«Le canzoni sono come lettere che scriviamo a noi stessi: a volte arrivano subito, altre impiegano anni per trovare le parole giuste».

È con questa immagine intensa e quasi confidenziale che Mauro Ermanno Giovanardi racconta il suo nuovo capitolo artistico, un lavoro che segna un ritorno profondo alla scrittura, alla riflessione e alla centralità della parola. In un’epoca in cui la musica sembra spesso correre veloce, il cantautore sceglie invece di fermarsi, ascoltare e dare peso a ogni frase, come se ogni verso fosse il tassello di un racconto più grande.

Voce tra le più riconoscibili e raffinate della musica italiana, Giovanardi è noto al grande pubblico come fondatore e anima dei La Crus, progetto nato negli anni Novanta e diventato rapidamente un punto di riferimento per una generazione di ascoltatori. Con i La Crus ha saputo costruire un linguaggio unico, capace di fondere canzone d’autore, elettronica, poesia urbana e suggestioni cinematografiche, contribuendo a ridefinire il modo di intendere il pop d’autore italiano. Originario di Monza, Giovanardi ha attraversato oltre tre decenni di musica mantenendo sempre uno sguardo personale e coerente. Accanto all’esperienza con i La Crus – culminata anche con la partecipazione al Festival di Sanremo – ha sviluppato un percorso solista intenso e stratificato, fatto di dischi profondi, collaborazioni prestigiose e una continua ricerca sul significato delle parole nella canzone. Nel corso della sua carriera la sua sensibilità artistica è stata riconosciuta anche dalla critica più autorevole.

Giovanardi ha infatti ricevuto quattro Targhe Tenco, di cui due con i La Crus, tra i riconoscimenti più prestigiosi della canzone d’autore italiana: la prima da solista nel 2013 come miglior interprete con l’album “Maledetto Colui Che È Solo” e la seconda nel 2015 con il disco “Il Mio Stile” votato come miglior disco dell’anno

Oggi torna con “E poi scegliere con cura le parole”, il nuovo album in studio in uscita il 20 marzo, un progetto che lui stesso ha definito il disco più esistenzialista della sua carriera. Un lavoro che arriva da lontano: nato nel 2019, è stato inizialmente accantonato per lasciare spazio al ritorno discografico dei La Crus, per poi essere ripreso e completato con una nuova consapevolezza artistica.Il disco è stato anticipato dall’EP “A tutti i costi”, che raccoglie alcune tracce e offre già un primo sguardo sul mondo narrativo del progetto. Un universo fatto di riflessioni intime, fragilità, memoria e identità, in cui la parola diventa il centro emotivo della musica.Proprio intorno alla scrittura è nata una delle idee più affascinanti del disco. Giovanardi ha infatti immaginato una sorta di “collettivo della parola”, un laboratorio creativo in cui le canzoni sono nate dal confronto e dallo scambio continuo di suggestioni. Tra gli autori coinvolti compaiono amici e compagni di viaggio come Francesco Bianconi, Kaballà e Colapesce, con cui il cantautore ha costruito un dialogo creativo fatto di rimandi, intuizioni e piccoli duelli poetici. Un modo di lavorare che ricorda quasi una partita a ping pong: idee che rimbalzano, versi che cambiano forma, immagini che trovano lentamente la loro collocazione definitiva dentro le canzoni.

Abbiamo incontrato Mauro Ermanno Giovanardi nel Salotto di Domanipress, dove ci ha raccontato la nascita del nuovo album, il valore della scrittura nella musica di oggi e il percorso umano e artistico che lo ha portato fin qui. Un viaggio tra memoria, parole e identità, alla ricerca di quelle frasi che, quando arrivano davvero, sembrano capaci di raccontare molto più di una semplice canzone.

Partiamo dal titolo del tuo nuovo album è “E poi scegliere con cura le parole”. Quando hai sentito che le parole non potevano più essere lasciate al caso e dovevano diventare il centro della tua ricerca artistica?

«In realtà devo dirti che per me le parole sono sempre state centrali. Fin dagli inizi con La Crus c’è sempre stato un lavoro molto importante sul testo e sul significato delle parole. Arrivavamo da un percorso musicale che mescolava ascolti molto diversi: da Joy Division fino ai Massive Attack, ma allo stesso tempo avevamo un amore profondo per la canzone d’autore italiana. Il nostro tentativo è sempre stato quello di far convivere queste due dimensioni, cioè una sensibilità musicale molto internazionale con un’attenzione quasi maniacale per la scrittura. In questo disco però il tema diventa ancora più esplicito perché nasce da un lavoro collettivo con altri autori e quel titolo mi sembrava perfetto. Le parole non sono innocenti, hanno un peso, una responsabilità, una memoria. E proprio per questo bisogna sceglierle con cura».

Oggi sembra che le parole vengano usate con una leggerezza quasi pericolosa, soprattutto nel dibattito pubblico e sui social. Quali sono le parole che dovremmo recuperare o pronunciare con più responsabilità?

«Il problema è proprio l’abuso delle parole. Oggi c’è un uso indiscriminato del linguaggio, soprattutto sui social. Scegliere le parole diventa prima di tutto un gesto etico, ancora prima che politico. Io sono ateo, però una frase di Papa Leone XIV mi ha colpito molto quando ha parlato della necessità di “disarmare le parole”».

Una suggerimento importante quello di Papa Leone XIV…

«È un’immagine forte ma molto vera, perché oggi assistiamo continuamente a dichiarazioni che cambiano da un giorno all’altro e sembra che tutto questo non abbia conseguenze. Basta guardare la politica internazionale: un leader può dire una cosa oggi e il contrario domani. Eppure le parole hanno un peso enorme, sono pietre».

Cosa stiamo perdendo in tutto questo?

«Il rischio è che ci stiamo abituando a un mondo in cui le parole non contano più, mentre invece contano moltissimo».

Nel disco hai coinvolto diversi autori come Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà e Cremonesi. Che cosa ti ha lasciato questo lavoro condiviso?

«È stato molto interessante perché c’è stata sia l’affinità artistica sia la voglia di mettersi in discussione. Dopo tanti anni di carriera non ho più nulla da dimostrare e non ho ego da difendere. Se qualcuno mi propone un’idea migliore di quella su cui sto lavorando, io sono il primo a essere felice di accoglierla. Il fine ultimo è fare uscire il disco più bello possibile. Con Kaballà scriviamo insieme da tantissimo tempo, con Francesco Bianconi c’è una grande stima reciproca e ho scoperto che era un fan dei La Crus fin dagli inizi. Con Colapesce invece ci conosciamo da ancora prima che iniziasse a suonare, quando faceva il DJ nei bar a Siracusa».

Quali sono state le dinamiche di collaborazione?

«Abbiamo lavorato come in una partita di ping pong: io lanciavo un’idea, qualcuno la rilanciava e poi la sviluppavamo insieme. Naturalmente alla fine dovevo fare un po’ il direttore d’orchestra perché sono io che canto quei brani e ci metto la faccia, ma è stato uno scambio creativo molto ricco».

Il disco si apre con il brano Veloce, che sembra parlare anche del tempo che passa. Tu hai iniziato la tua carriera nel 1993 con La Crus. Oggi che rapporto hai con il tempo?

«Lo vivo prendendomi un po’ più di fiato rispetto al passato. Per molti anni l’unico pensiero è stato il lavoro e la musica, oggi continuo a dedicarle tantissimo tempo ma cerco di organizzarlo meglio. Questo mi permette anche di recuperare alcune passioni. Per esempio ho ricominciato ad andare in bicicletta».

Da dove nasce questa passione?

«Da ragazzo ero ciclista agonista e facevo più di ventimila chilometri all’anno, ero in sella sei giorni su sette. Studiavo la mattina presto e poi uscivo ad allenarmi. Con la musica avevo abbandonato tutto, ma negli ultimi anni ho ripreso questa abitudine. L’estate scorsa, quando il disco era già finito e avevo solo qualche concerto, uscivo praticamente ogni giorno in bici».

Oltre la bici cosa ti appassiona?

«Leggo molto di più, guardo molta meno televisione e sto cercando di dedicare tempo anche ad altre passioni. In realtà io sono un cantante quasi per caso: avrei sempre voluto fare lo storico o l’antropologo».

Nel disco compare anche un riferimento a Schopenhauer. Ti sei mai sentito influenzato da modelli artistici molto forti?

«Sì, ma con una certa distanza. Ho avuto la fortuna di andare a Londra nel 1980, quando ero molto giovane, nel pieno dell’esplosione del post-punk e della new wave. È stata un’esperienza che mi ha segnato molto e per questo i miei modelli sono stati spesso più anglofoni che italiani. Però ho sempre cercato di non diventare qualcun altro. L’ispirazione è fondamentale ma devi sempre declinarla attraverso la tua sensibilità. Ho avuto dei riferimenti molto forti ma ho sempre cercato di restare me stesso».

Quando scrivi una canzone pensi prima a te stesso o a chi ascolterà quel brano?

«Ho sempre cercato di scrivere in prima persona singolare. È un modo che ti espone di più perché ti mette a nudo, ma permette anche a chi ascolta di identificarsi. Se io canto “io voglio amore”, chi ascolta può farla sua quella frase. Molte persone mi hanno detto che nelle mie canzoni hanno trovato parole che avrebbero voluto dire ma non riuscivano a esprimere. Racconti la tua esperienza ma lo fai anche perché qualcuno possa riconoscersi dentro quella storia».

Nel tuo percorso hai ricevuto quattro Targhe Tenco. Quando lavori a un nuovo disco senti il peso di questa eredità?

«Più che un peso è una responsabilità verso chi mi ascolta. Chi ha seguito La Crus o i miei dischi solisti si aspetta sempre qualcosa di vero. Il mio metodo però è sempre lo stesso: cancellare mentalmente tutto quello che ho fatto prima e ripartire da zero. Come se fosse il primo disco della mia vita, come se dovessi farmi conoscere di nuovo. Cerco sempre di alzare l’asticella e di mettermi in discussione. È l’unico modo per non sedersi sugli allori».

Se dovessi descrivere questo album con una sola parola?

«Una parola è difficile, ma direi etico. Oppure esistenzialista. Fare oggi un disco così, con poesia, melodia e ricerca, è quasi un atto di resistenza. La musica oggi spesso è diventata usa e getta e molti artisti sono meteore che salgono velocemente e poi spariscono. Le major investono soprattutto su artisti molto giovani perché quello è il pubblico dei social.Non sto dicendo che quella musica sia brutta, ma mi dispiace quando la musica diventa solo un sottofondo. La musica dovrebbe avere un peso».

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Mauro Ermanno Giovanardi quali sono le sue speranze e le sue paure?

«Posso essere un po’ disincantato? Io non ho voluto avere figli perché penso che il Domani possa essere un luogo abbastanza pericoloso. È una visione forse dura, ma è il mio modo di guardare al futuro con realismo. Spero comunque che un domani ci sia e che riusciremo a viverlo con più consapevolezza».

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

 

 

 

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.