“Non è l’America a essere in crisi: è l’idea di ordine mondiale che abbiamo costruito intorno a lei che sta crollando.”

Con questa frase, netta e impossibile da ignorare, Alan Friedman apre una riflessione che va ben oltre l’attualità: siamo dentro una trasformazione profonda, in cui equilibri geopolitici, assetti economici e leadership globali stanno cambiando pelle.

Giornalista, autore e analista tra i più autorevoli nel panorama internazionale, Friedman è da decenni un osservatore privilegiato dei rapporti tra politica e finanza, capace di leggere in anticipo i movimenti che ridefiniscono il mondo. Nato negli Stati Uniti e formatosi nelle più prestigiose università americane, ha costruito una carriera solida tra Europa e America, diventando una delle firme più riconoscibili nel racconto della geopolitica economica. Prima ancora del giornalismo, ha avuto un’esperienza diretta nelle istituzioni: ha collaborato alla Casa Bianca durante l’amministrazione del presidente Jimmy Carter, un passaggio che ha contribuito a rafforzare la sua comprensione dei meccanismi del potere politico americano e delle sue dinamiche interne. Storica firma del Financial Times, ha seguito da vicino alcune delle fasi più delicate della storia recente: dalle grandi crisi finanziarie agli snodi politici che hanno segnato l’Occidente. Nel corso degli anni ha intervistato alcuni tra i leader più influenti della scena internazionale, confrontandosi con figure come Silvio Berlusconi, Vladimir Putin, Donald Trump e molti altri protagonisti della politica e della finanza globale. Un lavoro sul campo che gli ha permesso di entrare nei retroscena del potere, restituendo chiavi di lettura spesso fuori dal coro.La sua autorevolezza si fonda su una combinazione rara di accesso diretto alle fonti, rigore analitico e capacità di raccontare il potere senza semplificazioni. Nel corso della carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti giornalistici internazionali, consolidando una reputazione costruita su credibilità, indipendenza e una costante attenzione alla complessità.Autore di saggi di grande impatto, Friedman ha contribuito a spiegare le fragilità del capitalismo occidentale, le tensioni tra Stati e mercati e le trasformazioni che stanno ridisegnando l’equilibrio globale. I suoi libri sono diventati strumenti di riferimento per chi vuole comprendere davvero cosa accade dietro le quinte della politica internazionale. Il suo ultimo lavoro, La fine dell’impero americano. Guida al Nuovo Disordine Mondiale (La nave di Teseo), rappresenta una sintesi potente del suo pensiero. Un saggio che analizza il declino relativo dell’egemonia statunitense non come un crollo improvviso, ma come un processo graduale, segnato dall’emergere di nuovi poli di potere e da un crescente disordine globale. Friedman invita a superare le narrazioni semplicistiche, proponendo una lettura più articolata e consapevole del presente. Perché, in fondo, la vera domanda non è solo chi guiderà il mondo, ma quali regole definiranno il nuovo equilibrio internazionale. L’abbiamo incontrato nel Salotto di Domanipress, per provare a decifrare insieme le coordinate di questo scenario in continua evoluzione.

Partiamo da qui: ti hanno definito il giornalista americano più amato d’Italia. Ti riconosci in questa definizione?

«Sì, sì, è gentile. Sicuramente più amato d’Italia… non sempre. Non sono amato da tutti. Però, in qualche modo, non esserlo può anche essere un motivo di orgoglio, se uno dice la verità al potere.»

Ed è proprio il racconto del potere, in fondo, il filo rosso della tua carriera. Anche il tuo ultimo libro, La fine dell’impero americano, parte da lì. Un titolo forte, definitivo, quasi epigrafico. Siamo davvero alla fine di quell’impero? Che cosa sta finendo, esattamente?

«Quello che sta tramontando, prima, durante e dopo Trump, è la leadership americana. Questo libro prova prima di tutto a tracciare una sorta di controstoria dell’impero americano, perché noi americani non amiamo usare la parola “impero”. Non vogliamo sembrare un Paese imperialista, anche se di fatto, dal 1945, siamo stati l’impero mondiale. Detto questo, il libro spiega anche gli errori e le incompetenza della politica americana. Da John F. Kennedy, che ci ha portato in Vietnam, a George Bush, che ci ha portato in due guerre disastrose, in Iraq e Afghanistan. Da Barack Obama, che non ha saputo gestire la primavera araba, a Donald Trump, che nel suo primo mandato ha smantellato il sistema multilaterale, ritirando l’America da ogni accordo e facendo la guerra commerciale contro l’Europa. Fino a Joe Biden, che pure era ben intenzionato, ma è stato poco efficace con Netanyahu, non è riuscito a controllare la situazione a Gaza e ha avuto anche l’umiliazione di Kabul, che è stato un disastro per la politica estera americana.E poi arriva Trump di nuovo. Nel mio libro, Trump sta proprio alla fine di questo impero: rappresenta il tentativo di rifare un imperialismo americano, una specie di impero redux, un colpo di coda in cui fa il bullo con la Danimarca sulla Groenlandia, con Panama, con il Canada, con la Colombia, con l’Europa, con la Cina. Ma la mia tesi è che Trump accelererà il declino della leadership e della credibilità americana. Perché se l’America si comporta come una fuorilegge, o come un bullo, o come un Putin qualsiasi, allora non avrà più l’autorevolezza per guidare il sistema. Avremo ancora per venticinque anni la supremazia militare, certo. Ma poi arriveranno i cinesi a essere uguali a noi.»

La leadership delle bigtech e il tema dell’intelligenza artificiale è un aspetto da non sottovalutare…

«Sull’intelligenza artificiale, mi pare che la Cina sia già uguale a noi, o comunque molto vicina. Quindi Trump rappresenta un pregiudicato alla Casa Bianca che ama più i dittatori che i democratici. Questo è un capovolgimento per l’America. E alla fine screditerà ancora di più la leadership americana. Dopo Trump ci sarà un’America dentro un mondo che somiglia sempre più alla legge della giungla, dove il potere dà ragione ai bulli. Trump ci porta verso un nuovo disordine mondiale: un mondo di incertezza, conflitto, guerra, razzismo. E purtroppo io temo che questo periodo assomigli molto agli anni Trenta in Europa. È un aspetto che mi preoccupa molto.»

Eppure la vittoria di Trump, per molti, è stata anche la risposta di un popolo che si sentiva insicuro, frustrato, impoverito. Non c’è anche questo dietro il suo ritorno?

«Certo che c’è. Negli anni Trenta c’era una combinazione di insicurezza, inflazione, economia fragile, frustrazione, disuguaglianza dei redditi. Oggi vediamo parallelismi impressionanti: una trauma collettiva dopo la pandemia, come allora dopo la Spagnola; una crisi economico-finanziaria, come allora dopo la Grande Depressione; un contesto di guerra. Le similitudini esistono. E come negli anni Trenta, le persone piene di rabbia e paura tendono a favorire i populisti e gli estremisti, quelli che promettono ordine, pugno di ferro, sicurezza. Ma tutto questo avviene sempre al costo di trovare dei capri espiatori. Negli anni Trenta erano gli ebrei, i banchieri, i massoni, gli omosessuali, i cattolici, gli zingari. Oggi sono i liberali, gli immigrati. È la stessa dinamica. Trump, purtroppo, arriva da quella cultura. Suo padre fu arrestato in un contesto legato al Ku Klux Klan, quindi al razzismo. Trump stesso, quando faceva il palazzinaro, pagò negli anni Settanta per evitare conseguenze peggiori dopo aver discriminato persone di colore nell’accesso agli appartamenti. E oggi, attraverso Elon Musk, fa di fatto un endorsement ai neonazisti in Germania. Musk è un braccio operativo di Trump. Quando interferisce in Europa, lo fa anche perché Trump vuole dividere l’Europa e fare accordi vantaggiosi per gli Stati Uniti. Ma gli piace soprattutto fare il bullo.»

E in tutto questo come agisce secondo te l’Europa?

«L’Europa non è abituata a un bullo che la minaccia ogni giorno. Ma dovremo abituarci nei prossimi quattro anni, perché Trump è questo. Il suo tentativo di essere assertivo, aggressivo, intimidatorio, alla fine sarà l’ultimo grido di un impero che non può durare, perché l’America con Trump non è più rispettata come prima.»

Nel libro il tuo sguardo non assolve neppure democratici e repubblicani. Sei netto, ma anche molto trasversale.

«Esatto. Bisogna essere bipartisan nell’analisi, nel senso migliore del termine. Non si può raccontare la crisi americana facendo finta che tutto inizi e finisca con Trump, è un’accelerazione mostruosa, certo, ma gli errori vengono da lontano. L’impero americano si è logorato anche per responsabilità condivise.»

Nella tua carriera hai incontrato tanti potenti. Il potere lo hai toccato con mano, lo hai esaminato, gli hai parlato da vicino. Penso alle interviste con Bill Clinton, Vladimir Putin, Donald Trump, ma anche a tante altre figure decisive. Come sei riuscito a mettere a proprio agio personaggi che spesso con la stampa hanno un rapporto di estrema chiusura?

«Prima di tutto, rappresentare il Financial Times di Londra era già una garanzia. Per un capo di Stato, un capo di governo, un monarca, un oligarca, sapere che arrivava qualcuno del Financial Times voleva dire: questa è una persona seria.Poi c’è l’atteggiamento. Quando si incontrano capi di Stato, capi di governo, oligarchi, uomini o donne di potere, è importante farli sentire a loro agio. Mi ricordo che una volta qualcuno mi disse, riferendosi al rapporto con Silvio Berlusconi: “Tu l’hai ammaliato, se ti ha permesso di fare la sua biografia”. Ma il punto è che bisogna sorridere. Bisogna far sentire che, anche se farai domande scomode, sei comunque una persona accettabile, uno del club. Questo non vuol dire essere ossequioso. Non vuol dire fare un’intervista in ginocchio, come alcuni conduttori televisivi amano fare in diversi Paesi. Vuol dire essere molto ben informato, e magari avere anche qualche informazione che interessa a loro. Con Rupert Murdoch, per esempio, ricordo che amava fare gossip sulla vita personale di Chirac o Sarkozy. Con il primo ministro dell’India, invece, interessavano le notizie sulla Cina. Intervistando Putin, mi ricordo che alla fine era quasi contento di sentire i saluti del suo amico Berlusconi, perché questi uomini forti si riconoscono fra loro, si piacciono fra loro, si sentono parte di una categoria.»

Come si prepara una scaletta di domande per un leader mondiale?

«Io, da giornalista, ho sempre fatto le prime tre, quattro, cinque domande più facili, più morbide, prima di arrivare al nocciolo vero del tema.»

A livello umano, c’è un tratto comune che accomuna tutti questi personaggi?

«Sì. Si sentono a loro agio solo con un numero molto ristretto di persone, persone garantite, accettabili, affidabili dal loro punto di vista. Tengono moltissimo alla loro vera privacy e tendono sempre a manipolare, strumentalizzare l’informazione a loro favore.»

 

E allora viene quasi naturale chiederti: oggi si può ancora parlare di informazione libera?

«Sempre meno. L’Italia, come sappiamo, nelle classifiche sulla libertà di stampa non è messa bene. Non è considerata uno dei Paesi con la stampa più libera del mondo, né d’Europa, e certamente non del G7. Negli Stati Uniti la stampa sta diventando sempre più infotainment o propaganda. Abbiamo visto il caso di Jim Acosta della CNN, uno dei giornalisti più odiati da Trump. Quando Trump era alla Casa Bianca, Acosta gli faceva le domande più scomode e Trump lo attaccava direttamente. Ora CNN è controllata da una corporate con orientamento repubblicano e trumpista, e quel giornalista è stato di fatto spinto fuori con una forma di mobbing. Poi c’è Jeff Bezos, che esercita una forma di censura editoriale sul Washington Post, trasformandolo in un giornale se non trumpista, quantomeno semitrumpista. E poi Mark Zuckerberg, che non solo ha fatto donazioni milionarie a Trump, ma si è messo in una pantomima ridicola in cui dice basta con l’equità e l’inclusione, basta con il woke, bisogna essere più maschili, ci vuole più energia maschile. Zuckerberg si è messo in ginocchio davanti a Trump perché ha paura di quello che Trump può fare.

Qual è lo stato di salute del giornalismo americano?

«Quanto è libera la stampa in un’America in cui un terzo della popolazione non sa neanche più cosa sia un fatto rrale e oggettivo e vive di complottismo? In un’America in cui il 70% delle notizie arriva dai social media? In un’America in cui Facebook è trumpista, Instagram è trumpista, Twitter è trumpista e TikTok sarà trumpista? In un’America in cui Trump sta licenziando quelli che hanno indagato sui suoi crimini, intimidisce la televisione e fa querele multimilionarie contro CBS e ABC? Io questo lo chiamo orbanizzazione degli Stati Uniti. È un verbo nuovo: “orbanizzare” significa trasformare una democrazia liberale in una democrazia illiberale, come l’Ungheria.»

Tu hai anche avuto un ruolo importante in alcune rivoluzioni dell’informazione italiana, dal battesimo di Rai News 24 a Sky TG24. Oggi però l’informazione viaggia altrove, si nutre di nuovi strumenti, a partire dall’intelligenza artificiale. Quali saranno le prossime frontiere?

«Andiamo verso un mondo in cui un mix di YouTube, intelligenza artificiale e social media creerà un servizio on demand che quasi anticipa Google: sarà il video a darti direttamente la risposta. Già oggi, in modo artigianale, questa cosa esiste. Ma diventerà un vero ecosistema digitale dominante. I giornali cartacei stanno morendo in tutto il mondo. Gli abbonamenti digitali vanno discretamente bene per chi ha una strategia e contenuti sfiziosi, intelligenti, interessanti. Ma la direzione generale è verso una dumbing down, un abbassamento del livello, un rendere tutto più stupido. Viviamo in un mondo in cui i fatti documentati rivelati dai giornalisti non contano più come una volta. Io sono cresciuto nell’epoca del Washington Post di Bob Woodward e Carl Bernstein, quelli che hanno fatto cadere Nixon con il Watergate e con il buon giornalismo.»

Quindi cosa è cambiato?

«Oggi, nell’epoca dei social media, questo modello non funziona più allo stesso modo, perché anche i fatti documentati vengono trattati come semplici opinioni da complottisti ed estremisti online.Se non esiste più una verità condivisa, se ci sono solo post-verità, fatti alternativi, narrazioni complottiste, allora si arriva a un mondo in cui non importa quasi più niente a nessuno. Tranne a una piccola élite di politica, economia e media, che però è sempre più piccola.»

Ti porto adesso su un terreno diverso, apparentemente più leggero, ma in realtà molto rivelatore: la moda. Hai raccontato Milano come capitale del fashion e stai lavorando a nuovi progetti, anche per il brand Giorgio Armani. Cosa sta cambiando in quel mondo?

«Sta cambiando molto. Prendiamo Versace: di fatto è stata trattata come qualcosa di usa e getta. Gli americani di Capri l’hanno comprata pochi anni fa e adesso vogliono venderla, o addirittura svenderla, perché non sono soddisfatti. I gruppi veramente italiani e indipendenti sono pochi: Prada, Zegna, Diesel, Dolce & Gabbana… Ho citato alcuni dei più importanti, tutti con fatturati da due o tre miliardi, ma ancora indipendenti. Io intanto sto lavorando con il mio team a una nuova miniserie. Abbiamo avuto un accesso raro non solo a Giorgio Armani, ma anche a molte altre figure della moda. Non posso dire troppo, ma sarà davvero un viaggio dentro le storie dell’alta moda.»

E poi c’è stata anche la parentesi di Ballando con le Stelle, che ti ha fatto conoscere da un pubblico diverso. La rifaresti?

«Subito. Guardando indietro, o meglio guardando indietro a circa ventuno chili fa, sì, lo rifarei assolutamente. È stata un’esperienza super divertente. Ho avuto la ballerina più bella e più brava di Ballando, Giada Lini, che viene da Bassano del Grappa ed è una persona gioiosa. E poi Milly Carlucci mi ha fatto fare una dieta che mi ha fatto rinascere.»

Come è cambiata la tua routine?

«Ho ricominciato ad andare in palestra quattro mattine alla settimana e continuo ancora oggi. Mi ha lasciato un cambiamento vero nel lifestyle: ho una postura migliore, quando mi siedo mi ricordo ancora come devo mettermi. Quindi sì, Ballando con le Stelle è stato super divertente e lo rifarei in un attimo.»

Come ultima domanda, parafrasiamo sempre il titolo del nostro magazine e chiediamo: come vede il “Domani” Alan Friedman, quali sono le tue speranze e le tue paure?

«Vedo un Domani buio, ma vorrei sperare che dopodomani ci possa essere luce.»

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Direttore editoriale del portale Domanipress.it Laureato in lettere, specializzato in filologia moderna con esperienza nel settore del giornalismo radiotelevisivo e web si occupa di eventi culturali e marketing. Iscritto all’albo dei giornalisti dal 2010 lavora nel campo della comunicazione e cura svariate produzioni reportistiche nazionali.