«A volte basta un suono, un vecchio synth, per riportarti esattamente dove tutto è iniziato. Io chiudo gli occhi e rivedo le prime consolle, le notti infinite in radio, le persone che ballavano senza sapere chi fossi. È lì che ho capito che la dance non era solo musica: era un modo di sentirsi vivi.»
Non è solo nostalgia quella che attraversa le parole di Maurizio Molella, ma la consapevolezza di aver vissuto da protagonista alcune delle stagioni più importanti della dance europea. Dj, producer e volto storico della radio italiana, Molella è oggi considerato uno dei produttori italiani più apprezzati anche all’estero, capace di portare il sound italiano nelle classifiche internazionali e nei club di mezzo mondo.
Nato a Monza nel 1964, Molella si avvicina alla musica giovanissimo: a soli 14 anni realizza cassette mixate per gli amici, un gioco che presto si trasforma in vocazione. Dopo le prime esperienze nelle radio locali, arriva la svolta che cambierà tutto: nel 1986 entra a Radio Deejay, dove inizia lavorando dietro le quinte come regista, collaborando con Gerry Scotti, Amadeus e Jovanotti.È lì che nasce una delle esperienze radiofoniche più importanti per la musica dance in Italia. Molella diventa una presenza centrale nei programmi che segneranno un’epoca, come Megamix e soprattutto Deejay Time, la trasmissione simbolo degli anni Novanta che ha portato la cultura clubbing nelle case degli italiani. Parallelamente alla radio, c’è l’altra grande scuola: la notte delle discoteche. Molella suona in molti club del Nord Italia, tra cui il leggendario Clock Club di Brescia, uno dei templi della dance di quegli anni e molti altri. In consolle affina il suo stile, testando suoni e intuizioni direttamente sulla pista: un laboratorio musicale dove nascono le idee che porteranno alla sua carriera da producer. All’inizio degli anni Novanta arrivano le prime produzioni di successo: “Revolution”, “Free”, “Confusion” e “Change”, brani che scalano le classifiche italiane e lo consacrano tra i protagonisti della scena dance. Ma il vero salto internazionale arriva nel 1996, quando Molella produce insieme a Phil Jay il brano “Freed From Desire” della cantante Gala. La canzone diventa un fenomeno planetario: conquista le classifiche europee, ottiene certificazioni e, con il passare degli anni, si trasforma in uno dei brani dance più riconoscibili al mondo, cantato negli stadi di calcio, negli eventi sportivi e nelle feste di ogni generazione. Un successo che ha attraversato decenni senza perdere forza, diventando uno degli inni più iconici della cultura pop europea.Da allora Molella ha continuato a produrre musica, remixare grandi artisti e portare il suo sound nei club e nei festival di tutto il mondo, contribuendo a definire l’identità della dance italiana nel panorama internazionale.Oggi, dopo oltre trent’anni di carriera, lo spirito è rimasto lo stesso. Il 2026 si apre con “Fever”, il nuovo singolo pubblicato da Time Records insieme al dj italo-tedesco MAXÉ (Maurizio Accetta). Un brano che unisce la nostalgia della golden age della dance anni ’90 a un sound pop ed elettronico contemporaneo: ritmi energici, synth ipnotici e un ritornello immediato, pensato per riportare al centro l’energia della pista. L’abbiamo incontrato nel Salotto di DomaniPress per parlare di “Fever”, degli esordi tra Radio Deejay e le notti nelle discoteche, del successo mondiale di “Freed From Desire” e di quella passione per la musica che, come racconta lui stesso, continua ancora oggi a farlo salire in consolle con il travolgente entusiasmo degli inizi.
Partiamo dal presente. Oggi torni con un nuovo progetto, il singolo “Fever”. Come nasce l’idea di presentarti al pubblico con questo brano?
«A me piace sempre ripartire da zero. Ogni volta che faccio una canzone mi piace rimettermi in gioco. Io faccio musica per passione, per divertimento, quindi mi piace sempre provare a creare qualcosa di nuovo e vedere dove si riesce ad arrivare. “Fever” nasce proprio con questo spirito. La partecipazione al contest di San Marino, tra l’altro, non era nemmeno prevista all’inizio. Quando me l’hanno proposta ho chiesto: siete sicuri? Poi ho pensato che fosse una bella occasione per far ascoltare il pezzo e così è iniziato tutto.»
Negli ultimi anni la musica dance è cambiata molto. È diventata sempre più mainstream e ha invaso anche palchi importanti della musica pop. Cosa è cambiato rispetto agli anni Novanta?
«Negli anni Novanta spesso c’era il frontman che rappresentava il progetto, ma magari non era nemmeno la persona che aveva cantato realmente il brano. Era una cosa abbastanza comune nella dance di quel periodo. Oggi invece la figura del dj e del producer è diventata molto più centrale. Molti dj sono diventati artisti riconosciuti a livello mondiale e le canzoni vengono interpretate dai veri cantanti che collaborano con loro. Questo è stato un cambiamento importante: il fatto che il produttore possa portare sul palco il progetto insieme al cantante vero.»
La vita del dj viene spesso immaginata come una vita fatta di notti infinite ed eccessi. Negli anni in cui hai iniziato quanto era facile perdersi in quell’ambiente?
«La possibilità di perdersi c’è sempre, dipende dalla persona. Sta a ognuno scegliere cosa fare e cosa evitare. Negli anni Novanta forse era anche meno visibile quello che succedeva, perché non c’erano i social. Oggi basta poco e dopo trenta secondi tutto finisce online. Una volta magari succedevano delle cose ma rimanevano più in sordina. Però, a dire la verità, non è che sia cambiato poi così tanto: dipende sempre da come uno vive quel mondo.»
Oggi la musica è cambiata anche per via della tecnologia, dello streaming e dell’intelligenza artificiale. Secondo te questi strumenti hanno democratizzato la musica o l’hanno impoverita?
«Secondo me è un po’ entrambe le cose. Può essere un pro oppure un contro, dipende da come si usa. L’intelligenza artificiale può aiutarti a trovare delle idee. Ci sono programmi che ti permettono di scrivere un testo o di impostare uno stile e ti danno subito una base musicale. Può essere uno spunto da cui partire, poi però il lavoro vero si fa in studio. Quindi per me è uno strumento: tutto dipende da come lo usi.»
Arriviamo a uno dei brani simbolo della tua carriera, “Freed From Desire”. Un pezzo che è diventato molto più di una hit dance: oggi lo sentiamo negli stadi, nelle feste, nei matrimoni e continua a essere conosciuto anche dalle nuove generazioni. Secondo te cosa lo ha reso così iconico?
«Quando fai una canzone non pensi mai che diventerà qualcosa di così grande. Anzi, ogni volta pensi che sia la più bella che hai fatto. Almeno per me è sempre stato così: quando finisco un pezzo dico sempre “questa è la migliore che ho fatto”. Anche con “Freed From Desire” era così. Il successo è arrivato nel 1996, ma non subito. In realtà il grande boom è partito circa sei mesi dopo l’uscita, e la cosa curiosa è che è partito dalla Francia. Da lì la canzone ha cominciato a girare, è stata programmata dalle radio, è entrata nei club e piano piano è diventata un successo un po’ in tutto il mondo.»
Poi però è successo qualcosa di sorprendente quasi vent’anni dopo…
«Sì, perché a un certo punto la canzone sembrava aver fatto il suo percorso. Poi nel 2015 è tornata improvvisamente di moda grazie al calcio. Una squadra inglese, il Wigan, aveva un giocatore che si chiamava Will Grigg e i tifosi hanno iniziato a cantare il suo nome proprio sulla melodia del brano.Da lì il coro è diventato virale negli stadi. Quando lui fu convocato per una partita tra Inghilterra e Irlanda del Nord, anche i tifosi francesi iniziarono a cantarlo e in poco tempo il pezzo è tornato ovunque. Prima negli stadi, poi alle feste, ai matrimoni… adesso lo senti davvero dappertutto.Per me è chiaramente motivo di grande orgoglio. Però partire pensando “oggi faccio una canzone che funzionerà per trent’anni” è impossibile. Nessuno può saperlo.»
Negli anni Novanta l’Italia era una delle nazioni più forti nella produzione di musica dance. Molti brani italiani riuscivano a uscire dai confini nazionali e diventare successi europei o addirittura mondiali. Come mai in quel periodo siamo riusciti a essere così avanti?
«Credo che nella musica esistano delle fasi storiche, un po’ come una ruota che gira. Negli anni Novanta c’è stato un momento molto forte per l’Italia: c’erano tanti produttori, tanti dj, tanta creatività e soprattutto tanta voglia di sperimentare.»
Cosa avevamo noi italiani per conquistare il mondo?
«Molte canzoni italiane riuscivano ad avere una melodia molto forte, qualcosa che le rendeva riconoscibili anche all’estero. In quegli anni la nostra dance era davvero molto presente nelle classifiche europee.»
Poi però qualcosa è cambiato…
«Sì, perché dopo quel periodo ci sono state altre nazioni che hanno preso il centro della scena. C’è stato il momento della Francia, poi quello della Svezia con artisti come la Swedish House Mafia. Sono cicli che si alternano.
Cosa ne pensi della scena italiana oggi?
«Io spero che torni ancora un periodo forte per l’Italia. Qualcosa si sta muovendo di nuovo, magari più nel mondo dei club. Sarebbe bello vedere la nostra dance tornare anche nel mainstream internazionale.»
Quando si parla di Molella si pensa anche a Radio Deejay e al periodo d’oro della radio italiana. Il rapporto con colleghi come Fargetta e Prezioso esiste ancora?
«Sì, siamo sempre rimasti amici. È chiaro che negli anni le cose cambiano: quando sei giovane magari esci insieme tutte le sere, adesso magari ci si vede più per lavoro. Però il rapporto è rimasto lo stesso. Continuiamo anche a fare il Deejay Time insieme. Abbiamo fatto grandi eventi come il Forum e anche l’apertura a Sanremo sulla nave Costa Crociere. In fondo continuiamo a portare in giro qualcosa che abbiamo inventato noi negli anni Novanta.»
Hai collaborato e remixato anche artisti molto importanti della musica italiana, da Vasco Rossi a Max Pezzali. Com’è lavorare su un remix di un brano già iconico?
«Fare un remix è quasi come fare un pezzo da zero. Devi rispettare l’originale ma allo stesso tempo dargli una nuova vita. Per esempio Max Pezzali ancora oggi nei suoi concerti canta la versione remixata che ho fatto io di “La notte”. Per me è una grande soddisfazione.»
Hai ricevuto anche un riconoscimento da Vasco Rossi…
«Sì, è stato un momento incredibile. Avevo fatto il remix di “Ti prendo e ti porto via” e durante una premiazione Vasco mi consegnò personalmente un premio per quel lavoro. È stata una grande soddisfazione.».
C’è un brano tuo a cui sei particolarmente legato per un ricordo personale?
«Mi ricordo un periodo in cui suonavo allo Space di Ibiza. Aprivo sempre la serata con un mio pezzo che si chiamava “Discotek”. Era una scelta particolare perché era molto commerciale rispetto al resto del set che facevo dopo, però mi piaceva iniziare così. Quel momento mi è rimasto davvero impresso.»
Negli ultimi anni molte discoteche storiche hanno chiuso. Come vedi oggi lo stato di salute dei club?
«Le cose sono cambiate. Una volta andare in discoteca era una moda. Oggi esistono tanti posti dove si ascolta musica ma che non sono vere discoteche. Questo ha cambiato molto il panorama. Le discoteche grandi hanno avuto più difficoltà, anche dopo il Covid. Però il mondo dei club esiste ancora, semplicemente è diverso.»
Qual è il tuo rapporto con il silenzio?
«Mi piace molto. Amo andare in montagna e stare tranquillo, magari a guardare la neve che cade. Ogni tanto mi fermo e penso alle cose belle che mi sono successe nella vita. A volte sembra quasi di vivere un sogno.».
Se potessi parlare al Molella ragazzino che iniziava nelle radio locali della Brianza, cosa gli diresti?
«Gli direi di fare esattamente quello che ha fatto. Ho sempre seguito il mio istinto. Quando facevamo le feste da giovani, gli altri si divertivano e io facevo il dj. La mia passione era la musica e lo è ancora oggi.»
Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Maurizio Molella, quali sono le sue speranze e le sue paure?
«Spero che nel Domani le mie canzoni possano portare gioia anche quando non ci sarò più. E spero che finiscano tutte queste guerre inutili. La musica può essere un messaggio di pace e di positività, qualcosa che unisce le persone.»
Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite









