«Vengo da una provincia che ti insegna a restare con i piedi per terra, anche quando sogni in grande».

Marchigiano, nato artisticamente ad Ascoli Piceno, Daniele Incicco è una di quelle voci che hanno attraversato la musica italiana recente senza mai perdere coerenza, né urgenza. Frontman e co-fondatore dei La Rua, ha costruito il proprio percorso partendo da una provincia che non concede scorciatoie, trasformando l’esperienza collettiva della band in un racconto generazionale capace di arrivare lontano.

Con i La Rua ha collezionato traguardi importanti: la vittoria ad Area Sanremo, l’apertura dell’unica data italiana degli Imagine Dragons, le partecipazioni al Concerto del Primo Maggio, il serale di Amici, fino al secondo posto a Sanremo Giovani e a un tour mondiale che ha portato la musica italiana in cinque continenti.

Parallelamente, Incicco ha costruito una solida identità anche come autore. Una scrittura affinata nel tempo, che lo ha portato a firmare brani per artisti come Alessandra Amoroso e Noemi, e a intrecciare un lungo dialogo artistico con Elisa. Esperienze che hanno inciso profondamente sul suo modo di raccontare: meno sovrastrutture, più verità; meno metafore astratte, più vita vissuta. Una penna che non cerca consolazione, ma comprensione. Negli ultimi anni, questa maturazione ha trovato una nuova forma nel progetto solista. Dopo l’ottimo riscontro di pubblico e critica ottenuto con Piccola e Zero Pensieri, Incicco prosegue il suo percorso individuale con Rimandato a settembre, il nuovo singolo in uscita il 24 ottobre sulle principali piattaforme digitali, pubblicato da Lungomare Srl e distribuito da Believe. Un brano intenso e diretto, che affronta senza filtri il senso di inadeguatezza e di fallimento che, almeno una volta nella vita, tutti hanno sperimentato. La metafora del “rimandato” diventa così simbolo universale di chi si è sentito impreparato davanti alle sfide, di chi ha dovuto fare i conti con errori, assenze, colpe non dette e una maturità arrivata in ritardo. La produzione di Vanni Casagrande, con le chitarre di Charlie Mariani e il basso di Matteo Grandoni, restituisce al brano un equilibrio sottile tra fragilità ed energia. A completare il racconto, la copertina firmata da Alessio Panichi: un uomo che emerge da un armadio con un cono bianco in testa, ispirato al dunce cap delle scuole di un tempo. Un’immagine che ribalta la vergogna in consapevolezza, trasformando l’umiliazione in atto di verità. Accanto a questo nuovo capitolo, resta centrale anche Bianca, brano sospeso tra sogno e realtà, dove il confine tra ciò che si ricorda e ciò che resta viene abitato con misura e lucidità. È il segnale di una fase artistica in cui Incicco sceglie la sottrazione, riduce la distanza tra scrittura e vita e lascia spazio all’ascoltatore, chiamato a riconoscersi nelle crepe più che nelle certezze. L’abbiamo incontrato nel salotto di Domanipress per parlare di questo momento di passaggio, del peso delle origini, del sentirsi spesso “rimandati” nella vita e di cosa significhi, oggi, continuare a scrivere canzoni senza tradire se stessi.

In quale fase della vita ti trovi?

«Sto bene, davvero. È stata una giornata piena, intensa, di quelle che ti lasciano addosso una sensazione buona. Ho parlato di musica, ho condiviso pensieri, e quando succede mi sento sempre più centrato. È come se alcune cose tornassero al loro posto».

Negli ultimi mesi stai vivendo un nuovo capitolo artistico, quello del percorso solista. Cosa ha reso davvero necessario questo passaggio dopo l’esperienza con i La Rua?

«È stato un processo naturale, non una frattura. A un certo punto ci siamo trovati davanti a canzoni che parlavano in modo estremamente diretto della mia vita personale, delle mie esperienze più intime. Erano brani che non lasciavano molto spazio all’interpretazione collettiva. Una band è fatta da più identità, da un immaginario condiviso. Quelle canzoni, invece, avevano bisogno di stare in piedi da sole, con il mio nome sopra».

Chi ha scelto questa frattura?

«La decisione è stata presa insieme, senza traumi. Era una questione di coerenza, prima ancora che artistica, umana. Dare a quelle canzoni il contenitore giusto».

Cosa cambia quando ti ritrovi “da solo” sul palco, senza il nome della band a fare da scudo?

«In realtà non sei mai davvero solo. Alcuni dei ragazzi sono ancora con me dal vivo, e poi il palco è sempre uno spazio condiviso. È come una stanza, o come un ristorante: ci vai con le persone con cui stai bene, con cui senti un’energia giusta.Il feeling non è legato a una sigla o a un progetto, ma alle relazioni. E le relazioni possono cambiare, evolvere. Io ho sempre vissuto la musica come un luogo di incontro, non come una fortezza».

Il tuo nuovo singolo si intitola “Rimandato a settembre”. Un titolo che porta con sé il peso della sconfitta, del sentirsi inadeguati. Quando hai vissuto questa sensazione?

«Spesso. Da ragazzino ho attraversato anni molto complicati, che mi avevano fatto perdere fiducia nel futuro. Non ero propenso a investire su me stesso, facevo molte assenze, preferivo restare a casa piuttosto che andare a scuola».

Un brano nato sul banco di scuola quindi...

«Quella canzone nasce lì. Poi, dopo tanti anni, è diventata un brano vero e proprio, perché ho voluto fare un parallelismo più ampio: se la vita è una scuola, io a scuola non capivo molto. E forse per questo non ho mai capito fino in fondo nemmeno la vita».

In questo senso, “Rimandato a settembre” sembra parlare a chiunque si sia sentito bocciato dalla vita, non solo dalla scuola.

«Esatto. Il rimando non è solo scolastico, è emotivo, esistenziale. È sentirsi sempre in ritardo, sempre fuori tempo massimo rispetto alle aspettative degli altri, ma anche alle proprie. È una sensazione che non scompare con l’età, cambia solo forma».

Nel videoclip e nella copertina del brano indossi il cappello della vergogna. A chi oggi lo sta portando addosso, cosa diresti?

«Direi di fermarsi e farsi una domanda scomoda: perché lo sto indossando? Quando smetti di investire nel tuo futuro, spesso non è pigrizia o disinteresse. È perché qualcosa ti ha sfiduciato profondamente.Io ero uno studente modello in tutto ciò che amavo, tranne che a scuola. Quella vergogna, a volte, diventa una forma di protezione. Capire questo è il primo passo per smettere di indossarla».

Venivate da un’esperienza come Amici, in un periodo in cui l’etichetta “talent” pesava molto. Come avete vissuto quella fase?

«È stato un vortice. Ti ritrovi improvvisamente molto esposto, molto osservato. Però noi avevamo già una storia alle spalle: avevamo vinto Area Sanremo, facevamo concerti, avevamo trent’anni. Non eravamo ragazzini catapultati dal nulla.Quella visibilità ha ampliato qualcosa che esisteva già. Poi, finita l’onda, resta solo il lavoro. E lì non puoi barare».

La popolarità ti ha cambiato?

«No. Continuo a fare quello che facevo prima e farò sempre quello che amo fare, indipendentemente dai numeri. Forse a vent’anni mi avrebbe travolto. A trent’anni capisci che la cosa più importante è restare fedele a te stesso».

Hai collaborato con artisti come Elisa, Emma, Dardust. Che tipo di rapporto resta oggi?

«Con Elisa c’è un’amicizia vera, che dura da anni. È una grande artista, ma soprattutto una persona da cui ho imparato molto. Con Dardust c’è una storia lunghissima: abbiamo fondato una band insieme nel 2009. L’ho visto crescere, diventare quello che è oggi.Ha una visione rara, sa leggere i progetti, capirne l’anima e portarli altrove».

Hai detto che la musica ti ha salvato. Da cosa ti ha salvato davvero?

«Da un periodo in cui avevo perso completamente la mia identità. Da ragazzo ho vissuto delle ingiustizie che non voglio raccontare pubblicamente. La musica è stata la mia scappatoia, ma anche qualcosa di più profondo.È stata la chitarra, è stato quel luogo in cui potevo stare senza dover dimostrare nulla. Lì ho ritrovato me stesso, ho capito che potevo dire qualcosa, che avevo diritto a una voce».

Eppure, nelle tue canzoni, la fragilità resta sempre presente.

«Perché non credo nelle salvezze definitive. La musica non mi ha sistemato, non mi ha guarito una volta per tutte. Mi ha dato una nuova pagina da scrivere. La fragilità non si supera: si impara ad abitarla.E forse il vero privilegio è questo: non essere immuni, ma essere consapevoli».

Oggi vivi molto lontano dalle logiche del mercato musicale. Come guardi a questo sistema?

«Io ho scelto di non dipendere dalla . Faccio un altro lavoro, vado a cercare tartufi. È una forma di libertà. Così posso pubblicare solo ciò che voglio, senza dover rispondere alle logiche del mercato».

Una forma di protesta pacifica?

«Non è una protesta, è una scelta. Preferisco guadagnarmi la libertà fuori, per essere libero dentro la musica».

Se potessi portare un grande artista con te nel bosco, chi sceglieresti?

«Luciano Ligabue. È stato il mio primo riferimento. Sarebbe bellissimo condividere il silenzio del bosco con lui».

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Daniele Incicco quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Spero che il Domani sia sempre condito di speranza. Che sia migliore o peggiore di oggi, poco importa. La mia paura più grande è perderla. Ogni giorno che mi alzo e cammino è un miracolo. Ho paura solo di smettere di accorgermene».

Video Intervista esclusiva a cura di Simone Intermite

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.