«La magia non è un trucco, è un pretesto per raccontare una storia e far sorridere chi ti guarda».
Raul Cremona lo dice con la disinvoltura di chi ha imparato a muoversi da sempre sul filo sottile che unisce illusione e realtà, risata e stupore. È mago, ma non nel senso tradizionale del termine: più che svelare segreti, lui li custodisce per trasformarli in spettacolo. E mentre fa apparire una colomba o improvvisa un gioco di carte, dietro il sipario costruisce un universo comico che da oltre trent’anni accompagna il pubblico italiano.
Cremona è uno di quegli artisti che hanno attraversato mondi diversi senza mai tradire la propria identità: dai cabaret milanesi degli anni Ottanta al successo televisivo con programmi cult come Zelig e Mai dire Gol, fino ai teatri, dove i suoi personaggi – Omen, Silvano il Mago di Milano, Oronzo – hanno lasciato impronte indelebili nell’immaginario collettivo. La sua cifra è l’ironia surreale, capace di fondere l’arte dell’illusionismo con la comicità più raffinata, in un equilibrio che solo apparentemente sembra leggero, ma che nasconde studio, disciplina e una passione che non si è mai affievolita.
Oggi Raul Cremona è più che un artista: è un narratore che utilizza la magia come metafora, un custode di quel raro talento di regalare agli altri lo stupore infantile. Nel nostro incontro ci apre le porte del suo mondo, fatto di giochi di prestigio che diventano parabole di vita, e di risate che – proprio come un incantesimo riuscito – lasciano sempre qualcosa dietro di sé.
L’ abbiamo incontrato nel Salotto Digitale di Domanipress per parlare di magia e comicità, di televisione e teatro, di personaggi che hanno fatto epoca e di quel bisogno, oggi più che mai, di ritrovare lo stupore nelle piccole cose.
Partiamo dal presente, quali sono i tuoi impegni?
« È un periodo molto intenso: tra feste, spettacoli e nuovi debutti, sono sempre in movimento. È un momento pieno di impegni, ma anche stimolante. Quando l’agenda ti travolge, significa che hai ancora molto da dare e da condividere.»
Viviamo in un’epoca in cui sembra che non esistano più segreti. C’è ancora posto per la magia e per sognare?
«Assolutamente sì. Oggi siamo bombardati da informazioni continue: sappiamo tutto, ovunque e in tempo reale. Ma questo ci toglie anche la possibilità di sorprenderci. Una volta, leggendo un giornale del Seicento, potevi trovare scritto in un trafiletto: “È scoppiato un terremoto nelle lontane isole Molucche. Fine”. Quello era tutto ciò che si sapeva. Oggi conosciamo ogni dettaglio e spesso quello che scopriamo non è incoraggiante.»
E allora come si ritrova lo stupore?
«Sta a noi scegliere: possiamo vivere con la testa sempre immersa nelle notizie oppure concederci momenti di leggerezza. Io credo che il desiderio di divertirsi sia un bisogno universale, che non muore mai. E chi meglio di noi artisti può regalare un sorriso? Il pubblico vuole ancora ridere, vuole sognare, e la magia – soprattutto se unita alla comicità – resta uno strumento potentissimo.»
Tu sei riuscito a rompere gli schemi del mago tradizionale, trasformandolo in un personaggio ironico e leggero. Da dove nasce questa scelta?
«Dentro di me c’è sempre stata la voglia di giocare. Da piccolo amavo Jerry Lewis: faceva ridere perché sbagliava, perché cadeva, perché era imperfetto. Ho avuto persino la fortuna di incontrarlo e mostrargli un gioco di prestigio. Per me è stato un momento indimenticabile.»
Quindi l’errore può diventare parte dello spettacolo?
«Esatto. È molto più umano sbagliare che riuscire sempre. I maghi che mi hanno preceduto, come Silvan o Binarelli, hanno portato in televisione un’arte elegante, colta, misteriosa. Ma con il passare degli anni il pubblico è cambiato: è diventato più smaliziato, meno disposto a credere a un’illusione “sacra”. E così io ho scelto di proporre un mago che inciampa, che si diverte a sbagliare e che, nel farlo, crea empatia. Alla fine, il mio obiettivo non è sembrare infallibile, ma far ridere e coinvolgere.»
Il tuo esordio al Derby Club di Milano è stato una palestra importante. Che ricordo hai di quel periodo?
«Il Derby era un luogo straordinario. Quando ci arrivai, i grandi nomi – Abatantuono, Cochi e Renato, Faletti – erano già altrove. Io ero tra gli ultimi arrivati e dividevo il palco con Paolino Rossi, Aldo e Giovanni (ancora senza Giacomo), Enzo Iacchetti. I maghi non erano ben visti, ma io insistevo serata dopo serata finché mi lasciarono salire sul palco.»
E cosa accadde quella prima volta?
«Provai un numero e dal pubblico qualcuno mi interruppe: “Questo l’hai fatto ieri!”. In quel momento capii che il linguaggio era diverso: non più solenne e distaccato, ma diretto, spietato, vero. È lì che ho imparato a dialogare col pubblico, a rispondere, a improvvisare. Il cabaret mi ha insegnato che il prestigiatore non deve solo mostrare un trucco, ma deve “giocare” con chi lo guarda.»
Il rapporto con il pubblico sembra essere una costante della tua famiglia. Tuo bisnonno era clown, tuo nonno imbonitore, tuo padre intrattenitore. Quanto ti hanno influenzato?
«Tantissimo. Mio bisnonno era un clown, mio nonno un imbonitore di piazza, mio padre vendeva oggetti nelle fiere attirando il pubblico con piccoli trucchi di magia. Non faceva giochi d’azzardo come le tre carte, ma numeri semplici, come il mazzo Svengali. Io da bambino guardavo quelle scatole, quei vecchi strumenti di scena, e sentivo che lì c’era un mondo che mi apparteneva. Poi, a 17 anni, sono entrato nel Circolo dei Prestigiatori di Milano: da lì è nato tutto.»
Hai definito quel momento “bacillus magicus”. È davvero un virus da cui non si guarisce?
«Sì, è così! Quando la magia ti colpisce da ragazzo, non ti lascia più. Oggi sono presidente onorario del Circolo e continuo a credere che sia una vera e propria malattia meravigliosa.»
Non tutti sanno che in famiglia la tradizione artistica è continuata, ma con la musica. Tuo figlio Giordano è parte del duo Merk & Kremont, e anche l’altro ha intrapreso una carriera musicale. Che effetto ti fa?
«Un po’ di delusione da mago c’è: avrei voluto dei figli prestigiatori! Ma la colpa è mia: la casa era piena di strumenti, pianoforti, chitarre. Mio padre suonava, io pure. Era inevitabile. Oggi Giordano è un musicista e produttore richiestissimo, ha lavorato con Paola e Chiara, Fedez, Rovazzi, Gali… l’altro invece è baritono di musica lirica. Sono orgoglioso: se io sono un mago del palcoscenico, loro sono maghi del suono.»
Parliamo del Festival della Magia al Teatro Manzoni. Cosa vi unisce come comunità di prestigiatori?
«Noi maghi abbiamo un grande vantaggio: ci incontriamo, ci confrontiamo, ci scambiamo idee. Non siamo isole come spesso capita ai comici. Quando organizzo un festival, posso attingere a contatti in tutto il mondo. Quest’anno, per esempio, porteremo artisti dalla Spagna e dalla Germania.»
E quali Paesi eccellono oggi nell’arte magica?
«I coreani. Sono incredibili. Hanno numeri che uniscono tecnica e drammaturgia, creatività e precisione. L’ultimo campione mondiale è coreano e ha raggiunto livelli che non si vedevano dai tempi d’oro dell’illusionismo. Riescono a fondere tecnologia e poesia come nessun altro.»
Se avessi il potere di cambiare Milano con la tua bacchetta magica, cosa faresti sparire e cosa faresti apparire?
«Farei sparire la mediocrità: quella delle persone, dei discorsi vuoti, della politica che non insegna nulla. E farei apparire più arte, più creatività, più verità. Credo che siano proprio i comici, i giullari, a dire ancora oggi le verità più profonde. Gli altri spesso raccontano menzogne; noi, con un sorriso, possiamo regalare qualcosa di autentico.»
Quali sono i pilastri su cui un mago deve costruire la propria carriera? Conta di più la tecnica o l’empatia?
«La tecnica è importante, ma senza empatia non vale nulla. Il prestigiatore è un attore che recita con gli oggetti: carte, monete, colombe. Un numero non è solo tecnica, è drammaturgia, carattere scenico, originalità. Meglio un mago meno tecnico ma capace di emozionare, piuttosto che un virtuoso senza anima.»
Hai calcato palchi importantissimi, dalla RAI al cabaret, fino ai teatri più prestigiosi. C’è ancora una magia che vorresti realizzare?
«Sono soddisfatto. Ho iniziato dal nulla e ho avuto molto. Non sogno Hollywood o grandi set nel deserto: oggi voglio solo fare ciò che mi diverte. E il Festival della Magia è proprio questo: un’occasione per regalare emozioni dal vivo, che nessuno schermo potrà mai restituire.»
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Raul Cremona quali sono le tue speranze e le tue paure?
«Il Domani è come un pasto: c’è l’antipasto, il primo, il secondo, il caffè… Io sento di essere già a buon punto del menù, e quello che voglio è continuare a condividere con il pubblico ciò che ho cucinato finora. Ma non dimentico che esiste anche il resto: la famiglia, gli amici, il tempo per sé. Il mio domani sarà fatto di risate, ma anche di cose semplici e importanti. E questa, credetemi, è la magia più grande.»
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite











