Tom Cruise corre. Salta dagli aerei, scala grattacieli, guida motociclette verso precipizi e continua a mettere il proprio corpo davanti alla macchina da presa come se il tempo fosse soltanto un altro ostacolo da superare. Per una parte enorme della sua carriera Tom Cruise non ha semplicemente interpretato l’eroe: ha costruito un personaggio pubblico apparentemente invulnerabile. A 64 anni, però, Digger di Alejandro G. Iñárritu, arrivato nelle sale italiane il 1° ottobre, gli chiede qualcosa che potrebbe essere persino più difficile di appendersi a un aeroplano: smettere di essere Tom Cruise.
Questa volta Tom Cruise non deve salvare il mondo
O meglio, il suo personaggio è convinto di doverlo fare. Cruise interpreta Digger Rockwell, potentissimo petroliere texano che contribuisce a provocare una catastrofe ambientale e successivamente cerca di presentarsi come l’uomo capace di salvare l’umanità. Intorno a lui Iñárritu costruisce una black comedy apocalittica che mette insieme potere, capitalismo, crisi climatica, politica e quella particolare capacità umana di provocare un problema per poi proporsi come soluzione.
Accanto a Cruise ci sono Riz Ahmed, John Goodman, Sandra Hüller, Jesse Plemons e Michael Stuhlbarg. Dietro la macchina da presa torna invece Emmanuel Lubezki, storico collaboratore di Iñárritu, per un film pensato come una grande esperienza cinematografica.
Ma il vero spettacolo, questa volta, è vedere Cruise rinunciare almeno in parte alla propria perfezione.
Finalmente può sembrare avere 64 anni
Protesi, capelli spettinati, un corpo appesantito, un personaggio grottesco. Persino questa trasformazione contiene un piccolo paradosso: Tom Cruise deve essere trasformato artificialmente per poter apparire più vicino alla propria età.
Ed è qui che Digger diventa interessante anche al di fuori del cinema.
Hollywood ha sempre avuto un problema con le donne che invecchiano, ma possiede una relazione altrettanto particolare con gli uomini che non devono farlo. Solo che a loro non viene necessariamente chiesto di sembrare giovani: viene chiesto di continuare a essere potenti.
Cruise ha portato questa regola all’estremo. Ethan Hunt può cadere, sanguinare, essere inseguito e rischiare continuamente di morire. Ma deve sempre rialzarsi.
Digger Rockwell, invece, può essere ridicolo.
E forse è proprio questa la nuova frontiera della sua carriera.
Per vent’anni il suo corpo è diventato il film
Il problema è che Tom Cruise è diventato talmente bravo a essere Tom Cruise da farci quasi dimenticare quanto fosse bravo a essere qualcun altro.
Prima della lunga stagione dominata dai blockbuster c’erano Rain Man, Nato il quattro luglio, Jerry Maguire, Eyes Wide Shut, Magnolia e Collateral. Personaggi fragili, arroganti, disturbanti, innamorati, sconfitti. Uomini nei quali Cruise non aveva necessariamente bisogno di vincere.
Poi progressivamente è successo qualcosa.
Il corpo dell’attore è diventato parte dello spettacolo.
Ogni nuovo Mission: Impossible arrivava accompagnato dalla domanda su quale follia avesse realmente compiuto durante le riprese. Cruise non interpretava più soltanto Ethan Hunt: diventava la prova vivente che ciò che stavamo guardando era successo davvero.
È stata una strategia formidabile. Ma anche una gabbia dorata.
Digger sta dividendo tutti
E infatti il nuovo film non sta ottenendo una risposta uniforme. Le prime recensioni internazionali oscillano fra entusiasmo e stroncature molto dure. C’è chi considera la performance di Cruise uno degli elementi più riusciti e chi giudica la satira di Iñárritu eccessiva, confusa o troppo compiaciuta.
E forse non potrebbe essere altrimenti.
Perché Digger non offre al pubblico il Cruise più rassicurante. Non gli permette semplicemente di fare ciò che sappiamo già che sa fare meglio di chiunque altro.
Gli permette di rischiare di essere sgradevole, eccessivo e persino ridicolo.
A 64 anni potrebbe essere un rischio artistico molto più importante di qualsiasi stunt.
Invecchiare quando hai costruito una carriera fingendo che il tempo non esista
C’è poi un’altra questione che accompagna inevitabilmente Cruise: l’età.
Non perché 64 anni siano molti per un attore. Il punto è esattamente l’opposto. Cruise ha trascorso gli ultimi decenni comportandosi cinematograficamente come se l’età fosse irrilevante.
Ma prima o poi persino una star costruita sull’invulnerabilità deve decidere cosa fare del tempo.
Può tentare di nasconderlo oppure trasformarlo in materiale artistico.
Digger sembra indicare la seconda possibilità.
Cruise non ha bisogno di diventare improvvisamente un attore crepuscolare. Può ancora correre, produrre blockbuster e tornare eventualmente nei mondi che lo hanno trasformato in una delle ultime grandi star globali del cinema d’azione. Ma adesso potrebbe concedersi anche il lusso di essere brutto, sbagliato, patetico, cattivo.
In altre parole: umano.
Forse la sua acrobazia più difficile è questa
Per anni ogni film di Tom Cruise sembrava dover dimostrare che Tom Cruise poteva ancora fare qualcosa che nessun altro avrebbe avuto il coraggio di fare.
Con Digger la sfida cambia.
Non deve dimostrare di poter saltare più lontano. Deve convincerci che dietro l’icona esiste ancora l’attore disposto a sparire dentro un personaggio.
Il film potrà piacere oppure irritare. Ma per Cruise potrebbe contare soprattutto ciò che viene dopo.
Perché a 64 anni non deve necessariamente continuare a dimostrare di poter avere 40 anni. Potrebbe essere molto più interessante vederlo finalmente utilizzare tutto ciò che quei 64 anni gli hanno lasciato addosso.
Dopo aver trascorso una carriera a salvare il mondo sullo schermo, la missione impossibile più affascinante potrebbe essere diventata un’altra: liberarsi, almeno per un film, dall’obbligo di essere sempre Tom Cruise.




