«Racconto ciò che vedo senza chiedere permesso. È questo che, da sempre, mi mette nei guai — e che, da sempre, mi salva».

È una dichiarazione che sintetizza alla perfezione l’essenza di Andrea Scanzi, giornalista, scrittore, autore teatrale e voce tra le più riconoscibili — e inevitabilmente divisive — del panorama mediatico italiano. La sua carriera, costruita fra la carta stampata, il palco e il web, è un mosaico di linguaggi che convivono con naturalezza: l’analisi politica, la cronaca culturale, il racconto di costume, la memoria musicale. Tutto filtrato da uno sguardo che non indietreggia, non leviga, non addolcisce.

Dalla firma nei pezzi de’ Il Fatto Quotidiano ai successi teatrali come Il sogno di un’Italia e E pensare che c’era Giorgio Gaber, Scanzi ha consolidato una cifra autoriale capace di fondere passione civile e narrazione emotiva. Nei suoi libri e nei suoi monologhi la storia personale si intreccia all’indagine sociale, la nostalgia dialoga con la provocazione, la cultura popolare convive con i grandi maestri della canzone d’autore. È un costruttore di ponti e, al tempo stesso, un incendiario gentile che non teme il dissenso: anzi, lo abita. Sui social Scanzi è un catalizzatore naturale di opinioni. Le sue dirette, i suoi editoriali video, i suoi post scatenano dibattiti che si riversano nel feed con la stessa intensità di un’arena. Lo seguono migliaia di lettori affezionati, ma non mancano gli haters, spesso tenaci, talvolta feroci. Eppure Scanzi non si sottrae: risponde, argomenta, rilancia. È consapevole che il suo ruolo, oggi, è anche quello di generare frizione, perché è nella frizione che nasce il pensiero critico. In questo panorama vivace e spesso polarizzato, arriva il suo nuovo libro, Verranno a chiederti di Fabrizio De André, un’opera che rappresenta allo stesso tempo un ritorno e un salto. Ritorno, perché Scanzi non ha mai nascosto il suo legame con la canzone d’autore e con la figura di Faber, che considera un faro artistico ed etico. Salto, perché qui non si limita a raccontare: scava. Non si ferma alla biografia, ma attraversa il mito; non si chiede chi fosse De André, ma cosa continui a dirci oggi. È un libro emotivo, quasi carnale, costruito come un dialogo fra generazioni. Un invito a riascoltare, a rimettere in discussione ciò che credevamo di sapere, a lasciarsi ferire — nel miglior senso possibile — dalle parole di un uomo che ha fatto della libertà la sua missione più radicale. Per capire la genesi di quest’opera, la sua urgenza narrativa, e ciò che significa oggi leggere e rileggere De André in un Paese che cambia velocemente, abbiamo incontrato Andrea Scanzi nel Salotto di Domanipress. Ne è nata una conversazione densa, appassionata, ricca di sguardi laterali e verità imperfette: proprio come le storie che continuano a interrogare la nostra memoria collettiva.

Andrea, partiamo dall’ultimo libro: “Verranno a chiederti di Fabrizio De André” (Paper First). Un titolo che è già una dichiarazione d’amore. Perché De André? Perché proprio ora?

«Perché gli voglio molto bene. E perché credo, anzi sono certo, che il suo messaggio sia drammaticamente attuale. De André non è solo uno dei più grandi artisti italiani: è un autore universale, uno che parla ancora oggi a chi ha voglia di ascoltare davvero.Tu mi hai presentato come giornalista – ed è vero – ma non tutti sanno che io nasco nella musica. Quando ho iniziato a scrivere sui giornali, nel 1997, ero prima di tutto un critico musicale. Mi sono laureato su De André, Gaber e Guccini. Per me parlare di Fabrizio è infinitamente più naturale che parlare di politica, di leader o di potere.Ho scritto libri su Fossati, Gaber, Battiato, Battisti. De André, però, era più difficile. Paradossalmente perché gli ho voluto troppo bene. Scriverne significava aprire cassetti personali, tornare indietro, emozionarmi, commuovermi. Non ero pronto. Ora sì.Questo è un ritratto d’amore, senza dubbio. Ma è anche un ritratto competente, lucido, onesto. Non un santino.»

Da critici musicali – e qui ci accomuniamo – capita spesso di raccontare artisti che amiamo profondamente. A volte, però, i miti deludono. Ti è mai successo con De André? Hai scoperto qualcosa che non avresti voluto scoprire?

«È una domanda bellissima. Ed è verissimo: i miti spesso deludono. Per questo bisognerebbe distinguere sempre l’artista pubblico dall’uomo privato. Non coincidono quasi mai.De André, però, non mi ha deluso. L’ho conosciuto poco, è vero, ma quell’incontro del 1997 – dopo un concerto al Teatro Verdi di Firenze – lo ricordo perfettamente. Fu gentile, affabile, rispettoso. Nessuna ferita, nessuna caduta del mito.Detto questo, Fabrizio non era un uomo perfetto. Non lo è mai stato. È diventato tale solo dopo la morte, quando lo si è trasformato in un’icona immacolata. Ma la sua vita è stata complessa, contraddittoria, spigolosa. Ha combattuto a lungo con l’alcolismo, fino ai 45 anni. E l’alcolismo è una malattia che porta anche a fare cose brutte.

Nel ritratto di Faber non mancano alcuni particolari anche piuttosto controversi…

«Nel libro non edulcoro nulla. Racconto tutto con rispetto. Perché credo che anche quei difetti, quelle fragilità, derivassero da una ipersensibilità feroce, tipica dei grandi artisti. Fabrizio non aveva corazze. Per anni si è difeso come poteva. Raccontarlo non toglie nulla alla sua grandezza. La rende, semmai, più vera.»

Ti è mai capitato, invece, l’effetto opposto: essere deluso da figure che stimavi?

«Sì. Mi è successo, soprattutto nel mondo del giornalismo. E confermo che a volte è devastante. Però esiste anche il contrappasso: persone che non stimavi affatto e che, conoscendole, ti sorprendono positivamente. Succede. Anche questo fa parte della vita.»

De André è stato anche un autore profondamente politico, nel senso più alto del termine. Oggi la musica sembra aver perso questa funzione. Si scrive per l’algoritmo, non per disturbare. Che ne pensi?

«Ne penso tutto il male possibile. De André oggi sarebbe un alieno. Non solo perché era irriproducibile come talento – parliamo di uno dei più grandi al mondo, non solo in Italia – ma anche per il contesto.Negli anni di De André i dischi si ascoltavano, si studiavano, si discutevano. Oggi viviamo in una società imbottita di social, dove interessa come ti vesti o con chi vai a letto, non cosa dici. I testi non vengono più letti. E poi c’è il coraggio. De André lo aveva. Nel 1990 scrive La domenica delle salme, un brano durissimo contro il sistema e contro i colleghi che non si schieravano. Io nel libro dico chiaramente a chi si riferiva. Cantautori enormi, bravissimi, che però tacevano.

Chi sta raccogliendo oggi, nella musica, l’eredità della denuncia sociale?

«Oggi quella canzone non sarebbe nemmeno programmabile. Oggi è tutto “domenica delle salme”. Con rare eccezioni: Caparezza, Bersani, pochi altri. Nel mainstream non brillano né il talento né il coraggio.»

Facciamo un parallelo: musica e giornalismo. Questo coraggio esiste ancora nel giornalismo italiano?

«Poco. Molto poco. Io lavoro con orgoglio al Fatto Quotidiano, che nasce nel 2009 proprio per colmare un vuoto: l’assenza di un giornalismo che andasse davvero contro il potere.Oggi la situazione è peggiorata. Fare inchieste è pericoloso. Costa. Espone. Guarda Ranucci: ha rischiato la vita. Le querele temerarie sono una macchina devastante. Se non hai una struttura che ti protegge, non ce la fai.C’è sicuramente pavidità, ma anche una crisi economica del giornalismo che rende il coraggio un lusso. Molti giovani sarebbero bravissimi, ma non possono permetterselo.»

Ma non c’è anche un pubblico sempre meno interessato all’approfondimento. Si tratta di un paese che non ascolta o un paese che non vuole capire?

«Entrambi. Se cala la qualità dell’arte e dell’informazione, cala anche il gusto medio. È un circolo vizioso.Io scrivo articoli impegnativi, poi leggo i commenti: pochi like, molti insulti. Ti viene da chiederti perché lo fai.Ma il pubblico ha il “diritto” di essere ignorante – ed è un diritto devastante. L’artista e il giornalista, però, non possono permetterselo. Devono dare l’esempio. Devono scuotere. Anche quando è scomodo. Altrimenti fanno intrattenimento. Che è legittimo. Ma è un altro sport.»

I tuoi articoli scatenano spesso haters feroci. Non pensi che abbiano contribuito a creare il “personaggio Scanzi”?

«No. Ammesso che esista un personaggio, l’ho costruito io, non gli haters.Li ringrazio solo per una cosa: mi fanno guadagnare soldi. Le querele, oggi, se puoi permettertele, diventano una forma di educazione civile. Il web non deve essere una cloaca a cielo aperto.

Andrea Scansi privato è uguale a quello pubblico?

«Io sono esattamente quello che leggete. Magari in privato sono più tranquillo, ma non recito.»

Hai scritto: “Non è tempo per noi quarantenni”. Guardandoti oggi, hai realizzato i tuoi sogni?

«A vent’anni mi sarei accontentato di vivere di scrittura. Punto.Non immaginavo libri in classifica, teatro, un pubblico così grande. La cosa più pesante – e più bella – è sapere che qualcuno si sente rappresentato da quello che dico.L’obiettivo oggi è uno solo: mantenere quello che ho. Non inciampare. Continuare a divertirmi. Quando subentra la noia, io mi fermo.»

Nel tuo percorso tra la vanità di mettersi davanti a un obiettivo e il bisogno di dire la verità: cosa ha pesato di più?

«Dire quello che penso. Sempre. La vanità serve, è strutturale. Senza un minimo di narcisismo non sali su un palco, non scrivi, non vai in tv. Ma se c’è solo quella, duri tre giorni. Se c’è anche etica, talento e coraggio, allora forse qualcosa resta.»

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Andrea Scanzi quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Spero, per il Domani e per sempre, di continuare a essere mediamente orgoglioso di me stesso, delle scelte che ho fatto, delle battaglie che ho deciso di combattere e anche degli errori che mi hanno insegnato qualcosa.»

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.