«Scrivere non è mai un’operazione aritmetica. È come camminare su un filo, con il cuore che detta il tempo. E quando il filo si spezza, quando tutto va in tilt, è lì che nasce la canzone.»

Federica Abbate non è soltanto una delle autrici più richieste della scena musicale italiana: è una narratrice di emozioni, una mente brillante capace di trasformare l’invisibile in parole che restano. Dietro ai ritornelli più iconici degli ultimi dieci anni, c’è spesso la sua firma: da “Roma-Bangkok” a “Nessun grado di separazione”, da “Il diario degli errori” a “Hola (I Say)”, la sua penna ha dato voce a intere generazioni, intercettando fragilità, desideri e sogni con una precisione quasi chirurgica.

Ha firmato successi per Michele Bravi, Francesca Michielin, Alessandra Amoroso, Giusy Ferreri, Noemi, Rkomi, Lazza, Elisa, Elodie, Annalisa, Laura Pausini, Marco Mengoni e molti altri. E in un panorama musicale dove i riflettori sono spesso riservati a chi canta, Federica ha dimostrato che scrivere può essere un atto altrettanto potente e centrale. Il suo nome è diventato garanzia di autenticità emotiva, di ritornelli che non si dimenticano e strofe che sembrano leggere dentro.

Sanremo? È spesso dietro le quinte, ma sempre in prima linea. I brani scritti da lei arrivano puntualmente sul palco dell’Ariston. Da “Senza farlo apposta” (Federica Carta e Shade) a “Che vita meravigliosa” (Diodato), da “Viceversa” (Francesco Gabbani) a “Due” (Elodie), la sua firma è stata spesso sinonimo di profondità e contemporaneità, facendo dialogare la canzone italiana con le nuove sensibilità. Nel 2020 ha ricevuto anche il Premio Lunezia, conferma ulteriore della qualità letteraria della sua scrittura.

Ma Federica non si nasconde più dietro le quinte. Oggi si mette in gioco in prima persona, con coraggio e sensibilità, mostrando la sua identità artistica senza mediazioni. Con il nuovo singolo “Tilt”, uscito lo scorso aprile, l’artista milanese ci porta dentro un blackout emotivo, raccontando il momento in cui la mente si spegne e l’anima prende il sopravvento. Un pop elettronico crudo, viscerale, che suona come una confessione in piena notte.

Non è la prima volta che Federica canta: nel 2019 aveva duettato con Marracash nel brano “Pensare male”, contenuto nell’album “Persona” del rapper milanese. Una collaborazione intensa, che ha mostrato il suo volto più autentico, spogliato dal ruolo di autrice per altri. Anche con Alessandra Amoroso ha costruito un rapporto artistico duraturo e profondo, scrivendo per lei brani come “La stessa” e “Trova un modo”, capaci di unire pop e sentimento con rara eleganza.

Classe 1991, una laurea in Sociologia e una sensibilità raffinata cresciuta a pane e pianoforte, Federica ha rivoluzionato il concetto di hit italiana, spingendosi oltre le convenzioni del pop. Oggi il suo nome non è più soltanto una firma a piè di pagina, ma un’identità sonora precisa e riconoscibile, che unisce empatia, tecnica e verità.

L’abbiamo incontrata in un pomeriggio infuocato di luglio, nel Salotto Digitale di Domanipress, tra appunti scritti a mano e playlist di riferimento, mentre Milano taceva e lei – con la calma di chi ha molto vissuto e molto sentito – ci raccontava come si costruisce una hit senza perdere l’anima, cosa significa “andare in tilt” davvero e perché scrivere è sempre un atto di sopravvivenza.


Federica, sei tra le autrici più richieste del panorama musicale italiano ed oltre a questo hai presentato il tuo nuovo singolo “.È un momento intenso per te: come lo stai vivendo?

«Lo sto vivendo con grande gratitudine, perché quando ti ritrovi in un flusso creativo in cui senti di avere ancora qualcosa da dire — e soprattutto il coraggio di farlo — ti senti viva. È un periodo pieno, ma non nel senso frenetico: è pieno di contenuti, di emozioni, di riflessioni che stanno finalmente prendendo la forma giusta. Sto imparando a onorare ogni momento, anche quelli più complessi. Perché ho capito che la bellezza, spesso, abita proprio lì.»

In “Tilt” racconti la meraviglia di un blackout creativo. Cosa rappresenta per te questo stato?

«Tilt è un manifesto, è una dichiarazione di intenti, ma anche un abbraccio a quella parte di me che ogni tanto crolla. E va bene così. In passato mi spaventava quando le parole non arrivavano, quando le melodie restavano sospese. Oggi invece ho imparato che quei momenti sono preziosi. Sono come una zona franca, in cui puoi smettere di performare e iniziare ad ascoltarti davvero. Quando ti senti spaesata, perdi i riferimenti soliti… ed è lì che scopri un linguaggio nuovo. Le venti canzoni nate in quella fase sono state come una liberazione, un lasciarsi andare senza giudizio. Non dovevano piacere a nessuno, solo raccontare chi sono io. Tilt non è solo una canzone, è uno stato dell’anima.»

C’è stato un momento preciso in cui hai capito cosa volevi diventare?

«È stato un processo graduale, ma molto netto. A un certo punto mi sono chiesta: “Federica, chi vuoi essere davvero?” Mi ero sempre un po’ nascosta dietro gli altri. Scrivere per qualcuno è come indossare i loro vestiti, impari a parlare con la loro voce. Ma Tilt è il momento in cui ho deciso di parlare con la mia, anche se tremava. Ho capito che non volevo più sentirmi fuori posto nella mia stessa musica. E allora ho rotto quella forma. Ho lasciato che si spezzasse. E ho scoperto che proprio lì, nei pezzi, c’era la mia verità.»

Hai raccontato che la tua famiglia ha una vena musicale, anche se non troppo presente. Com’è nato il tuo legame con la musica?

«Mio zio era compositore, ma io non l’ho mai conosciuto. Forse era un caso di eredità genetica, o forse solo un seme piantato nel silenzio. Ma la mia vera formazione è arrivata attraverso il tempo, lo studio, la curiosità. Ho studiato jazz, provato a suonare il pianoforte con risultati alterni, lo ammetto. Non ero la classica allieva modello. Però ho capito che il pianoforte non era un traguardo, ma uno strumento. Volevo usarlo per creare, non per eseguire qualcosa scritto da altri. Era come se avessi in testa un mondo da raccontare e mi servisse solo la chiave giusta per aprirlo.»

Hai detto: “La mia forza è la fragilità”. È un’affermazione potentissima. Come sei arrivata a questa consapevolezza?

«Attraverso il dolore, attraverso le cadute. E soprattutto attraverso l’osservazione. Viviamo in un’epoca che ci chiede di essere sempre vincenti, sempre performanti. Ma io ho capito che la mia creatività nasceva proprio dal senso di inadeguatezza, dal bisogno di costruirmi un mondo alternativo in cui potermi riconoscere. Essere fragili significa avere uno spazio dentro dove qualcosa può entrare, può crescere. Significa non essere rigidi. E quando ho accettato questa parte di me, è cambiato tutto. Scrivere è diventato non solo un mestiere, ma una forma di guarigione.»

Nei tuoi brani c’è spesso un’immagine forte della città, in particolare di Milano. Quanto ti influenza il luogo in cui vivi?

«Tantissimo. Ma oggi più che mai, sento il bisogno di equilibrio. Per questo mi sono trasferita in campagna, in un luogo dove la terra respira e tutto è più lento. Milano resta il cuore pulsante della mia storia, ma ho capito che per scrivere ho bisogno anche del silenzio. Vivo in un continuo andirivieni, e questo spostamento — tra rumore e quiete, tra caos e natura — è diventato il mio punto di forza. Mi ispira. Mi tiene viva. È il mio modo di viaggiare, anche restando ferma.»

Se ti sdoppiassi, da una parte l’autrice, dall’altra la performer: quale delle due saresti più felice di essere?

«Non potrei separarle. Scrivere è la mia origine, ma cantare è diventato la mia voce. Ogni parola che canto nasce da qualcosa che ho scritto per me stessa. E quando la canto, diventa vera. Non potrei mai cantare un pezzo scritto da qualcun altro. La mia voce non avrebbe senso, sarebbe solo suono. Invece per me la voce è carne, è verità. Le due anime devono camminare insieme, anche se a volte faticano a stare al passo.»

C’è un segreto per scrivere una hit? Un filo rosso che le lega tutte?

«Non credo ci sia una formula, e se c’è, non l’ho mai seguita. Ma sento che dentro di me c’è un istinto naturale per le melodie che restano, quelle che ti si attaccano addosso. Lo faccio senza volerlo, non è una strategia. E quando scrivo, non penso subito a chi andrà quel pezzo. Lo lascio libero. Poi, solo dopo, capisco se è una canzone da donare o da custodire per me. Ci sono brani che nascono con il mio respiro, e allora li tengo. Altri li immagino con la voce di qualcun altro. È un gioco di empatia e intuizione.»

Tra le canzoni che hai scritto per altri, ce n’è una che avresti voluto incidere tu?

«No, sinceramente no. Ogni canzone che ho dato, l’ho data con amore. Non ho mai pensato: “Questa era mia.” Ho sempre avuto la lucidità di capire quando un brano apparteneva a qualcun altro. È una forma di rispetto. E anche di libertà.»

Il featuring con Marracash ha segnato l’inizio del tuo percorso da interprete. Che ricordo hai di quel momento?

«Un ricordo potentissimo. Marra è stato il primo a vedere in me qualcosa che io stessa non riuscivo a vedere. Mi ha fatto cantare quando io non osavo farlo nemmeno davanti a mia madre. È stato come aprire una porta che pensavo non esistesse. E dietro quella porta ho trovato la mia voce, le mie paure, le mie emozioni. Da lì ho iniziato a camminare nella direzione di un’identità. È stato l’inizio di un viaggio, lungo e ancora in corso.»

Hai calcato anche il palco del Primo Maggio. In un’epoca in cui la musica sembra consumarsi in fretta, cosa significa per te restare?

«Significa resistere all’idea che tutto debba essere veloce. Viviamo in un mondo che scrolla tutto: le immagini, le notizie, persino le emozioni. Ma io credo che ci sia ancora spazio per la profondità, per le parole che hanno un peso, per la musica che racconta davvero qualcosa. Ci vuole coraggio per non cedere alla superficialità. Ma è l’unico modo per restare.»

Se dovessi rappresentare il tuo mondo emotivo con tre colori, quali sceglieresti?

«Il giallo, per la luce, la speranza, il calore. Il verde, per la natura, la rinascita, l’equilibrio. E il rosso, per il fuoco che mi brucia dentro, per la passione che non mi lascia mai. Sono colori che convivono in me come onde, a volte in armonia, altre volte in collisione.»

Nel tuo brano “Quando un desiderio cade” parli di stelle cadenti. Quali desideri hai espresso guardando il cielo? E quali ancora custodisci?

«Quel brano è nato in un momento difficile, dopo l’eliminazione da Sanremo Giovani. Era il mio modo per non mollare. Per dirmi che anche se un sogno cade, può comunque lasciarti un segno. Oggi desidero che la mia musica, quella che scrivo per me, arrivi a più persone possibile. Desidero la possibilità di essere ascoltata, non solo sentita. E sul piano personale… sogno una famiglia. Un amore solido, semplice, reale. Qualcosa che oggi sembra quasi rivoluzionario.»

Qual è un libro che ti ha cambiata, che consiglieresti a chi vuole imparare a scrivere — o a vivere con più consapevolezza?

«“Il gabbiano Jonathan Livingston” è un gioiello. È breve, ma ti rimane dentro. Racconta la libertà, la voglia di migliorarsi, l’ostinazione di non restare dentro gli schemi. Parla di me, della mia ricerca continua. È un libro che ti invita a volare più in alto, anche quando tutto ti dice di restare a terra.»

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Federica Abbate quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Vedo un Domani più umano. Spero in un mondo che riscopra l’empatia, che torni ad ascoltare davvero. Sogno una società più sostenibile, più sensibile, che non abbia paura di rallentare. E lo strumento per arrivarci… forse è proprio questo: togliere gli strumenti. Togliere il superfluo. Ritrovare il corpo, i propri ritmi. Tornare a sentire. Credo che questo sia l’inizio di un domani più vero.»

Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.