Abbiamo passato gli ultimi anni a domandarci quali competenze serviranno ai ragazzi per affrontare il futuro. Intelligenza artificiale, coding, matematica, tecnologia, inglese, competenze digitali. Tutto giusto. Il problema comincia quando, per fare posto al futuro, decidiamo che qualcosa del passato debba necessariamente diventare inutile.
E a finire sul banco degli imputati sono spesso loro: letteratura, storia, filosofia, latino. Materie sospettate di avere un difetto imperdonabile per il nostro tempo: non produrre immediatamente qualcosa.
Dopotutto, a cosa serve conoscere Seneca durante un colloquio di lavoro? Quanto aumenta lo stipendio sapere perché è caduto l’Impero romano? In quale casella di LinkedIn inseriamo Dostoevskij?
Domande apparentemente pragmatiche. Eppure nascondono un equivoco molto più grande: abbiamo cominciato a confondere ciò che è utile con ciò che è immediatamente spendibile.
La scuola non è un corso di preparazione al prossimo colloquio
Una scuola deve certamente aiutare a trovare un lavoro. Sarebbe piuttosto snob sostenere il contrario, soprattutto in un Paese nel quale per molti giovani l’indipendenza economica continua a essere complicata.
Ma ridurre l’istruzione alla preparazione professionale significa dimenticare una domanda elementare: che cosa facciamo di una persona quando esce dall’ufficio?
Quella stessa persona dovrà votare, innamorarsi, riconoscere una manipolazione, leggere una notizia, capire una guerra, attraversare un lutto, cambiare idea, educare forse dei figli, distinguere una promessa politica da uno slogan e imparare a convivere con persone che pensano esattamente il contrario di lei.
Per tutto questo il coding, da solo, serve relativamente poco.
La scuola forma lavoratori, certamente. Ma dovrebbe continuare a formare soprattutto persone e cittadini.
La filosofia non serve. Ed è proprio per questo che serve
La filosofia possiede una caratteristica oggi quasi sovversiva: rallenta.
Ti mette davanti a una domanda e, anziché consegnarti immediatamente una risposta, spesso complica ulteriormente il problema.
È l’opposto del mondo digitale nel quale siamo immersi. Scriviamo una domanda e un motore di ricerca risponde. Chiediamo qualcosa all’intelligenza artificiale e in pochi secondi compare un testo. Apriamo un social e un algoritmo ha già deciso quale sarà probabilmente il prossimo video che vorremo guardare.
Abbiamo una quantità impressionante di risposte.
Proprio per questo diventa prezioso qualcuno che insegni a costruire le domande.
Studiare filosofia significa incontrare persone morte da secoli che continuano ostinatamente a chiederci che cosa sia la giustizia, che cosa significhi essere liberi, quanto possiamo fidarci di ciò che vediamo, quale rapporto debba esistere tra individuo e potere.
Domande poco spendibili in un curriculum.
Parecchio spendibili nella vita.
Poi arriva l’intelligenza artificiale, e il paradosso diventa evidente
Per anni abbiamo immaginato che il futuro appartenesse soprattutto alle competenze tecniche. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale generativa, capace di scrivere codice, sintetizzare documenti, tradurre testi, elaborare dati e automatizzare una parte crescente delle attività cognitive.
E improvvisamente la questione è diventata più interessante.
Se una macchina diventa sempre più brava nell’eseguire alcune operazioni, il valore umano potrebbe spostarsi proprio verso ciò che è meno facilmente automatizzabile: interpretare, scegliere, contestualizzare, esercitare giudizio, comprendere le persone e attribuire significato alle informazioni.
Non significa sostituire STEM con Platone. Sarebbe una sciocchezza uguale e contraria.
Significa capire che tecnologia e cultura umanistica non sono concorrenti.
Anzi: più potenti diventano gli strumenti che costruiamo, più abbiamo bisogno di persone capaci di domandarsi come e perché utilizzarli.
La letteratura è un simulatore di vite che non vivremo
Poi ci sono i romanzi, altra attività meravigliosamente inefficiente.
Passiamo ore a leggere di persone inesistenti alle quali accadono cose inventate.
Eppure proprio lì compiamo un esercizio mentale difficilissimo: entriamo nella testa di qualcun altro.
Per qualche centinaio di pagine possiamo essere una persona di un altro sesso, un’altra epoca, un’altra classe sociale, un altro Paese. Possiamo comprendere un comportamento senza necessariamente approvarlo.
La letteratura allena l’immaginazione morale: quella capacità di riconoscere che il mondo non coincide con il nostro punto di vista.
In un’epoca nella quale gli algoritmi tendono invece a mostrarci persone, idee e contenuti compatibili con ciò che già pensiamo, leggere qualcuno radicalmente diverso da noi assume quasi una funzione politica.
La storia serve soprattutto quando crediamo che il presente sia completamente nuovo
Ogni generazione tende a considerare straordinaria la propria epoca.
Poi apri un libro di storia e scopri propaganda, guerre commerciali, epidemie, rivoluzioni tecnologiche, migrazioni, polarizzazione politica, paura dello straniero, crisi economiche, leader carismatici e folle convinte che questa volta sarà diverso.
Naturalmente la storia non si ripete perfettamente. Ma conoscere ciò che è accaduto prima di noi permette almeno di riconoscere alcuni meccanismi quando ritornano sotto vestiti nuovi.
Una società senza memoria è molto moderna.
Ed estremamente manipolabile.
Abbiamo trasformato anche la cultura in una questione di rendimento
Il problema forse non riguarda soltanto la scuola.
Abbiamo applicato alla vita un vocabolario aziendale: dobbiamo ottimizzare il tempo, acquisire competenze, aumentare la produttività, migliorare le performance. Persino gli hobby devono servire a qualcosa.
Corriamo per stare meglio. Meditiamo per lavorare meglio. Leggiamo libri che promettono di renderci migliori.
Persino il riposo è diventato recovery, cioè manutenzione necessaria per tornare efficienti.
Dentro questa mentalità, leggere Leopardi senza ottenere una certificazione alla fine sembra quasi uno spreco.
E invece forse abbiamo bisogno proprio di recuperare il diritto di imparare qualcosa che non produce un rendimento immediatamente misurabile.
Non dobbiamo scegliere tra Dante e il digitale
La contrapposizione tra cultura scientifica e umanistica è, oltretutto, abbastanza stanca.
Un ragazzo dovrebbe conoscere l’intelligenza artificiale e Primo Levi, capire un algoritmo e sapere qualcosa della Costituzione, usare un foglio di calcolo e riconoscere una fallacia logica.
Perché il futuro non avrà bisogno soltanto di persone capaci di costruire tecnologie.
Avrà bisogno di persone capaci di decidere quale futuro vogliamo costruire con quelle tecnologie.
E questa non è più una domanda informatica.
È una domanda culturale, politica, filosofica.
Forse dovremmo smettere di chiedere ossessivamente ai ragazzi: «A cosa ti servirà?».
Alcune delle cose più importanti che impariamo non sappiamo quando ci serviranno. Una poesia studiata controvoglia a sedici anni può tornare in mente a quaranta. Un romanzo può farci capire una persona. Una pagina di storia può renderci meno vulnerabili alla propaganda. Una domanda incontrata durante un’ora di filosofia può accompagnarci per tutta la vita.
Le materie umanistiche hanno questo difetto magnifico: il loro rendimento è difficilissimo da misurare.
Forse perché il risultato finale non è una competenza da aggiungere al curriculum.
Siamo noi.




