C’è un momento, all’inizio di The Smashing Machine, in cui Dwayne Johnson guarda in camera e pronuncia parole che suonano come un manifesto: «Sono Mark Kerr e rappresento l’America». Ma ciò che sembra una confessione in prima persona è, in realtà, un riflesso televisivo: un’immagine filtrata, costruita, ingannevole. Ed è da questa ambiguità che nasce l’esordio solista di Benny Safdie, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 82, con un’opera che non è un semplice film sportivo ma un racconto sul corpo, sul linguaggio e sulle crepe dell’identità americana.
Mark Kerr, l’uomo che non poteva smettere di vincere
Alla fine degli anni ’90, Mark Kerr era molto più che un pioniere delle MMA: era il simbolo di una cultura in cerca di eroi, pronto a incarnare la forza bruta e il mito della resistenza. Safdie non racconta soltanto il campione, ma un uomo scisso tra ciò che accade dentro e l’immagine che deve restituire fuori. Quando combatte, il dolore sembra non toccarlo: le sequenze di lotta sono violentissime, ossa e legamenti che scricchiolano sullo schermo. Ma appena sceso dal ring, Kerr si preoccupa solo delle ferite visibili, quelle che potrebbero esporre la sua fragilità.
Emily Blunt, la verità che fa male
Accanto a Johnson, una magnetica Emily Blunt nel ruolo della compagna Dawn. È lei l’incarnazione della verità: lo specchio che riflette la parte più fragile di Kerr, il bambino che chiede di essere amato mentre giura di voler essere trattato da uomo. Nei dialoghi, nella tensione emotiva, Safdie costruisce una riflessione che va oltre lo sport: che cosa significa vivere in una società che trasforma il dolore in spettacolo e l’eroismo in dipendenza?
Il linguaggio della violenza
The Smashing Machine non è un classico film di boxe alla Rocky. È un viaggio dentro un linguaggio ibrido e corrotto, quello delle arti marziali miste, che diventa metafora della cultura americana: contaminata, contraddittoria, sedotta dalla violenza ma incapace di accettarne davvero le conseguenze. L’eroe nazionale si muove tra conferenze stampa, trofei kitsch e un lessico che non sa mai spiegare fino in fondo la verità. Perché nello sport – come nella vita – quando le parole tradiscono, restano solo il sangue e la negazione.
La metamorfosi di The Rock
Per Dwayne Johnson, il film è la prova della vita: l’addio definitivo al “pupazzone da action movie” per vestire i panni di un attore drammatico di rara intensità. Il suo Mark Kerr è un gigante spaventato, devastato dalle dipendenze, ma ancora capace di cercare salvezza. Il ritratto che Johnson offre dell’addiction – chimica e emotiva – è sorprendente per la gamma espressiva e la vulnerabilità con cui viene restituito.
Un grande film sul presente
Con un finale che disinnesca ogni aspettativa epica e tragica, Safdie firma un film che non vuole soltanto commuovere, ma interrogare. The Smashing Machine è una riflessione sulla civiltà contemporanea, sul nostro rapporto con la violenza, il dolore e il bisogno disperato di redenzione. Alla metà di questa Venezia 82, è già tra i titoli più potenti del concorso: candidato serio al Leone d’Oro e con due interpretazioni che profumano di Coppa Volpi.




