Tacchi, silenzi e solitudine: così Meryl Streep è uscita (quasi) traumatizzata da Il diavolo veste Prada”

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C’è un dettaglio che oggi cambia completamente la percezione di uno dei personaggi più iconici del cinema contemporaneo: Miranda Priestly non era solo glaciale. Era, in qualche modo, anche una prigione per chi la interpretava.

A distanza di anni, Meryl Streep ha raccontato il lato più oscuro di quell’esperienza: un mix di isolamento emotivo, metodo attoriale estremo e dolore fisico che ha lasciato segni reali.

Il metodo “horrible”: isolamento totale sul set

Per costruire la freddezza chirurgica di Miranda, Streep adottò un approccio radicale: restare nel personaggio anche fuori dalle scene.
Il risultato? Un clima teso e distante.

L’attrice stessa ha definito quell’esperienza “orribile”, confessando di essersi sentita triste e isolata durante le riprese, tanto da promettere a sé stessa di non lavorare mai più in quel modo.

Non era finzione: Miranda viveva davvero sul set. E chi le stava accanto lo percepiva. Emily Blunt ha raccontato che lavorare con lei era “quasi terrificante”, proprio per quell’intensità glaciale.

Il prezzo fisico: tacchi alti e dolore continuo

Ma non è stato solo mentale.
C’è un altro elemento che ha trasformato il film in una prova di resistenza: i tacchi altissimi.

Nel tornare a parlare del ruolo, Streep ha ironizzato ma non troppo, evocando una sorta di “PTSD dopo settimane sui tacchi”.
Un’espressione forte, usata con leggerezza, ma che racconta bene la fatica fisica: ore in piedi, postura rigida, movimenti controllati.

Un’estetica di potere costruita sul dolore.

Anche altri membri del cast hanno confermato quanto il guardaroba fosse impegnativo: abiti strutturati, scarpe scomode, disciplina fisica costante.

Miranda Priestly: un’icona nata dal sacrificio

Il paradosso è evidente.
Proprio quella sofferenza ha reso Miranda Priestly un personaggio leggendario: silenziosa, tagliente, impeccabile.

Dietro quella perfezione, però, oggi emerge una verità meno scintillante: la costruzione di un’icona passa attraverso sacrifici invisibili.

Il ritorno (più leggero)

Nel sequel in arrivo, qualcosa è cambiato.
Streep ha scelto di non ripetere quell’esperienza estrema: niente più immersione totale, niente più isolamento.

Un set più leggero, più umano.
Ma con una consapevolezza in più: Miranda Priestly non è solo un personaggio. È una corazza.

E ogni corazza, prima o poi, presenta il conto.

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Stefano Germano, laureato presso l'IULM, consulente discografico e critico musicale, è un appassionato di TV, cultura moderna e new media, sempre alla ricerca delle storie più intriganti e delle tendenze culturali del momento.