraversa l’acqua, come un viaggio del cuore.»
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Sarah Jane Morris, quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Penso che nel Domani la nostra forza e la nostra possibilità di sopravvivenza dipendano oggi più che mai dal senso di comunità. Dobbiamo conoscere i nostri vicini. Dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri. Dobbiamo impegnarci per far funzionare le nostre comunità. Dobbiamo investire tempo, amore, presenza. Solo così potremo proteggerci a vicenda davanti a ciò che ci aspetta: il cambiamento climatico, le guerre, leader folli che giocano con le nostre vite senza preoccuparsi minimamente di noi. Per loro non siamo nulla. Ma dobbiamo diventare qualcosa gli uni per gli altri. Ed è proprio attraverso il senso di comunità che possiamo costruire il nostro futuro.»
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite










