«Carlo non era un santo da calendario, era un ragazzo normale che ha scelto di vivere l’amore di Dio con una semplicità disarmante. La sua forza era proprio lì: nell’essere autentico, nel non recitare mai una parte.»

Con queste parole intense e piene di emozione, Antonia Salzano, madre di Carlo Acutis, apre il cuore e ci restituisce l’immagine più vera di un figlio che oggi il mondo intero guarda con devozione e meraviglia. Un ragazzo dei nostri tempi, cresciuto tra computer, videogiochi e passioni comuni ai suoi coetanei, che ha saputo trasformare la quotidianità in un cammino verso l’eternità.

Nella sua voce si intrecciano fierezza e nostalgia: il ricordo di un figlio che ha lasciato un segno incancellabile non solo nella vita familiare, ma nella storia della Chiesa. Beatificato nel 2020 e proclamato santo il 7 settembre 2025 da Papa Francesco, Carlo è oggi venerato come il primo santo millennial, un faro che illumina la strada di chi cerca di conciliare fede e modernità.

Nato a Londra nel 1991 e cresciuto a Milano, Carlo era un adolescente curioso e brillante, con una passione innata per l’informatica. Da autodidatta imparò linguaggi di programmazione e utilizzò la rete non come rifugio, ma come strumento per raccontare la fede. Il suo celebre progetto digitale sui miracoli eucaristici, una mappa interattiva ancora oggi consultata in tutto il mondo, rimane uno degli esempi più significativi di come la tecnologia possa diventare veicolo di bellezza e di spiritualità.

La sua vita ruotava attorno all’Eucaristia, che definiva “l’autostrada per il cielo”. Un amore che non escludeva le passioni tipiche di un ragazzo della sua età, come i videogiochi, ai quali si dedicava con equilibrio e misura. Era proprio questo il tratto che lo rendeva speciale: un giovane profondamente radicato nel quotidiano, ma capace di orientarlo verso un orizzonte più grande.

Il suo percorso terreno si interruppe bruscamente nell’ottobre del 2006, quando a soli quindici anni venne colpito da una leucemia fulminante. In pochi giorni comprese che la sua missione non sarebbe stata lunga e offrì le sue sofferenze “per il Papa e per la Chiesa”. La sua morte lasciò un vuoto immenso, ma accese una luce che non si è mai spenta.

A segnare il suo cammino verso la santità sono stati i miracoli riconosciuti dalla Chiesa: dalla guarigione inspiegabile di un bambino brasiliano con un grave difetto congenito al pancreas, fino al recupero straordinario di una giovane costaricana dopo un drammatico incidente. Segni che hanno aperto le porte alla beatificazione e alla canonizzazione, suggellando una testimonianza che continua a toccare milioni di fedeli.

Oggi il corpo di Carlo riposa ad Assisi, nel Santuario della Spogliazione, meta di pellegrinaggi da tutto il mondo. Il suo volto sereno, ricostruito con una maschera di silicone, sembra ancora sorridere a chi lo guarda, ricordando la freschezza di un adolescente che non ha mai smesso di credere nella bellezza della vita.

Carlo Acutis è un modello universale: un santo dei nostri giorni che ha dimostrato come la santità non sia un ideale distante, ma una possibilità concreta per tutti. La sua voce continua a risuonare attraverso le parole della madre, attraverso il web che tanto amava, e soprattutto attraverso i giovani che in lui trovano un compagno di viaggio, non un eroe irraggiungibile.

Nel nuovo appuntamento del Salotto di Domanipress, abbiamo incontrato Antonia Salzano, che ci ha guidato in un racconto intimo fatto di ricordi, fede e speranza. Una testimonianza che non è soltanto memoria di un figlio, ma un invito a riscoprire il valore di vivere con autenticità, coraggio e amore.


Suo figlio è stato canonizzato giovanissimo, ma nella sua vita resta l’immagine concreta di un ragazzo normale. Come lo descriverebbe a chi non l’ha conosciuto?

«Carlo era figlio, studente, un ragazzo che giocava a pallone ogni tanto, che ha fatto diversi sport, che studiava come tutti. Ma ha vissuto questa sua quotidianità con un rapporto speciale con il Signore. Ha scelto una vita evangelica: aiutava i poveri per strada, portava sacchi a pelo e coperte, faceva volontariato con gli anziani, nelle mense di Madre Teresa di Calcutta, si avvicinava ai compagni bullizzati per sostenerli. Per cinque anni è stato catechista. Era un ragazzo normale, che però sapeva trasformare ogni gesto in testimonianza.»

Carlo ha saputo portare la fede dentro la società. Quanto era importante per lui il servizio agli altri?

«Era centrale. La fede per lui non era un’esperienza astratta o confinata alla preghiera personale. Si traduceva in impegno concreto. Carlo non distingueva tra l’amore per Dio e l’amore per il prossimo: erano la stessa cosa. E questo si vedeva nel suo desiderio di esserci per gli ultimi, per chi era in difficoltà.»

Uno degli aspetti più sorprendenti è il suo rapporto con la tecnologia. In che modo Carlo è diventato un “pioniere del digitale”?

«Carlo ha capito che internet aveva un potenziale enorme. Diceva: “Con un click sono in Alaska, a New York, in Australia”. Il mondo diventava piccolissimo. Ha usato la rete per evangelizzare, realizzando siti e soprattutto la mostra sui miracoli eucaristici, che ha fatto il giro del mondo. Negli Stati Uniti ci sono 18.000 parrocchie: la sua mostra è arrivata in oltre 10.000 di esse, ma anche in Cina, Giappone, Africa, Australia, Europa. Ha raggiunto persone lontanissime. È per questo che il PC è diventato il simbolo della sua santità.»

Molti genitori vedono la tecnologia come una minaccia per i figli. Lei invece come viveva quel rapporto di Carlo con il pc?

«Carlo utilizzava internet con equilibrio. A otto anni aveva deciso da solo di giocare alla PlayStation solo un’ora a settimana, perché aveva letto che negli Stati Uniti molti ragazzi finivano in cliniche per la dipendenza dai videogiochi.»

Pur avendo la passione per i videogame Carlo sapeva come gestire il suo tempo…anche in questo è stato un esempio.

.»Non si lasciava schiavizzare. Aveva capito che la tecnologia può essere uno strumento straordinario, ma anche pericoloso se usata senza misura. Per questo il suo messaggio ai giovani è chiaro: usate la tecnologia, ma non fatene un idolo.»

Molti lo descrivono come un genio autodidatta. Come riusciva a conciliare questa intelligenza con la sua semplicità?

«Carlo programmava in C++, leggeva testi di ingegneria informatica, usava la suite Adobe per creare grafiche in 3D. A nove anni aveva già imparato da solo linguaggi complessi. Voleva suonare il sassofono e lo ha imparato senza maestro. I Professori universitari erano stupiti. Ma non si è mai montato la testa. Per lui ogni talento era un mezzo per servire, non per mettersi al centro.»

Accanto alla passione per il digitale, Carlo ha coltivato una profonda vita spirituale. Che cosa rendeva speciale il suo rapporto con la fede?

«Alla Prima Comunione, a sette anni, scrisse: “Essere sempre unito a Gesù, questo è il mio programma di vita”. Da allora andava a messa ogni giorno, faceva l’adorazione eucaristica prima o dopo, pregava il Rosario quotidianamente. Si nutriva della Parola di Dio. Ma era un ragazzo normale: rideva, studiava, usciva con gli amici. La sua santità non era isolata dal mondo, ma dentro la vita di tutti i giorni.»

La mostra sui miracoli eucaristici è stata una delle sue intuizioni più straordinarie. Quanto è stato importante questo progetto?

«È stato il cuore del suo apostolato. Carlo ha raccolto tutti i miracoli eucaristici approvati dalla Chiesa nel corso dei secoli, episodi in cui l’ostia si è trasformata in carne e sangue. L’ultimo, riconosciuto nel 2013 a Legnica, in Polonia, mostra un frammento di cuore umano. Lui ha reso accessibile questo patrimonio con strumenti digitali sofisticati. Aveva un dono speciale che ha messo interamente al servizio della fede.»

Carlo diceva che le chiese erano vuote mentre fuori c’erano file per concerti e partite. Era il segno di una consapevolezza lucida.

«Sì. Per lui l’Eucaristia era la presenza reale di Cristo, non un simbolo. Non capiva perché non ci fossero file davanti al Santissimo Sacramento. Ha cercato con i mezzi che aveva di far comprendere che lì c’è davvero Dio in persona. E questa sua lucidità lo ha reso credibile: parlava il linguaggio dei giovani, ma diceva cose profonde.»

Carlo ha affrontato anche il dolore della malattia. La fede è stata una risposta al dolore o una compagnia lungo il cammino?

«Il dolore fa parte della vita: come diceva Carlo, “sul Golgota ci saliremo tutti”. La sua morte è arrivata in cinque giorni, per una leucemia fulminante. Non si è convertito in quel momento: lui era già profondamente religioso da bambino. La malattia non ha creato la sua fede, l’ha suggellata. Ha coronato una vita vissuta interamente alla presenza di Dio.»

Molti giovani oggi sentono Carlo vicino. Perché la sua figura parla così forte alle nuove generazioni?

«Perché era uno di loro. Conosceva la PlayStation, i Pokémon, internet, ma non si lasciava dominare. Ha usato gli strumenti dei giovani per un fine più grande. Non li ha demonizzati, ma li ha orientati al bene. È per questo che tanti ragazzi oggi si riconoscono in lui.»

Che cosa significa per lei oggi, testimoniare la sua eredità?

«Significa ricordare che tutti siamo unici. Carlo diceva: “Tutti nasciamo originali, ma molti muoiono fotocopie”. Il rischio oggi è vivere la vita di qualcun altro, mitizzare attori, cantanti, influencer. Il senso non lo troviamo fuori, ma dentro di noi. Ognuno è unico, irripetibile e speciale.»

Come si diventa copie?

«Lo si diventa emulando gli altri, ognuno ha la sua vita e il suo percorso da vivere ed affrontare. Non ha senso uniformarsi ai modelli che spesso ci vengono imposti.»

Carlo ha affrontato la malattia con una maturità sorprendente. La fede è un rifugio o una compagna di viaggio?

«Il dolore fa parte della vita: come diceva Carlo, “sul Golgota ci saliremo tutti”. La sua morte è arrivata in cinque giorni, per una leucemia fulminante. Non è stata la malattia a portarlo alla fede: lui era già religioso fin da bambino. La malattia ha suggellato ciò che era già presente. La fede non elimina la ferita, ma la trasforma.»

Come si attraversa, da madre, un dolore così grande senza smarrire la speranza?

«Non è facile. Il dolore non si cancella, ma può essere trasformato se lo si affida a Dio. La morte di Carlo non è stata la fine, ma il coronamento di una vita vissuta tutta con Lui. Questa certezza mi ha sorretto.»

Tra tutti i miracoli di San Carlo Acutis due in particolare sono stati scegli per la sua santificazione…

Si, la canonizzazione è stata resa possibile dal riconoscimento di due guarigioni considerate miracolose dalla Chiesa. Il primo miracolo riguarda Matheus Vianna, un bambino brasiliano nato con una grave malformazione al pancreas. Dopo aver pregato davanti a una reliquia di Carlo, il piccolo guarì improvvisamente da una condizione ritenuta incurabile. La Consulta medica del Vaticano definì la guarigione “istantanea, completa e duratura”. Il secondo caso è quello di Valeria Valverde, una studentessa costaricana di 21 anni che nel 2022 era caduta in coma a Firenze dopo un grave trauma cranico. La madre, dopo aver pregato sulla tomba di Acutis ad Assisi, ricevette poche ore dopo la notizia di un miglioramento inatteso.

Cosa è accaduto dopo?

Valeria si è ripresa, ha terminato gli studi e oggi lavora nel mondo della moda.

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Antonia Salzano quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Il Domani si costruisce giorno per giorno. Io lo vedo con ottimismo: tutto diventa possibile se abbiamo una meta. La mia meta è il cielo, per altri può essere fare del bene. Il bene non finirà mai. Quello che vorrei lasciare è l’invito a riscoprire la nostra unicità. Non abbiate paura di essere originali.»

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.